RRR Mob - Di integrazione e Ius Soli, per una musica globale e genuina Intervista

26/07/2017 di

La RRR Mob è la crew italo-africana capitanata dal producer e rapper Laioung, che insieme ad altri artisti di seconda generazione come Ghali e Maruego stanno scrivendo un nuovo, bellissimo capitolo di integrazione e globalità. Li abbiamo incontrati per farci raccontare le loro origini e cosa ne pensano della legge sullo Ius Soli.

Innanzitutto, come avevo già fatto con Laioung, io credo che per comprendere a fondo la vostra musica sia necessario conoscere anche la vostra storia. Quindi, se ne avete voglia, comincerei col chiedervi di raccontarmi uno ad uno da dove venite, dove avete vissuto o il percorso che vi ha portato a cimentarvi con la musica.
MOMONEY: Io sono Momo, in arte Momoney, ho 28 anni e sono cantante e produttore della RRR Mob. Le mie origini sono senegalesi ma sono nato in Italia, mio padre è arrivato a Torino nel 1987 e ha sposato mia madre, una donna italiana. Dopo 15 anni di residenza e 10 di matrimonio anche mio padre ha ottenuto la cittadinanza. Io l’ho ottenuta dopo i 18 anni. Avere la cittadinanza è un vero sollievo, lo vedo con i miei fratelli che ne sono sprovvisti, ti evita veramente tante rotture di palle. Ho iniziato a suonare il basso a 14 ma non ho mai coltivato a fondo questa passione, appena maggiorenne però ho avuto la fortuna di incontrare Isi ad una battle di freestyle.
ISI NOICE: Io sono Isi Noice ho 26 anni e sono nato a Casablanca in Marocco. Nel 2001, intorno ai 10 anni, mi sono trasferito con la mia famiglia a Torino. All’inizio la situazione non è stata delle migliori sia a livello economico che morale, ci mancava molto quella che ai tempi consideravamo ancora “casa”. Sono cresciuto nel quartiere di Porta Palazzo, non esattamente il quartiere più facile della città. Sono entrato nel mondo della musica come vocalist e dj ancora prima che come rapper, l’hip-hop però lo avevo già scoperto in Marocco grazie ad un video di Busta Rhymes.

La Mob comprende anche un quarto membro, Hichy Bangz, che non ha potuto presenziare a questa intervista. Anche Hichy è nato in Marocco e ha raggiunto il padre in Italia passando per la Spagna. Ha vissuto in una comunità nei pressi di Cuneo e, quando quest’ultima è stata chiusa per mancanza di fondi, si è potuto spostare a Torino dove ha conosciuto Isi perché entrambi frequentavano la stessa ragazza. (NdR)

E voi come vi siete incontrati? Quando Laioung ha iniziato a produrre alcune vostre canzoni avevate già in mente di fondare la Mob?
Laioung: Ho conosciuto Isi nel 2013 circa, ma ci parlavamo già da tempo su Facebook. Io viaggiavo ancora molto tra la Puglia, l’Inghilterra e il Belgio e non ero ancora completamente calato nella scena italiana. Avendo Isi tra i contatti conoscevo le sue iniziative: un marocchino che fa il cantante e il dj in Italia era una cosa fuori dal normale. Ho capito fin da subito potesse essere una persona sulla mia lunghezza d’onda e mi ero ripromesso di conoscerlo dal vivo. La prima volta che capitai a Torino lo contattai, io stavo a casa di un mio amico d’infanzia che, casualmente, si trovava proprio nei pressi del loro studio di registrazione in un garage. Andammo subito d’accordo, capimmo subito che la nostra missione fosse di rappresentare i ragazzi africani in Italia, le seconde generazioni, quelli che fino ad oggi non avevano ancora avuto una voce con cui identificarsi. Isi era circondato da una serie di persone che lo avevano aiutato nei suoi lavori precedenti, un movimento che volevamo valorizzare. L’idea della Mob nacque spontanea fin dall’inizio. Ci chiudemmo subito in studio. Arrivarono anche Momo e Hichy e registrammo subito “Flus” , dal quel momento in poi ci sentimmo veramente convinti. Era nata la vibe, il progetto tripla R stava effettivamente prendendo forma.


Il vostro progetto è internazionale anche nelle sonorità, suppongo che la gran parte delle vostre ispirazioni musicali provengano dagli USA e dalla Francia?
ISI: guardiamo all’America per le sonorità e alla Francia per le situazioni, più simili alle nostre. Per alcuni di noi il francese è anche la lingua madre.
Laioung: contestualmente, in Italia, rappresentiamo i giovani della seconda generazione ma musicalmente siamo connessi al linguaggio internazionale, siamo rivolti all’America, alla TOP 100 del Billboard mondiale. Siamo un gruppo di attualità, non ci siamo mai posti dei limiti specifici. Siamo stati anche dei precursori, ci prendevano per pazzi quando facevamo musica su 130 BPM, ci chiamavano alieni. Pensavano che questo genere di musica non avrebbe mai funzionato e ora siamo dei geni. Ci sono stati tanti gruppi che hanno contribuito allo sdoganamento della trap in Italia, con i suoi pro ed i suoi contro, alcuni hanno contribuito a questo processo anche con quelle che potremmo definire “cafonate”. La gente non lo sa, ci ha conosciuti solamente ora pensa che la trap non sia nata da più di due anni, noi in realtà facciamo questo genere musicale da almeno un decennio.

Francia e USA sono due nazioni con una lunghissima tradizione d’integrazione alle spalle. La storia degli Stati Uniti in particolare è intrecciata con le vicende degli afro-americani, ma per quanto riguarda la trap americana mi sembra sia meno politicizzata, perché questo tipo di battaglia per l'integrazione è stata portata a termine già moltissimi anni fa. Come vi ponete quindi nei confronti egli interpreti d’oltre oceano?
Laioung: La cosa più importante è essere originali. Noi abbiamo personalità e cerchiamo di trasmettere quello. Gli Stati Uniti hanno vissuto anche loro un periodo d'immigrazione ma risale a così tanto tempo fa che gli afro-americani si sono ormai integrati e hanno creato una loro comunità. Dall’isola di Gorèe nei pressi di Dakar partivano africani di tutte le etnie che sbarcavano in Jamaica o ad Haiti e successivamente raggiungevano gli States. La Francia e l’America hanno delle situazioni sociali molto diverse dalla nostra e, per quanto riguarda la musica, noi certamente abbiamo preso ispirazione dagli artisti di quelle nazioni ma il nostro orizzonte culturale è più vasto. Ci rendiamo conto di essere qualcosa di differente. Vogliamo fare musica che anche fra 50 anni possa essere ricordata come buona musica! Facciamo musica genuina che gli americani chiamerebbero “organic”, biologica. Il nostro obiettivo è fare ottima musica e siamo consci che attraverso le nostre canzoni possiamo passare un messaggio importante per tanti fratelli.



Con questa nuova ventata di rapper che comprende voi, Ghali, Maruego ecc si può finalmente parlare di cultura afro-italiana?
Laioung: Noi africani del mondo ci ritroviamo naturalmente. È una questione di ritmo che abbiamo nel sangue ma anche di atteggiamenti, di balli e di fonetica. I dialetti giamaicani e quello sierra lionese, ad esempio, si somigliano moltissimo. È tutto frutto delle varie migrazioni che i nostri fratelli africani hanno dovuto compiere nel corso della storia portando con sé aspetti della propria cultura e assimilandone di nuovi. Le percussioni per esempio sono quell’aspetto tribale che riesce ad accomunare ogni popolo africano. Tutta una serie di aspetti che i Migos hanno riportato in auge e stanno valorizzando. Loro forse non se ne rendono conto ma stanno contribuendo ad un processo di africanizzazione del mondo. Quindi non credo tanto si stia formando una cultura afro-italiana, credo esista un linguaggio africano globale molto genuino che ci fa ritrovare in ogni parte del mondo e che finalmente si sta diffondendo anche qui.

Con tutto il rispetto, non credo che in parlamento o in senato ascoltino la RRR Mob, ma la discussione sullo Ius Soli è stata portata alla ribalta anche da interazioni tra artisti e giornalisti in vista, penso a Ghali e Saviano. Pensate che senza questo booster social se ne sarebbe parlato meno?
ISI: Non credo che ci ascoltino ma, di base, la nostra musica rappresenta tutto ciò che viviamo, sia nel bene che nel male, quindi, a volte, può capitare di parlare anche di alcuni nostri problemi e in questo modo di sensibilizzare la gente. A me ad esempio scade il permesso di soggiorno ad agosto. Sicuramente abbiamo messo al corrente molti ragazzi di fatti che magari prima ignoravano. Noi raccontiamo cose positive e negative ma il nostro intento è sempre quello di mandare un segnale. Anche quando descriviamo una situazione, quando raccontiamo qualcosa di brutto, il nostro obiettivo è sempre quello di fare cronaca. Vogliamo fare luce su qualcosa che esiste e che troppa gente continua ad ignorare.

Questo è uno degli aspetti che apprezzo di più della vostra musica, quello educativo. Ho ascoltato alcuni pezzi composti prima della nascita ufficiale della Mob come “Chufu Me” o “Zatla” che parlano esplicitamente di fumo e di spaccio. Molti ragazzi di origine africana si ritrovano costretti a spacciare perché legalmente impossibilitati a trovare un impiego regolare. Ora che la situazione è cambiata, ora che, a tutti gli effetti, la musica per voi è diventata un lavoro sembra non tocchiate più questi temi o, comunque, che li trattiate in modo diverso.
ISI: Infatti. Come ti ho già detto la nostra musica rispecchia ciò che viviamo. Io personalmente sono cresciuto nel quartiere di Porta Palazzo a Torino e, a Porta Palazzo, c’era quello. Esclusivamente quello. Non avevi buoni esempi a cui rivolgerti. Determinate canzoni non vanno fatte per elogiare le sostanze ma per raccontare una situazione reale. Io ho l’amico che si è fatto il gabbio, quello che è stato accoltellato. Non voglio giustificare nessuno ma ci sono molti ragazzi che conosco che avrebbero voluto trovare lavoro ma per colpa del razzismo o della burocrazia italiana non sono mai stati messi nelle condizioni per svolgerlo. Ragazzi per cui lo spaccio era l’unica vera alternativa. Chi sono io per giudicare gente che vive in un dormitorio, sotto un ponte o in una soffitta con altre quaranta persone? A mio avviso sono da condannare più severamente quei rapper che magari sono sempre stati pieni di soldi e finiscono a fare gli spacciatori solamente per recitare la parte dei duri, di quelli “true”. Personalmente la musica mi ha veramente salvato, mi ha letteralmente tolto dai brutti giri. Ho iniziato a lavorare in discoteca a 16 anni prima al guardaroba poi come vocalist e, a parte i soldi, la musica mi ha dato una mano anche dal punto di vista sociale, integrativo. Le prime serate che facevo rischiavo di essere rimbalzato perché marocchino anche in posti dove in realtà dovevo lavorare.



A proposito di soldi. Uno degli aspetti tipici più del rap è questa voglia di guadagnare a palate. Forse però non tutti colgono il senso di rivalsa che si cela dietro queste affermazioni.
ISI: Assolutamente sì. La società odierna ha elevato il denaro a valore. Se tu aprivi il frigo da piccolo trovavi solo mezza fetta di limone è normale che sogni di fare i soldi. Io da ragazzino veramente andavo a spacciare, andavo a rubare i cellulari, andavo a fare il coglione per fare due soldi. Perché dovrei farlo ora che ho la possibilità di guadagnare denaro in maniera lecita, facendo qualcosa che mi piace? Vogliamo rendere quello che ci piace fare un lavoro, perché dovrebbero farcene una colpa? A chi non piacciono i soldi? Forse a chi è nato comodo.

Quindi si può dire che questo immaginario forte che vi siete costruiti, anche un po’ barocco, non sia altro che packaging per attrarre in maniera più incisiva gli ascoltatori e poi proporgli un contenuto più alto?
ISI: Queste estetica ridondante è una cosa che fa parte di noi, è una caratteristica fondamentale del rap fin dalla sue origini. Le pellicce mi piacevano già a 17 anni. Bisogna smettere di dare una descrizione sbagliata dell’Islam, il mondo islamico non è tutto estremista. Bisogna smetterla di pensare al mussulmano come il tipo col turbante e la barba. La religione mussulmana ci dona una serie di dettami da seguire a livello psichico e fisico ma il materialismo non c’entra, è un discorso che molti adulatori hanno saputo volgere a proprio favore. French Montana è un marocchino mussulmano, sembra un terrorista? Io sono mussulmano, vado a pregare, pratico il Ramadan eppure ascolto rap e la mattina faccio colazione col caffè e il cornetto proprio come te. I mussulmani in Italia esistono da secoli, molte chiese sono state convertite in moschee. La gente è vittima dell’ignoranza e dei luoghi comuni, noi siamo mussulmani, settimana scorsa a Roma abbiamo pranzato con degli ebrei amici di Laioung. Il modo di pensare era simile, il cibo era simile. Non è vero che ebrei e mussulmani si odiano, io mi sono sentito a casa. Dovremmo imparare ad uscire dagli schemi e a far subentrare l’umanità.

Che ne pensate della legge sullo Ius Soli? È stato fatto abbastanza?
MOMO: È un grande passo avanti, le procedure prima erano veramente impossibili. Dovevi avere un reddito minimo e fare la richiesta in un lasso di tempo ridotto tra i 18 e i 19 anni dovendo fare i conti con la proverbiale velocità della burocrazia italiana. Se nasci qui, compi tutto il tuo percorso scolastico in Italia e a pranzo mangi la pasta non importa di che colore sia la tua pelle, sei italiano. Per noi giovani questa è una cosa scontata, il difficile è convertire tanta gente più anziana ancorata a questa mentalità retrò.



Nelle vostre canzoni mixate strofe in inglese, italiano, arabo e francese. Ha un valore esclusivamente sociale o riguarda anche la musicalità, il suono? Soprattutto, come vi approcciate alla scrittura dei testi?
ISI: è un discorso sia sociale che musicale. Noi abbiamo avuto la possibilità di stare a contatto con tante persone di tante etnie diverse. Lavorare in discoteca mi ha aiutato molto sotto questo aspetto, ho fatto il dj anche a tante serate latine dove mettevo dischi salsa e reggateon. Ho conosciuto tantissimi sudamericani, equadoregni, domenicani… Rapportarsi con culture diverse ti permette di mantenere la tua mente sempre aperta. In questo modo ho imparato diverse lingue ma soprattutto ho ampliato il mio vocabolario, lo slang è un fattore fortemente integrativo. Le madrelingue marocchine sono l’arabo e il francese, lingue che ho parlato fino a 10 anni. Mi sono trasferito in Italia all’età della quinta elementare e quando ho sviluppato una coscienza sufficientemente matura per scrivere ero ormai in terza media. Mi venne naturale farlo in italiano. In questo momento storico non conoscere le lingue dimezzerebbe le nostre opportunità, ci precluderebbe troppe occasioni. Noi siamo un movimento globale, non mi riferisco ai numeri, ma conoscere le lingue è fondamentale.

E cosa pensate del fenomeno Bello Figo? Lui è stato fatto oggetto d' insulti razzisti anche da parte di altri esponenti del rap italiano. C’è da dire che, con il suo stile assurdo, è riuscito in qualche modo a spianare la strada ad un sacco di interpreti.
ISI: Certo. Poi forse artisti forti come Ghali sarebbero riusciti ad uscire lo stesso, non ne avrebbero avuto bisogno, ma Bello Figo, nella sua maniera surreale di porsi, è comunque riuscito a puntare i riflettori su un certo tipo di situazioni ed anche su un certo tipo di estetica. Ovviamente condanniamo ogni atteggiamento razzista nei suoi confronti ma sono tutte conseguenze dell’ignoranza della gente che non lo capisce e prova ad interpretarlo seriamente. Questa situazione alla fine ci si è ritorta contro. Lui farà anche dei numeri incredibili come youtuber ma ha posto un marchio di “non-serietà” su tutto un genere musicale e, in particolare, su questo genere prodotto da artisti afro-italiani. Anche la scelta di invitarlo in tv per parlare d’integrazione l’abbiamo trovata una cazzata pazzesca. Io avrei preferito una persona più colta per trattare questo argomento. Antonio Di Stefano, ad esempio, è uno scrittore italiano di colore molto preparato, sarebbe stato perfetto.


In America, oltre alla musica, un fattore di forte integrazione è stato lo sport. L’NBA è quasi esclusivamente dominato da atleti afro-americani. Nel nostro Paese lo sport che più si è imposto nell’immaginario collettivo comune è il calcio, infatti c'è Mario Balotelli, forse l’esponente più famoso delle seconda generazione in Italia...
ISI: È un personaggio che divide e quindi fa discutere, ma iconico. Anche lui ha contribuito allo sdoganamento di queste tematiche. In Italia ci sono ancora persone che non accetterebbero un ragazzo di colore nella nazionale. Poi certamente lui potrebbe impegnarsi di più: il talento è un dono ma va coltivato con il duro lavoro. Credo che dalle nostre canzoni trapeli l’impegno che dedichiamo. A volte ha assunto degli atteggiamenti scorretti ma siamo umani, abbiamo tutti il diritto di sbagliare. Anche noi molto spesso siamo delle teste di cazzo. Sui di lui sono state costruite troppe storie, si è fatto troppo gossip.

Un altro nome che ricorre più volte nelle vostre canzoni è quello di Hemingway…
MOMO: Hemingway ha passato molto tempo anche in Africa. Ma a me piace questo filone di scrittori viaggiatori. In realtà il libro da cui sono stato più colpito nella mia vita non è di Hemingway ma è “ll gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach. In generale a me nei miei pezzi piace rendere tributo a chiunque m'ispiri anche indirettamente, come Denzel Washington, il mio attore preferito.

Tag: rap italiano

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