Cresciuti tra Montevarchi e Figline Valdarno, gli Scraffs raccontano una provincia fatta di piccoli centri, luoghi sospesi e stimoli nascosti. Dal Valdarno nasce un percorso musicale costruito tra ironia, collaborazione e la necessità di trasformare l’anonimato del territorio in qualcosa da condividere.
Tra cactus con le spine, centimetropoli e paesaggi apparentemente grigi, la storia di una band che ha trovato proprio nella provincia il proprio spazio creativo.
Dove siete cresciuti? Descrivetelo in tre righe.
Siamo cresciuti in Valdarno, tra Montevarchi e Figline Valdarno.
Io (Daniel, basso e voce principale) sono nato in Inghilterra, dove ho vissuto per un periodo, prima di tornare in provincia. Una terra sospesa tra campagne, piccoli centri e quella dimensione di provincia che alla fine finisce per entrare dentro quello che fai.
Tre cose per cui è "famosa" la vostra città/paese?
Il Valdarno non è famoso, è tipico. Ci sono campagne, luoghi abbandonati, piccoli sobborghi e anche qualche mostro biologico qua e là. Non è una metropoli: è una centimetropoli.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo?
Un contesto arido ma fertile. Gli artisti nascono come cactus: con le spine, ma morbidi dentro.
C’erano locali, etichette, altri artisti?
Ci sono pochi locali, ma una scena esiste ed è anche piuttosto viva. Ci sono artisti validi, con generi molto diversi tra loro, ma soprattutto c’è una bella sensazione di collaborazione e di comunità, più che di competizione tossica. Ogni tanto ci prendiamo per il culo, ma alla fine ci vogliamo bene.

C’è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio (artisti, promoter, figure di riferimento)?
Il nulla. Ci ha ispirato il nulla della nostra provincia: l’anonimato, l’oblio e quella sensazione di dover per forza esprimere qualcosa.
Più che da singole figure, siamo stati ispirati dalle immagini collettive che ci circondano: i luoghi, le persone e quella particolare atmosfera che solo certi territori riescono a creare.
Ricordate il primo live della vostra vita? Quando, dove e com’è stato? Il locale del cuore sul territorio?
Il primo live è stato al Circolo Redstone, dalle parti di Figline Valdarno. È la Mecca della provincia: il bar della scena, il posto dove prima o poi passano tutti. È un luogo dove si respira un sostegno reciproco autentico. Ci piace quello che facciamo, ci stimiamo come artisti e soprattutto come amici.
In cosa è più difficile, e in cosa più facile, essere artisti emergenti in provincia?
Sicuramente la difficoltà più grande è trovare live fuori dalla Toscana. Paradossalmente, oggi i rapporti con i locali sono tornati a essere più diretti e umani. Il problema nasce quando devi uscire dal territorio: se non conosci qualcuno o non hai un booking alle spalle, diventa molto più complicato trovare spazio.
Una cosa che non capite o non accettate della discografia di oggi?
La viralità. Spesso viene confusa con “ciò che vende” e non sempre con “ciò che spacca”. È sempre stato così, con diverse sfumature, ma oggi questa dinamica sembra ancora più evidente.
C’è una necessità di essere quasi dei blogger prima ancora che degli artisti, come se creare contenuti fosse diventato parte integrante del curriculum di un musicista del 2026. Fare arte e cercare la viralità sono due cose molto diverse. Il rischio è che la genuinità venga sostituita da qualcosa di costruito solo per funzionare, generare stream o vendere più biglietti.
Come e quando nasce il vostro progetto artistico?
Tutto è iniziato nel 2024, in un pub. Ero ubriaco e stavo provando a rimorchiare una ragazza. Senza saperlo, era la ragazza di Leo, il nostro chitarrista, che conoscevo solo di vista.
Dopo il momento iniziale in cui ho scoperto la situazione, abbiamo iniziato a parlare di musica. Lui cercava basso e voce per un progetto con Cri (batteria) e Dario (chitarra).
Il giorno dopo ho comprato un basso e mi sono proposto per una prova.
Prova fatta. Preso.
Sono nati gli Scraffs.
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Quanto e come il luogo in cui siete cresciuti ha inciso sullo sviluppo delle vostre idee e del vostro sound?
Il grigiore del Valdarno fa da sfondo ai colori della nostra musica, a volte fondendosi con loro e creando nuove sfumature. Sicuramente il territorio ha avuto un peso.
Nascere in una grande città probabilmente aiuta. Nascere in un buco di culo, invece, ti costringe a spingere ancora di più.
Quali sono state le sfide più grandi che avete affrontato nel vostro percorso artistico?
Eh. Questa è dura.
Sicuramente la gestione dell’organizzazione live e tutto ciò che riguarda portare avanti un progetto in maniera indipendente. Cerchiamo sempre di fare le cose nel modo migliore possibile, mantenendo però una dimensione genuina. Trovare questo equilibrio è probabilmente la nostra sfida più grande, oggi e anche per il futuro.
C’è un messaggio o un tema ricorrente che volete trasmettere con la vostra musica?
L’importanza delle emozioni. Qualunque esse siano.
Per noi è fondamentale che chi ascolta la nostra musica non si limiti a sentirla, ma riesca davvero a percepirla.
Come definireste la vostra evoluzione artistica dall’inizio fino ad oggi?
Come un Cammino di Santiago. Con gli Scraffs ne abbiamo passate parecchie. Crediamo che per una band, così come per qualsiasi artista, trovare una propria evoluzione significhi attraversare un percorso continuo, sia umano che artistico. Per noi è stato, è e sarà un pellegrinaggio: fatto di nuove persone, nuovi luoghi e nuove emozioni.
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L'articolo Il rumore della "centimetropoli" degli Scraffs di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-05 17:56:00
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