Salmo: Il rap spiegato a chi non ama il rap Intervista

Foto Mauro Puccini/Red Bull Content Pool - Salmo HellvisbackFoto Mauro Puccini/Red Bull Content Pool - Salmo Hellvisback
28/04/2016 di

A soli due mesi dall'uscita, il suo quarto album "Hellvisback" è diventato disco di platino. Abbiamo incontrato Salmo per farci raccontare qualcosa sul nuovo lavoro, su come si sia fatto ispirare dall'iconico Elvis e sulle diverse sperimentazioni sonore che stanno cambiando la faccia al rap come lo conosciamo. 

Salmo, sei l'unico rapper che su Rockit non prende insulti dai lettori, anzi quando scriviamo di te di solito fioccano complimenti. 
Non è sempre un bene, se nessuno ti insulta. Negli anni me ne hanno dette di tutti i colori, ma per quanto riguarda Rockit sono fortunato perché credo di essere riuscito a coinvolgere anche la fetta di chi ascolta la musica rock.

Forse è perché hai trascorsi nell'hardcore e nel punk. Secondo te sono queste tue radici ad uscire nella tua musica e ad avvicinare ascoltatori diversi?
La frase retorica che sento da cinque anni a questa parte è sempre la stessa: "non ascolto il tuo genere però quello che fai tu mi piace". Nove persone su dieci me lo dicono. L'Italia è piena di persone che non ascoltano rap e che non gliene frega un cazzo del genere in sé. Però magari con quello che faccio io sentono qualche simbiosi.

Nel tuo ultimo “Hellvisback” ci sono un sacco di parti suonate a differenza di molti altri dischi di rap italiano usciti negli ultimi tempi. Come hai lavorato alla scrittura dei pezzi?
Sono partito dalla musica. Negli ultimi due anni ho raccolto i beat, ho fatto la scaletta e poi ci ho scritto sopra. Nei pezzi con Travis Barker dei Blink 182 invece sono partito dal beat campionato, poi ho tolto la batteria e lui ci ha risuonato sopra.

Il tuo, pur essendo un disco rap, è pieno di influenze musicali diverse: la title track ad esempio ha una base drum'n'bass-surf, poi c’è la collaborazione con Sir Bob Cornelius Rifo e molto altro ancora (molte chitarre, ad esempio). Secondo te il futuro del rap è nel distaccarsi dai suoi suoni "classici" per aprirsi ad altri generi?
Per il rap è sempre stato così. ll rap ha un background enorme, una storia lunga. Quello che si faceva all’inizio non è quello che si fa ora e nemmeno quello che si faceva dieci anni fa. Il rap è un modo di comunicare alle persone, puoi avere un egotrip sparatissimo e fare solo autocelebrazione, però la musica di base può cambiare, può evolversi. Afrika Bambaataa ad esempio cantava su determinati beat, poi puoi mescolare degli elementi che esistono e inventare qualcosa di nuovo ancora. Comunque anche quello che faccio io non è completamente nuovo, nei miei pezzi ci puoi sentire tranquillamente anche i Beastie Boys.

Certo. Io però mi riferivo a cose diverse, tipo l’ultimo disco di Kendrick Lamar “Untitled Unmastered” che si regge sul free jazz, soul, avant-garde e suoni che insomma non ci si aspetterebbe in un disco hip hop.
Il suo è stato un colpo di genio, perché i suoni jazz che sentivi nel rap degli anni ’90 erano campionati, quindi automaticamente “rubati”. Lui invece ha mantenuto un'impostazione classica ma ha fatto suonare le band, ed è quello più o meno che ho fatto anche io. Solo che io non faccio jazz, ci metto le chitarre, faccio una roba un po’ più grossa, più punk.

Parlaci invece del megatrip su Elvis per “Hellvisback”: cos’è che ti ha spinto a ispirarti a lui, a fonderti con il suo personaggio? 
Elvis è un’icona immortale. Anche Johnny Cash mi piace molto, però in America ci sono i ragazzini che sono ancora fan di Elvis. Ho voluto fondermi con lui perché è figo quando mischi una cosa molto retrò con una attuale, come ad esempio la mia maschera. È un po’ come quello che diceva Banksy, ovvero che che le persone non si interessano alle cose storiche a meno che non gli applichi un particolare attuale. Lui ad esempio è andato in giro per Londra a mettere delle ganasce ai carri armati. “Hellvisback” è anche questo. Nella copertina del disco non c’è scritto nemmeno il titolo, non c’è scritto nulla, l’immagine è già un’icona che parla da sola. A livello commerciale poteva essere un disastro perché i rivenditori per vendere vogliono il faccione del cantante con il titolone sulla copertina del disco. Io me ne sono fregato e ho rischiato.

La tua maschera, che hai applicato anche ad Elvis, è  diventata un po’ il tuo simbolo, il simbolo della tua musica. Che significato ha per te? 
La maschera è nata nel periodo in cui non mi conosceva nessuno e non è mai stata una trovata di business. È nata perché c’è stato un cambio radicale nella mia musica: prima tutti i miei pezzi erano rap standard/classico, poi ho sperimentato un po’, tirando fuori la maschera, e la gente si è accorta di me. Ho tirato fuori qualcosa di autentico, originale. Quindi si è creato un alter ego: con la maschera creo qualcosa di sperimentale, senza qualcosa di più standard. Questo contrasto c’è molte volte anche nella scrittura. Quando ci vado giù pesante è il personaggio con la maschera che viene fuori.

Che storia ha la maschera, dove l’hai trovata?
Era una maschera di carnevale, di quelle con la cresta, totali. Io l’ho ritagliata e modificata. Mi piaceva usarla perché durante i concerti diventava tutto più teatrale. È bello come ti guardano le persone quando la indossi: non sanno se sei affaticato, se hai paura, se sei felice. La prima volta che l’ho usata è stato figo, ti senti una specie di supereroe. Però a volte mi piacciono anche i live piccoli da 300/400 persone, senza la maschera, senza palco troppo rialzato. Anche il palco è un simbolo potentissimo: sei sopra al tuo pubblico di 3 metri, e se in più hai la maschera domini ancora di più.

Pensi che in futuro avrai altre maschere?
Sì perché non la uso per nascondermi, è un simbolo. Non è mai stata una cosa forzata per fare merchandising. Sono i ragazzini che si sono interessati, si sono espressi a livello artistico con la maschera e hanno creato il merch. È stata una cosa virale che ma che hanno fatto per i cazzi loro.

Tornando sul disco: una cosa che colpisce di te è che quando fai namedropping, invece di citare brand di moda come gli altri rapper che sfoggiano Gucci, Prada, Margiela eccetera, parli di cose più tecnologiche e nerd come Trony, Anakin Skywalker, Hokuto... 
Non sono un supernerd ma ci sono delle cose che mi attirano, cito quello perché non sono un tipo molto fashion. Sono diverso da uno come Guè Pequeno, ma lo conosco, lui su queste cose non finge. Ha degli interessi particolari e poi è naturale si rispecchino nella scrittura. Lui scrive di tipe e vestiario perché gli piace quello, oltre anche a cose più profonde e fighe. Spacca.

Quale argomento ti piace sviscerare nei tuoi pezzi? 
Nel rap ci sono un sacco di modi di scrivere: dal pezzo superconscious che si avvicina alla poesia, al pezzo un po’ ignorante dove dici un sacco di stronzate, dal pezzo egotrip, allo storytelling. Io penso di averli toccati tutti. La gente però se sente il pezzo ignorante ti dice “Ah, sei un ignorante di merda!” e non capisce che il rap è anche un allenamento. Ci sono tante sfumature e bisogna sempre sperimentare, sia con le metriche che con le liriche. È come per un chitarrista, non puoi suonare sempre con le solite distorsioni, vuoi provare altro.

Nella traccia “1984” a un certo punto citi i Sangue Misto: spesso la nuova scena rap è vista un po’ in opposizione alla prima ondata o al movimento delle Posse. Cosa ne pensi di queste infinite discussioni?
Le discussioni ci sono da sempre e ci saranno sempre, la musica cambia. Poi in Italia siamo dei rompipalle perché siamo fottutamente conservatori, non ci va mai di sperimentare. Il fatto di cambiare la musica, agli affezionati rompe il cazzo, ogni generazione odia quella che viene dopo. Ma devi essere furbo e riuscire a rinnovare le cose vecchie. 

Cosa pensi degli artisti rap della vecchia ondata italiana che adesso hanno 50 anni e suonano ancora?
Bella domanda, questa cosa mi fa paura. Penso spesso di dovermi dare una scadenza, di dovermi rendermi conto di quando smettere. Però è possibile che tra qualche anno cambi anche modo di cantare, chi lo sa. Il mio stile si evolverà, passerà anche il mio momento. L’importante è viverlo bene e lasciare qualcosa.

Per scadenza intendi in senso fisico o ti riferisci al fatto che magari un giorno la tua musica non rientrerà più nei canoni del rap? Uno come J-ax fa ancora rap ma molto più pop, Dj Gruff invece continua a fare la sua roba. Tu come ti vedi?
J-ax ha sperimentato, però dipende quanto e come sperimenti. L’importante è non snaturare troppo. Se io dovessi continuare a fare rap fino a un certo punto so che deve essere sempre rap. Se dovessi mettermi a cantare in un certo modo, non sto più rappando e allora sto cantando..

Tipo Neffa?
Neffa forse doveva continuare a fare rap e iniziare a cantare adesso. Mi piaceva quando rappava, di quello che fa ora qualcosa è molto figo però molte robe non le digerisco...

Insomma, ti ci vedi a cinquant’anni a vincere ancora un disco di platino e a rappare?
Non so. Vediamo tra un paio di anni e ne riparliamo. 

Nel disco ci sono pochi se non zero featuring, perché?
Forse perché avevo un sacco di cose da dire e il mood dei pezzi non richiedeva un featuring. Volevo fare qualcosa di molto personale. “Hellvisback” è un po’ un’evoluzione del mio primo disco, che non aveva molti featuring. Poi volevo collaborare più con i musicisti che con i rapper. Anche perché gli ultimi due anni li ho passati a fare featuring nei dischi di tutti, quindi non avrei fatto niente di nuovo.

Negli anni sei cresciuto in maniera esponenziale rispetto a quello che ci si sarebbe aspettati, passando dai piccoli club ai palazzetti. Hai anche aperto per Jovanotti, dove pensi di poter arrivare da qui a 3-5 anni? 
Non lo so, me lo chiedo sempre, anche perché le cose si stanno affrettando sempre di più. Quando ho fatto “Hellvisback” non pensavo di vincere il disco di platino dopo due mesi. Mi ero anche prefissato di fare tutti i video del disco, per poi arrivare a un bel primato come disco di platino. Ma il premio è arrivato troppo in fretta.

Guardando la classifica dei dischi venduti l’anno scorso i rapper, tolti J-Ax, Fedez e Moreno, erano attorno alla 50esima posizione. Un rapper in Italia quando può dire di essere arrivato? Quando rimane alto in classifica, quando va in tv?
Forse suonare negli stadi. Se fai gli stadi vuol dire che sei grosso. Ma a me non me ne frega un cazzo di stare lì a prefissarmi una vetta. L’importante è che voglio fare le cose piano, non voglio andare da 0 a 100. Ecco perché cerco sempre di scappare dalla tv. Non voglio andare in tv perché in Italia diventi un personaggio automaticamente, la gente vede solo il personaggio e puoi anche fare un disco di scoregge e te lo comprerebbero. La gente comincia a notare solo i difetti e inizia a farsi i cazzi tuoi in tutte le maniere possibili, io invece voglio espormi quando cazzo mi pare e come voglio io. 

Anche se per fare gli stadi prima o poi in tv ci dovrai andare, no?
No, non è detto. Ho vinto disco di platino senza andare in tv. Sto cercando di cambiare un pochino le regole del gioco, voglio comandare la mia immagine, la mia musica come meglio preferisco. 

(immagine via)

Parlando di stadi, tu hai aperto i concerti di Jovanotti. Lui è il personaggio più solare e più positivo dell’immaginario pop italiano, tu invece hai sempre avuto le maschere, l’horror, lo splatter. Come si sono uniti questi due opposti?
Gli opposti si attraggono no? Tutto è partito da quando mi ha fatto i complimenti su Twitter per “Death USB”, quindi due dischi fa. Ha scritto: “C’è vita nella musica italiana”. Dopo un po’ di tempo mi ha chiamato perché doveva fare il video di “Sabato” e aveva visto tutti i miei video girati con i ragazzi di YouNuts. Gli piaceva il nostro immaginario potente, underground, giovane e fresco. È stato davvero figo collaborare con lui perché è uno stakanovista: si sveglia, pensa al lavoro, alle idee, dà gli imput. È una macchina e a volte mi dava fastidio perché è sempre lucido, avrei voluto dirgli: “ma fumati una canna e sdraiati!”. Lui non lo fa. Anche io penso di essere abbastanza creativo ma a volte mi devo frenare un attimo se no impazzisco. 

Tu quando ti freni cosa fai? Come ti rilassi?
Stacco la spina e non penso a niente. Purtroppo non riesco a spegnere il cellulare, quello mi sta facendo impazzire. Mi rendo conto di passare intere giornate al telefono su Twitter, Facebook, Instagram, queste cazzate qua. Poi in mezzo passano anche informazioni, cose inutili, cose fighe. Non riesco più a guardarmi un film, una serie. È incredibile come la soglia dell’attenzione sia manipolata. Anche “Hellvisback” è tutto studiato sulla soglia dell’attenzione. Molti pezzi iniziano in un modo, arrivi alla prima strofa, ritornello e alla seconda strofa cambia il pezzo. È un metodo che utilizzano i dj nei set. L’ascolto delle persone oggi è molto simile a quello dei produttori negli anni ’90 che erano sommersi di pezzi e dovevano scegliere su cosa puntare. 

Anche le statistiche di Spotify parlano chiaro: raramente un utente si ascolta un album intero. Si ascolta una canzone alla volta.
Sì, siamo diventati una playlist. Quindi in una singola canzone cambi mille volte per dare qualcosa in più.

Qualche settimana fa abbiamo intervistato Chef Rubio, e gli abbiamo chiesto di fare una playlist dei suoi pezzi preferiti. Al primo posto ha messo una tua canzone. Tu al contrario, che rapporto hai con il cibo, con i ristoranti? 
Ho anche condiviso la playlist di Chef Rubio, a lui piace un sacco la roba che faccio io ed è anche un fan di Nitro, della Machete. Io invece sono uno dei peggiori cuochi esistenti, così come sono stato uno dei peggiori baristi. 

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