Saluti Serie A, i Materazi Future Club se ne vanno nel calcio che conta

Un po’ come Palestra (o la moglie di Cerci) il trio sente stretti i confini e vola a Londra, a caccia del campionato più bello del mondo e e dei suoi fenomeni (da Balotelli e Zola), per il disco “The Italian Job”. Una chiacchiera tra loro e il produttore Jake Long, che ha reso “da Premier” l'album

I Materazi Future Club
I Materazi Future Club

 Il calcio italiano è in crisi nera, ma per fortuna ci sono i Materazi Future Club. Il trio milanese, dopo aver saccheggiato a dovere telecronache e interviste dai campi del nostro campionato, ha ben pensato di farsi un giro in Inghilterra per replicare una formula che, non si capisce bene come, non stanca mai. E così nasce il disco "The Italian Job", dove lo sregolato genio di Balotelli, l’irripetibile cavalcata di Ranieri alla guida del Leicester, le gesta di campioni come Zola e Vialli e cori sparsi dei tifosi diventano il nuovo soggetto per l’ossessivo e caciarone post punk del nostro tridente di riferimento.

Il luogo in cui i Materazi si sono trovati a registrare non è un posto qualunque. Si tratta dei Wickham Farm Home Studio, un tempo casa di famiglia di Kate Bush poi diventata studio di registrazione. È qui che hanno lavorato con Jake Long, batterista di varie formazioni londinese e produttore che li ha aiutati a trovare la giusta texture per questo nuovo album. Adesso che il disco è fuori, li abbiamo messi il trio in conversazione con il loro principale fan d'oltremanica.

Materazi Future Club: Ciao Jake, cominciamo con le domande difficili. Per citare un noto podcaster e comico italiano: come stai?

Jake Long: Molto bene, grazie! È stato un anno intenso, pieno di musica, ma anche davvero entusiasmante, con tanti progetti interessanti a cui sono stato molto felice di prendere parte. È sempre bello avere diverse cose in ballo, che mi tengano impegnato dal punto di vista creativo e mi diano l’opportunità di lavorare con persone nuove.

Jake in studio
Jake in studio

MFC: Ci siamo imbattuti per la prima volta nel tuo lavoro grazie all’album che hai realizzato con gli Snapped Ankles e al tour che ne è seguito. Qualche giorno fa eri all’Arci Bellezza di Milano con Laura Misch, questa volta alla batteria. Ti andrebbe di raccontare un po’ ai nostri lettori italiani il tuo percorso e di spiegarci di cosa ti stai occupando in questo periodo?

JL: Suono la batteria da quando ho memoria e ho iniziato a suonare in alcune band durante l’adolescenza. In seguito ho studiato batteria jazz al Trinity College of Music di Londra, un’esperienza che mi ha dato basi davvero solide, sia dal punto di vista musicale sia da quello tecnico. Da allora ho avuto la fortuna di lavorare con un’ampia varietà di band e musicisti nell’ambito delle scene jazz, sperimentale e alternative di Londra. Ho anche pubblicato diversi dischi attraverso progetti a cui ho partecipato o che ho fondato e guidato personalmente, tra cui Maisha e Your Brother’s Keeper. Ho inoltre pubblicato un album a mio nome, intitolato City Swamp. Nel corso degli anni mi sono interessato sempre di più alla registrazione e alla produzione musicale, parallelamente all’attività di batterista. Oggi gestisco un mio studio a Londra, dove trascorro gran parte del tempo registrando e producendo i progetti di altri artisti. 

MFC: Com’è stato ritrovarsi per la prima volta con tre italiani che si sono presentati nel tuo studio, prendendone possesso — e prendendo possesso della tua vita — per un’intera settimana?

JL: È stato davvero fantastico! Mi piace molto immergermi completamente in un progetto, quindi avere la band in studio per un’intera settimana, trascorrendo tutto quel tempo a sviluppare e perfezionare il disco insieme. Credo che ciò che ha reso l’esperienza particolarmente piacevole sia stata la disponibilità di tutti a sperimentare ed esplorare diverse possibilità sonore all’interno dei brani. C’era una reale voglia di provare cose nuove, portare le idee in direzioni inaspettate e vedere cosa sarebbe successo. Allo stesso tempo, però, tutti avevano ben chiari gli elementi fondamentali della musica che dovevano rimanere intatti. È un equilibrio che apprezzo molto quando lavoro con una band.

MFC: Quando hai ascoltato per la prima volta i nostri brani, che cosa hai trovato di interessante nel nostro progetto e quali aspetti pensavi potessero limitarci? E come abbiamo cercato di lavorare su questi elementi in studio?

JL: Una delle cose che mi interessava particolarmente esplorare era l’identità sonora della musica. Mi sembrava che le canzoni contenessero già idee davvero interessanti, ma volevo approfondire il modo in cui avremmo potuto dare a ogni singola parte un carattere e una personalità propri. Abbiamo trascorso parecchio tempo a sperimentare diversi modi di processare i suoni, facendo passare gli strumenti attraverso amplificatori per chitarra, utilizzando riverberi a molla e introducendo vari tipi di distorsione. Si trattava di trovare texture capaci di dare ai singoli elementi un po’ più di ruvidità, profondità e carattere.

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MFC: Hai notato differenze sostanziali nel nostro approccio alla scrittura dei brani e alla produzione, o più in generale nel modo in cui abbiamo costruito il progetto, rispetto agli artisti e alle band con cui sei abituato a lavorare?

JL: Penso che ogni artista e ogni band abbia un proprio approccio alla scrittura e alla realizzazione della musica e che, in definitiva, si tratti di trovare il processo più adatto a ciascuno. Non direi che l’approccio dei Materazi Future Club fosse particolarmente insolito, ma una cosa che ho apprezzato molto è che gran parte del lavoro di scrittura fosse già stata completata prima del nostro ingresso in studio. Dal punto di vista della produzione, è sempre interessante capire quale tavolozza sonora si adatti meglio a un determinato artista. Abbiamo sperimentato alcune idee e registrato parti che alla fine abbiamo deciso di eliminare perché non si integravano perfettamente nel suono complessivo dei Materazi Future Club. Credo che anche questo sia un aspetto importante del processo. A volte capire come dovrebbe suonare un disco significa tanto stabilire cosa non gli appartiene quanto aggiungere elementi nuovi.

MFC: Entriamo un po’ nel disco. Qual era l’obiettivo principale del lavoro che abbiamo fatto insieme in studio? Quali aspetti pensavi potessero essere sviluppati ulteriormente o portati a un livello superiore rispetto alle demo che ti avevamo presentato?

JL: Uno dei miei obiettivi principali era sviluppare il carattere sonoro di ogni strumento e assicurarmi che ciascun elemento avesse una qualità interessante e distintiva. Volevo partire dalle idee già presenti nelle demo e dare loro maggiore profondità, consistenza e personalità. Invece di far provenire tutto da un computer o lasciare che ogni elemento rimanesse confinato in uno spazio digitale molto pulito, abbiamo introdotto le imperfezioni e le texture generate dalle apparecchiature fisiche. Un altro aspetto importante era assicurarci che ogni brano avesse una propria identità e che non ripetessimo troppe volte le stesse idee nel corso dell’album. Ricordo, per esempio, di aver esaminato con attenzione alcune linee di basso e di aver apportato qualche modifica nei punti in cui determinati brani cominciavano a sembrare un po’ troppo simili tra loro. Si trattava di garantire una sufficiente varietà all’interno del disco, mantenendo al tempo stesso una coerenza sonora complessiva.

MFC: Una cosa che ci ha colpito molto è stata l’attenzione quasi maniacale che abbiamo dedicato alle basse frequenze. Forse anche perché in Italia non è così comune avere in studio un subwoofer davvero potente, ma a un certo punto ci siamo ritrovati a pensare: "Adesso capiamo perché la bass music è praticamente tutta britannica".

JL:Sono un grande appassionato di musica dance e ho trascorso buona parte della mia giovinezza andando nei club e ascoltando diversi stili di musica elettronica. Credo che quell’esperienza abbia influenzato molto il mio modo di ascoltare la musica e di affrontare la produzione, soprattutto per quanto riguarda le basse frequenze. Nel Regno Unito esiste una cultura dei sound system davvero radicata, con una lunga storia di impianti reggae e dub. Questa influenza attraversa generi come jungle, garage e dubstep, nei quali il basso non è semplicemente un altro elemento della musica, ma spesso diventa il fulcro centrale. C’è qualcosa di profondamente fisico nell’ascoltare la musica attraverso un sound system davvero potente. Il basso non lo senti soltanto con le orecchie: lo percepisci con tutto il corpo.

Marco dei Materazi in meditazione
Marco dei Materazi in meditazione

MFC: Il nostro disco è inevitabilmente legato anche all’immaginario e alla mitologia del calcio inglese. Sappiamo che del calcio non te ne importa granché — soprattutto perché abbiamo dovuto spiegarti chi fosse Balotelli — ma tu come guardi al mondo del calcio britannico? Noi ne siamo sempre stati affascinati, ma, essendo degli outsider, forse ne abbiamo sempre avuto una visione un po’ romantica e distorta.

JL: Ahah! Non ho mai seguito davvero il calcio, quindi non penso di avere l’autorità necessaria per esprimere un’opinione particolarmente informata sull’argomento.

MFC: Sei nato e cresciuto a Londra. Hai visto cambiare molto la città nel corso degli anni, soprattutto dal punto di vista musicale? In Italia la situazione è piuttosto desolante, specialmente per la scena underground, con locali che chiudono uno dopo l’altro. Com’è vivere a Londra e fare musica lì oggi?

JL: Negli anni abbiamo visto scomparire alcuni spazi davvero importanti, ed è sempre un peccato, soprattutto quando quei locali hanno svolto un ruolo fondamentale nel sostenere la musica underground e nel riunire le comunità. Detto questo, penso che Londra abbia ancora una comunità straordinaria di musicisti, appassionati di musica e persone che mettono grande passione nell’organizzare eventi e creare opportunità per gli altri. Credo che uno degli aspetti più belli di Londra sia il fatto che sia in continua evoluzione. Ci sono sempre nuovi musicisti che si fanno strada, persone che sperimentano sonorità diverse e nuove comunità che si formano attorno alla musica. Non è facile e non credo che dovremmo sottovalutare le difficoltà che la musica indipendente deve affrontare qui, ma c’è ancora un’enorme quantità di creatività ed entusiasmo.

MFC: Quando ci hai chiesto com’era la situazione attuale dell’industria musicale italiana, abbiamo deciso di mostrarti due estremi completamente opposti: da una parte Sanremo, dall’altra i Verdena. Ci sembrava il modo migliore per spiegarti quanto possa essere schizofrenica la nostra scena musicale. Dopo aver trascorso un po’ di tempo qui, che idea ti sei fatto dell’Italia e della sua musica? C’è stato qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente?

JL: Ho la sensazione di aver avuto finora soltanto un piccolo assaggio dell’Italia, quindi non vorrei fingere di avere una conoscenza particolarmente approfondita della vostra scena musicale. La mia recente visita a Milano è stata comunque un’esperienza davvero piacevole e una delle cose che mi hanno colpito è stato il tempo trascorso all’Arci Bellezza. Avere la possibilità di visitare il locale e parlare con alcune delle persone che ne fanno parte mi ha dato l’impressione di trovarmi in un posto davvero speciale, con un forte senso di comunità. Questo tipo di locali indipendenti e di spazi comunitari ha un valore enorme, soprattutto per la musica underground. È stimolante vedere quanta energia le persone investano nel mantenere vivi questi luoghi e nel creare opportunità per artisti e pubblico. Mi piacerebbe sicuramente trascorrere più tempo in Italia e conoscere meglio la vostra scena musicale. Ho la sensazione che ci sia ancora tantissimo da scoprire!

Una pinta per i Materazi
Una pinta per i Materazi

MFC: Prima di lasciarti andare, quali sono i tuoi club e negozi di dischi preferiti a Londra? E c’è della musica che ci consiglieresti di ascoltare in questo momento? Artisti, band, dischi: qualsiasi cosa pensi dovremmo conoscere.

JL: Ci sono parecchi posti a Londra a cui sono affezionato. Tra i miei locali e spazi musicali preferiti ci sono il Total Refreshment Centre, FOLD, Iklectik, Cafe OTO, MOT e Avalon Cafe. Credo che tutti rappresentino quella cultura musicale indipendente e avventurosa che rende Londra un posto così interessante. Per quanto riguarda la musica che ho ascoltato ultimamente, mi sta piacendo moltissimo il nuovo album dei Gilla Band, Pugnello. Adoro la produzione: ha un’energia e un suono davvero particolari. Anche i Caroline sono una band che, secondo me, sta facendo qualcosa di molto interessante, e ultimamente ho ascoltato parecchio anche il nuovo album di Blawan, che ho praticamente tenuto in ripetizione. Sto ascoltando molto anche Suntub, l’album di ML Buch. È un disco bellissimo. Vale la pena dare un’occhiata anche agli YHWH Nailgun: credo stiano facendo cose entusiasmanti.

MFC: Quei giorni in studio sono stati incredibili per noi. Siamo cresciuti con una sorta di «sogno inglese» della musica, quindi anche prendere l’autobus ogni mattina per raggiungere lo studio ci sembrava surreale. Vogliamo concludere ringraziandoti ancora per il lavoro che abbiamo fatto insieme e chiedendoti un’ultima cosa: hai qualche aneddoto particolarmente divertente dei giorni trascorsi in studio con noi che ti va di raccontare? Non farti problemi!

JL: Innanzitutto, grazie ragazzi per essere venuti fino a Londra e per aver condiviso la vostra musica con me. Mi sono divertito moltissimo a lavorare con tutti voi ed è stato un piacere avervi in studio per quella settimana. Ho apprezzato particolarmente la straordinaria capacità di Marco di addormentarsi sul divano praticamente subito dopo pranzo. Un’abilità che gli tornerà sicuramente molto utile quando sarete in tour per promuovere questo disco! Ahah!

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L'articolo Saluti Serie A, i Materazi Future Club se ne vanno nel calcio che conta di Materazi Future Club è apparso su Rockit.it il 2026-11-05 17:04:00

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