Noi, loro e la Taranta: il road movie sul potere della musica Intervista

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21/09/2017 di

Regista, produttore, sceneggiatore e sognatore: conosco per caso Salvatore Allocca in un pomeriggio settembre, seduti a una tavolata nel rione Trastevere a Roma. Dopo i primi convenevoli parte subito alla carica con il racconto del suo ultimo lavoro, "Taranta on the road“, un film indipendente appena uscito nelle sale italiane e che cerca con tutte le sue forze di farsi strada tra i grandi nomi di Venezia e i botteghini sempre più spada di Damocle e meno trampolino di lancio per giovani opere. La storia che mi viene presentata tra uno spritz e un piattino di cous cous è quella di due giovani marocchini sfuggiti alla primavera araba nel 2011 e arrivati sulle coste pugliesi in cerca di una seconda possibilità. Una situazione iniziale piuttosto drammatica che indossa un sorriso grazie al fortuito incontro con un gruppo di giovani musicisti salentini alle prese con il loro sogno di gloria sulle note della Taranta…

Per la tua seconda regia hai scelto ancora una volta una tematica di forte impatto sociale e soprattutto molto attuale come l'immigrazione: i fatti risalgono al 2011 con le primavere arabe ma, all'oscuro di questo particolare, potrebbe benissimo essere ambientato ai giorni nostri. L'Italia, e l'Europa, sono rimaste davvero così immobili a tuo parere?
L’Italia un po’ si è mossa. Dei passi in avanti per quanto riguarda le politiche di accoglienza e sullo stato di diritto dei richiedenti asilo sono stati fatti. Peccato invece esserci così impantanati sull’approvazione della legge sullo Ius Soli, una legge, a mio avviso, necessaria e utile, visto che l’Italia è già un paese multietnico da anni ormai. Non voler prendere una posizione a riguardo vuol dire semplicemente avere gli occhi foderati col prosciutto. Chi mi sembra invece che sia rimasto abbasta immobile in questi anni è maggiormente il resto d’Europa. Anzi, non è vero, in molti paesi qualcosa si è mosso: sono stati alzati dei muri ai confini! Come cantava De Andrè "Lo stato si costerna, s’indigna, s’impegna e poi getta la spugna con grande dignità“. Anche se poi di dignità ne abbiamo vista veramente poca.

Hai fondato una tua casa di produzione nel 2006 che ti ha permesso di intraprendere la tua carriera cinematografica che finora ha portato ottimi riconoscimenti: per realizzare i propri sogni oggi bisogna far da sé?
Il nostro è un lavoro di attese, occasioni e circostanze, quindi per forza di cose l’intraprendenza è fondamentale. Poi soprattutto quando si è agli inizi del proprio percorso è veramente difficile trovare un interlocutore per i propri progetti, quindi se si è convinti di quello che si sta facendo (o si è abbastanza pazzi da esserlo) bisogna provare. Per me è stata una via per crescere professionalmente, per impare facendo (e sbagliando anche), per capire come si sviluppa un progetto dall’inizio alla fine. E comunque la mia gavetta è stata lunga e continuo a farla. Pensa che il mio primo cortometraggio professionale l’ho realizzato nel 2006. È dura, durissima, però non bisogna mollare mai.



Sud Sound System e Mascarimirì come colonna sonora. In che modo hai lavorato con questi musicisti?
I Sud, come hai visto, nel film appaiono in un cameo nei panni di loro stessi. Con loro, in particolare con Nando Popu, ho lavorato in veste di attori e non come musicisti. Il loro è un cameo molto funzionale al progredire della storia, quindi non è un’apparizione fine a se stessa come spesso accade in questi casi. E questo è l’aspetto che penso li abbia incuriositi da subito: cioè il rimanere se stessi, ma allo stesso tempo essere personaggi ben definiti all’interno di un racconto.
I Mascarimirì invece sono una band che ho scoperto per la prima volta nel 2012, quando li ho visti in scena in quell’edizione capolavoro de La Notte della Taranta diretta da Goran Bregovic. All’epoca il progetto era ancora in fase di scrittura però vedendoli sul palco mi ricordo di aver subito pensato che "Gli Evangelisti" dovevano assolutamente avere un sound come il loro e una voce come quella di Cavallo.
La prima volta che mi sono approcciato a loro è stato chiedendogli di realizzare il brano centrale del film. E loro, di tutta risposta, mi hanno realizzato quello splendido e scoppiettante pezzo che è "Suntu na petra te marmo“. Pezzo che nella finzione è interpretato dagli attori (Aita, Vassallo e Cupaiuolo), ma nella realtà è il playback del loro brano. Poi da lì la cosa ci è un po’ sfuggita di mano, nel senso che sia io che il compositore del commento musicale del film, Stefano Lentini, ci siamo talmente innamorati dei brani dei Mascarimirì che, oltre a chiedere un altro pezzo per i titoli di coda ("Per te… Pizzica, Pizzica“), abbiamo poi chiesto loro ben altri 10 brani di repertorio e li abbiamo utilizzati tutti. Insomma i Mascarimirì sono stati un po’ l’anima di questo film, senza la loro musica non sarebbe lo stesso progetto. Lo sottoscrivo.

Il film è stato scritto a quattro mani con Amara Lakhous. In che modo avete lavorato insieme?
Amara Lakhous è entrato nel progetto in corsa, nel senso che già una prima versione del copione era stata scritta da Emiliano Corapi e me. Ho deciso di proporre ad Amara di essere dei nostri perché avevo letto i suoi straordinari romanzi (in particolare "Scontro di Civiltà per un ascensore a piazza Vittorio“ e "Divorzio all’Islamica a viale Marconi“) e avevo pensato che potesse essere un valore aggiunto per delineare i caratteri e i dialoghi dei due personaggi tunisini. Lui quel mondo lo conosceva meglio di noi, ne aveva scritto – e ne scrive – e ne aveva fatto parte anche. Molti non sanno infatti che Amara, oltre ad essere uno scrittore di grande sensibilità, è un immigrato algerino naturalizzato italiano che è venuto a vivere in Italia nei primissimi anni '90 come rifugiato politico. E infatti Amara ha saputo subito entrare nella storia e delineare con grande realismo i nostri personaggi. I nomi Amira e Tarek sono stati proposti da lui.

In tutto il film vediamo il confronto italiani / immigrati contro tutti: alla fine alla diffidenza prende il sopravvento l'amore, anche grazie alla musica. Un messaggio controccorrente ma molto incisivo direi...
Sono d’accordo e credo che, anche per questo motivo, "Taranta on the Road" dovrebbe essere un film da far vedere ai ragazzi delle scuole medie e superiori e ad alcuni politici che si riempiono la bocca di facili slogan populisti.



La scena in cui si da la definizione di pizzica è il punto cardine di tutto il film: ce la spieghi?
Be', come sai, la leggenda vuole che la Pizzica fosse una danza scandita dal ritmo percussivo del tambureddhu (il tamburello tipico del Salento) che serviva alle persone morse dalla taranta a liberarsi dal veleno del morso e, così, a guarire. In realtà gli antropologi (in particolare De Martino) hanno dimostrato che il morso del ragno era solo un pretesto per le persone dell’epoca, il più delle volte donne, che vivendo in una società chiusa e contadina, non potevano parlare liberamente del proprio malessere e così, attraverso la danza indiavolata della Pizzica, lo esternavano al mondo al mondo; cioè ballando si sfogavano e in un certo senso si liberavano, dando così sollievo al proprio malessere psicologico. Mi è piaciuto usare questa musica in chiave tematica nel film e mostrare, in una scena centrale, la giovane donna tunisina (Amira, interpretata da Nabiha Akkari) sfogarsi attraverso la Pizzica, come avrebbe potuto fare una donna salentina degli anni '50. E poi tutti i protagonisti del film hanno un fardello che si portano dentro e che non permette loro di essere felici, un enorme mare interiore da attraversare che solo lasciandosi veramente andare, come appunto suggerisce la musica, potranno in qualche modo superare senza affogare.



Per fingersi veri coristi la coppia di marocchini canta a cappella (o come si dice nel film, "a cupola") la canzone "Bella ciao". Perché la scelta del canto partigiano?
Anche in questo caso è stata la realtà a suggerirmi questa scena perché, documentandomi sulla primavera araba in Tunisia, mi è capitato di vedere alcuni filmati dove si vedevano folle di manifestanti contro il regime di Ben Alì che cantavano "Bella Ciao“ appunto. "Bella Ciao“ non è più solo un canto popolare italiano, è ormai una canzone conosciuta in tutto il mondo ed è stata tradotte in varie lingue, dallo spagnolo, all’arabo. Una canzone universale di lotta per la libertà dei popoli. Pensa che l’hanno cantata anche in piazza a Parigi durante le commemorazioni all’indomani degli attentati di Charlie Hebdo. 
Ecco, quindi mi sembrava verosimile, spiazzante forse, ma anche divertente, che Amira e Tarek, messi all’improvviso alla prova sul canto italiano, cantassero d’istinto proprio "Bella Ciao“ perché probabilmente l’avevano cantata fino a qualche giorno prima per le strade per far valere i propri diritti.

"Se lasci la tua strada sei già morto": con queste parole si giustifica l'impervia traversata verso l’Italia e la libertà. Un mantra che andrebbe ripetuto tuttti i giorni anche ai giovani italiani, non credi? 
Assolutamente. Ma io credo che già se lo ripetano in molti. Altrimenti non ci sarebbero così tanti di noi che, ogni giorno, se ne vanno all’estero proprio per non abbandonare la propria strada. O che, pur restando qui, tengono botta. L’importante è trovare il proprio equilibrio e non lasciarsi trascinare dall’ossessione di raggiungere ad ogni costo i propri obbiettivi. Perché spesso la vita, tuo malgrado, non ti aiuta a raggiungerli, anzi… però magari ti offre opportunità alternative, alcune volte anche migliori degli obbiettivi iniziali. E allora, secondo me, è bene capire che è possibile comunque vivere una vita piena anche quando i proprio scopi iniziali non sono stati ancora raggiunti e forse non verranno mai raggiunti. Che poi è il messaggio alla base del film. Il tema portante del racconto è proprio questo.



Nel film vengono trattati oltre il fenomeno migratorio anche temi come la figura della donna e l'omosessualità che, con le dovute differenze, non sono poi così diversi nelle varie culture dei protagonisti. Volevate comunicare che in realtà la guerra al diverso che si è innescata nel nostro Paese non è nient'altro un meccanismo di difesa per nascondere le nostre paure e difficoltà?
Sicuramente sì, anche perché l’altro, il diverso, sono solo degli appellativi con i quali chiamiamo ciò che non conosciamo o che non abbiamo intenzione di conoscere e che quindi fondamentalmente ci spaventa e ci repelle senza un motivo reale. La diversità è tutta nella nostra testa, in come guardiamo e ci relazioniamo con il mondo che ci circonda.

Tag: cinema film musica popolare

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