Santiago - L'immaginario come antidoto Intervista

SantiagoSantiago
28/10/2014 di Michele Vaccari

Oggigiorno, il rap è ovunque, e il rischio del ripetitivo, dello scontato, del prodotto usa e getta, è dietro l'angolo. Intendiamoci; ho la gioia nel cuore a sapere che quelli che prima erano ritenuti la feccia della società oggi siano il punto di riferimento del mercato: per chi ha ancora le cicatrici dell'emarginazione dei primi vagiti di musica rap in Italia, questa nuova ondata fa piacere. Punto. Gli haters sono nati insieme al rap e ce ne siamo fatti tutti una ragione. La merda è l'altra faccia dell'oro. Ma è ovvio, è un fatto naturale, che quando incominci ad abituarti a mangiare tutti i giorni al ristorante, dopo un po' di dischi che arrivano primi in classifica e all'inizio non ci credevi e adesso è la prassi, incominci a volere qualcosa di più, vuoi capire dove possa portare la strada. Ti metti a cercare nuovi sapori perché sai che ora puoi pretenderli. È tipo come farsi una cena in quel locale di Berlino dove fanno cucina paleozoica: una cosa del genere, Santiago. Com'è nel suo stile, questo rapper brindisino votato alla ricerca stilistica, non urla nei social networks la sua presenza. Non ci ribadisce che lui è il più duro di tutti, che il suo disco sarà il disco dell'anno. In silenzio, a distanza di molto tempo dall'ultimo lavoro, dopo collaborazioni importanti come quella con Fish e gli artisti della sua Doner Music, Santiago torna sulle scene, con l'eleganza popolare che hanno solo gli artigiani, facendo, rifinendo, onorando il dio dell'estetica più che quello del portafoglio. Nella bulimica situazione produttiva italiana, che sembra vivere con la paura del soufflé addosso, Santiago inventa "Diamante", un disco inaudito, dove la luce del sud convive col freddo dell'elettronica d'ascolto del nord europa, in cui il rap è un flusso compatto che solca le pareti della melodia, lasciando tracce emozionali che hanno il timbro decisivo di un rapper che ha fatto della convinzione e dell'azzardo I tratti salienti di questa opera. Facendosi padre di una slow philosophy da sommelier, i suoi pezzi suonano come vini da meditazione, da assaporare con calma. Testi dolci, cantati con la robustezza e il coraggio dell'intimità dei contenuti. "Diamante" è un disco da avere. E Santiago, un rapper da intervistare per sapere, capire, come gli sia saltato in mente di creare qualcosa di così trasversale dalla produzione canonica contemporanea.

Santiago, iniziamo da una domanda sul percorso che dall'ultimo album, "Ghiaccio e Magma", ti ha portato a queste soluzioni ancora più ardite, e quindi stupefacenti, in rapporto soprattutto con una certa omogeneità vincente della proposta attuale. Perché non hai voluto farla facile? In fondo, vista la situazione attuale dove tutti i discografici cercano rap, potevi fare un disco con tre canzoncine che funzionano e non mi sembra improbabile che avresti avuto successo e media addosso.
Io credo che l'approccio più giusto da avere quando produci musica non sia scegliere cosa fare, ma semplicemente farlo e lasciare che il tutto prenda forma in maniera più naturale possibile. Solo così sono stato in grado di mettermi alla prova e capire che i limiti si possono spostare. Non ho mai seguito le mode. Ho gli strumenti per capire se una cosa è fatta bene o meno indipendentemente dal giudizio degli altri, ed è il motivo per cui sono così esigente con me stesso quando sono al lavoro su un nuovo progetto. Con questo non voglio dire che non m'interessa il giudizio altrui o che il successo non faccia gola anche a me, ma non baratterei mai l'essenza della mia arte con il successo, anche perché quest'ultimo va e viene, ma la mia arte sono io e devo conviverci per il resto della mia vita. Non m'interessa l'accanimento dei media, m'interessa la percezione che avranno dell'album. Sarà un mio difetto ma guardo sempre tutto in prospettiva futura.

Il lavoro sul tuo stile, il controllo sulla voce, l'impostazione del timbro, la ricerca del suono, più che il suono che hai ottenuto, trasuda amore per la musica, come impostazione di vita più che come opportunità di svoltare, come voglia di farcela a tutti i costi. Sei uno di quelli che pensa che il bello non ha bisogno di altro, se è oggettivamente fatto bene?
Proporre musica al massimo delle proprie capacità è solo il primo passo e il minimo che un musicista possa fare per il suo pubblico. Più ho avuto a che fare con questo ambiente, più mi sono reso conto che molte volte non basta. C'è così tanta gente competente in giro che essere solo bravi non è sufficiente. Devi essere in grado di creare un immaginario in cui la gente possa rifugiarsi e sentirsi bene quando il loro si sgretola e posso assicurare che non è affatto impresa facile. L'originalità è alla base di tutto.

C'è un lavoro e un amore per il rap degli anni '90 per il modo di lavorare di alcuni artisti della golden age italiana che in qualche modo sembrano essere diventati parte di te. D'altra parte, tu hai iniziato nel '99, l'anno di "107 elementi", che è il disco, per me spartiacque nella storia del rap italiano. C'è un'apertura, un'attenzione all'avanguardia, ai percorsi laterali del rap, di cui il rap è stato fratello maggiore, drum'n'bass o two step ad esempio. La cosa bella del tuo lavoro, infatti, secondo me, è che sei riuscito a rielaborare i modelli, rispetto all'esistente di oggi, proponendo un lavoro totalmente diverso da quelli che escono oggi. Questa dicotomia era un principio stabilito a priori o è venuto work in progress?
È accaduto tutto strada facendo. L'unica regola che mi sono imposto quando ho iniziato a produrre "Diamante" era non avere regole. Volevo mi sorprendesse, avevo bisogno di stimoli, dovevo mettermi alla prova per capire cosa fossi in grado di fare per avere il quadro oggettivo sulla mia crescita e sulla mia evoluzione. Molte volte non sappiamo di poter dare molto più di quello che potremmo e per accorgersene bisogna per forza spingersi oltre i propri limiti. Per il resto, avverto sicuramente in me diverse influenze musicali che riaffiorano dal mio background, che va ben oltre il rap, ma faccio in modo che siano piccole componenti di un disegno molto più grande. Il mio disegno.

Come hai operato per arrivare a questa soluzione? Cosa ti hai aiutato? Con chi hai lavorato? Hai cercato dei featuring specifici o ti sei basato su amicizie consolidate che volevi presente in questo lavoro? C'è qualche artista internazionale o italiano di oggi che ti ha influenzato particolarmente per questo prodotto?
Per realizzare questo disco ho voluto accanto le persone che fin dall'inizio hanno compreso che l'esigenza di sperimentare fosse la prerogativa portante del progetto. I Retrohandz, a mio avviso i produttori di musica EDM più in forma al momento in Europa, nonché miei amici e compagni di viaggio ma con percorsi differenti. Big Fish che da sempre ha supportato i miei lavori e da sempre grazie alla sua lunga e importante esperienza in campo musicale mi aiuta comprendere i reali meccanismi di questo ambiente e come fare a trasformare in punti di forza le debolezze. John Pentassuglia, regista e designer dal gusto estetico ricercato con cui ho avuto modo di relazionarmi per la realizzazione del video ufficiale de "L'antidoto e il veleno" che spicca per originalità, linguaggio visivo e una scrittura che ridefinisce i canoni del classico videoclip musicale. Esattamente quello di cui avevo bisogno per trasmettere al meglio le sensazioni descritte nei pezzi di questo disco. Queste sono le figure che sono state fondamentali per la realizzazione del progetto Diamante. Per quanto riguarda i featuring, ho scelto di non inserirne perché reputo le tracce contenute nel disco particolarmente intime. Non ho avvertito l'esigenza di inserire un altro artista in nessun pezzo, fatta eccezione per Placebo, ma con Primo ho un rapporto d'amicizia così forte che in questo caso considero le sue parole un'estensione delle mie.
Se dovessi indicare quali sono state le figure artistiche di riferimento che hanno maggiormente influenzato la creazione di questo album direi assolutamente Franco Battiato, Gotye e Stromae, ma più che altro per la visione molto simile alla mia che questi artisti hanno su come andrebbe concepito un progetto e la cura che il tutto richiede.

La varietà è un altro tratto peculiare di quest'opera: il primo pezzo richiama il trip hop, il secondo la world music, il terzo il reggae... È d'obbligo chiederti quale fosse il tuo obiettivo e come hai impostato il lavoro. Volevi dare un panorama completo delle tue influenze o, in realtà, hai agito d'istinto sulla base dei tuoi gusti personali? Quale obiettivo volevi raggiungere e credi di aver raggiunto?
Ho cercato di spaziare quanto più possibile seguendo però una logica ben precisa. Tracce così differenti fra loro ma che seguono la stessa direzione e che si fondono in un'unica atmosfera. Nella fase di scrittura è stato tutto molto istintivo, sapevo di aver trovato una chiave diversa per esprimermi, consapevole che questo avrebbe cambiato tutto, ma a me i cambiamenti non spaventano. Volevo che il disco mi rappresentasse pienamente e raccontasse tanto di me all'ascoltatore. Io sono così... posso svegliarmi una mattina ascoltando "The dark side of the moon" dei Pink Floyd, passare il pomeriggio ascoltando "Legend" di Bob Marley e addormentarmi la sera con in cuffia "Ognuno fa quello che gli pare" di Max Gazzè. Non metto paletti, ne quando ascolto musica, ne quando la produco. L'obiettivo era quello di creare qualcosa di estremamente originale, mai ascoltato prima. Volevo creare la mia dimensione e in parte credo di esserci riuscito.


Ascoltare un disco come il tuo, e sapere che è possibile un altro modo di produrre, che si può ragionare a livello mainstream senza essere banali e retorici, facili e di appeal massificato, offre un'alternativa a chi pensa che il rap oggi sia tutto uguale. È un ragionamento che hai fatto prima di iniziare il lavoro su questo disco? Secondo te, si può davvero offrire una strada di interpretazione personale pur non diventando degli ermetici inascoltabili e, anzi, riuscire a fare un prodotto commerciale di qualità? Riascoltando il disco, sentendo i primi pareri, ti sei reso conto che il tuo modo di fare musica, questo album, suonano quasi come una provocazione, oltre che fare da stimolo? Diamante è come dire: io brillo più di tutti.
Io sono dell'idea che chi oggi si trova in vetta alle classifiche è perchè indubbiamente ha lavorato bene. Potremmo aprire una parentesi infinita sui gusti musicali e sulla qualità di alcuni prodotti, ma il punto non è quello. Chi si trova in quella posizione è stato in grado di creare, come dicevo prima, un immaginario intorno a sè che il pubblico ha inconfutabilmente recepito e fatto suo. Ognuno ha le sue armi e cerca di sfruttarle nel modo migliore, l'unico a poter sentenziare in questo caso è proprio il pubblico. Io non ho idea di quale sarà la mia collocazione all'interno di questo panorama, so che ho fatto di tutto per meritare di esserci ma sono consapevole di aver scelto, forse, la strada più lunga e la meno sicura, ma era l'unica strada in cui avrei potuto esprimermi al massimo delle mie capacità. Non è stata una scelta difficile. Sicuramente volevo dimostrare che si può creare un prodotto interessante e di qualità anche seguendo percorsi diversi da quelli standard. Colmando lacune con sacrificio e passione.
Non ho la presunzione di dire che il mio prodotto sia il diamante che brilla più di tutti gli altri, ho la presunzione di dire che questo prodotto è un diamante, magari non uno di quelli splendono nella vetrina del più importante negozio di gioielli, magari il mio è ancora sotto terra, fermo lì, grezzo, solo in attesa che qualcuno scavi più a fondo per essere trovato.

Mi racconti la genesi di "Placebo", il pezzo più potente, in senso rap standard, sia a livello di punchline e attitudine del disco? Com'è nato il tuo rapporto con Primo?
"Placebo" è uno sfogo, un invito a tenere gli occhi aperti. Era l'unico modo in cui io avrei potuto argomentare questo concetto. Non c'è una ricerca particolare di punch line e tecnicismi estremi, c'è rabbia, ribellione e il rifiuto di accettare che tutto sia come vogliono farci credere. Primo, a mio avviso, è il rapper che meglio di qualsiasi altro negli anni è stato in grado di dare una forma a questa rabbia e renderla quasi percettibile al tatto, per questo doveva esserci lui. Sono molti i punti che ci accomunano, ma più di tutto credo che abbiamo lo stesso interesse a sviscerare le proprie sensazioni in maniera più pura possibile. Credo che sia stata proprio questa purezza ad aver fatto incrociare i nostri percorsi artistici.

Rimanendo sulla scrittura, ci sono letture o film che ti hanno ispirato e aiutato a crescere? Noto rispetto alla tua precedente produzione, già molto cerebrale, un lavoro più di fino, come se ci fosse stata una maturazione, anche anagrafica forse, che ti ha liberato dagli ultimi manierismi. Sento una sicurezza, e la scomparsa totale di qualsivoglia tendenza a mostrare che lo sai fare. Più consapevolezza, insomma. Ho visto giusto?
Ho tanta voglia di dimostrare che questi due anni trascorsi tra un prodotto e l'altro sono motivati da un importante ricerca e lavoro che ho fatto su me stesso. Non si tratta di ostentare quello che di buono sono riuscito a fare ma è più l'esigenza di far capire che le persone cambiano, tutto cambia. Vedendo il video di "Non mi serve niente" e poi subito dopo quello de "L'antidoto e il veleno" anch'io stento a credere che si tratti della stessa persona. Poi ho capito che non si tratta affatto della stessa persona. Più che un percorso musicale definito credo di aver intrapreso un percorso emotivo che trova nella musica il più importante strumento per esprimersi. Essere consapevole di questo sicuramente mi ha aiutato ad avere più fiducia in me, quindi, ci hai visto giusto.
Per quanto riguarda i film o letture credo di aver inconsapevolmente tratto spunto da quello che più mi piace, ma quando sono a lavoro su un disco nuovo cerco di isolarmi il più possibile per non essere influenzato da alcun tipo di contaminazione che sia musicale, cinematografica o letteraria. Come detto in precedenza l'obiettivo è sempre essere quanto più originali possibile.



Che riscontro auspichi abbia un lavoro come il tuo? La visibilità è un orizzonte che ti sei posto? Senti il bisogno di cantare questo disco dal vivo o l'hai immaginato come un ascolto intimo, da camera?
Ho l'esigenza di cantare questo disco dal vivo. Credo che il contatto con il pubblico non possa far altro che intensificare i contenuti espressi al suo interno. Vedere la reazione delle persone, comprendere di essere compreso, rende tutto reale, tangibile. Benzina pura per un artista. Spero abbia la visibilità che meriti ne più ne meno.

Credo che la parola che meglio rappresenti questo disco sia intensità. È un disco che mantiene dritta la barra di una coerenza stilistica che non fa sconti alla simpatia, all'ammiccamento, che prova a rischiare anche di essere melenso ("Accanto a te sarei", "Anni luce"), riflessivo ("l'Antidoto e il veleno"), in un mondo dove tutto deve essere semplice, superficiale, d'impatto e fruibile. Dov'è il singolo per le radio? Hai calcolato queste percentuali di rischio? Un disco dall'alto potenziale di appeal per ascoltatori, però, raffinati, molto attenti, ascoltatori quindi sempre più rari, che ascoltano a casa, non per sbaglio girando manopole a caso nel traffico. Passare per snob, è dietro l'angolo, ad esempio...
È un rischio che devo correre. Mentirei se dicessi che non ho pensato a tutto quello che hai detto, ma il problema è che l'ho fatto solo dopo aver chiuso "Diamante". In fase di produzione ero quasi ipnotizzato da questa nuova chiave espressiva che mi ha travolto. Non ho pensato alle radio, alle tv, alle testate giornalistiche o al riscontro che avrebbe avuto, in quel momento pensavo solo al fatto che più provavo a spingermi oltre più il risultato finale mi esaltava. Probabile che in alcuni punti effettivamente abbia estremizzato questo ma un minimo margine di errore, quando il cambiamento è così radicale, deve essere messo in preventivo.
Non credo di aver realizzato un prodotto per un pubblico raffinato, credo solo che il pubblico di oggi sia molto più raffinato di quanto creda di essere.

Il livello professionale, tecnico di editing, registrazione, l'uso delle macchine, che stanno raggiungendo i dischi rap è così elevato che farebbe pensare che quest'onda non finisca come tutte le altre volte. Credi che ormai il rap sia entrato nel dna italiano, accettato popolarmente, introiettato fin nel midollo dell'uomo qualunque, o la strada è ancora lunga?
Penso che il Rap abbia ormai saldamente piantato le sue radici anche in Italia come nel resto del mondo e per questo dobbiamo ringraziare artisti come Fabri Fibra, i Club Dogo, Marracash, Fedez etc... Credo però che si arriverà ad un punto (ammesso che non sia già arrivato) in cui anche l'ascoltatore medio avrà bisogno di qualcosa in più. Sono favorevole alla contaminazione del rap con altri generi anche perché nessun genere come il rap si presta meglio a farlo. Se anche in Italia saremo in grado di evolvere mantenendo sempre viva quella voglia di sperimentare, sicuramente questa volta, il rap potrebbe non scomparire più dalle radio.

Cosa dobbiamo aspettarci da Santiago? La sperimentazione come bussola, o in realtà sei ancora in fase di ricerca e prima o poi sceglierai un'identificabilità rassicurante come molti tuoi colleghi? 
Sicuramente cercherò di smussare quegli aspetti che mi hanno portato ad essere un po' troppo estremo in alcuni punti di questo lavoro. Imparare a non lasciarmi travolgere da quello che in futuro potrei essere in grado di saper fare come nel caso di Diamante. Ma al tempo stesso vorrei non perdere quell'istintività che tanto ha caratterizzato questo mio cambiamento. No so cosa sarò in grado di proporre, so solo che voglio continuare a stupire tutti, compreso me.



Michele Vaccari
Si occupa di editoria e comunicazione dal 1996. Ha intervistato per Groove e Rockit artisti come Emis Killa, Ghemon, Raige, Kiave, Ensi, Cor Veleno, Massimo Volume. Ha scritto la prima bio italiana di Tupac per il decennale della scomparsa. Ha coordinato il progetto Verdenero per Edizioni Ambiente. È stato direttore editoriale e commerciale per la casa editrice Transeuropa. Ha pubblicato tre romanzi per ISBN, Castelvecchi e gruppo Melampo. Ha scritto e girato spot, viral e commercial per Rai5, INAIL, Comune di Genova, Vodafone, Lufthansa, CNR, Eni. Ha creato e gestito per circa dieci anni il sito ufficiale di Niccolò Ammaniti. È stato script consultant per i registi Marco Bechis e Andrea Patierno. Attualmente, è copywriter per Comedy Central, consulente editoriale per Chiarelettere, casa editrice socia fondatrice de Il Fatto Quotidiano, Editor per Agenzia letteraria Kalama e Berla & Griffini associati.

Tag: rap italiano

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