Tra palazzoni, periferie e spazi culturali che resistono, la provincia non è soltanto un luogo da cui partire: spesso è il punto esatto in cui nasce il bisogno di raccontarsi. I Soviet Space Dogs arrivano da Cinisello Balsamo con un’attitudine fortemente legata al rock alternativo, alla musica underground e a quella voglia di creare qualcosa di autentico lontano dalle logiche più immediate.
Un percorso nato quasi per caso, dentro una comunità di persone e musicisti, e cresciuto tra concerti, sale prove e una continua ricerca sonora. Tra ironia, rabbia e consapevolezza, la band racconta una periferia viva, fatta di cemento ma anche di relazioni, passione e identità.
Dove siete cresciuti? Descrivetelo in tre righe.
Siamo quasi tutti cresciuti nelle periferie nord di Milano, tra Cinisello Balsamo e Sesto San Giovanni. L'unica eccezione è Sara, la nostra cantante, che arriva dalla Toscana e si è ritrovata a Cinisello per motivi ancora ignoti ai più. Per fortuna, però, sono stati sufficienti a farci incontrare.
Tre cose per cui è "famosa" la vostra città?
Negli ultimi anni Cinisello si è quasi autoproclamata capitale della trap italiana.
Poi ci sono i borselli dei maranza, i barbieri aperti a qualsiasi ora, i Palazzi, il Pertini, Villa Ghirlanda e tanti altri angoli, più o meno storici, che raccontano bene l'identità della città. È quel posto vicino a Milano che i "veri milanesi" fanno finta di non frequentare perché meno patinato. Ma dovrebbero.
Unico difetto: manca il mare.
Da un punto di vista musicale e artistico, che contesto era e come si è evoluto nel tempo? C'erano locali, etichette, altri artisti?
A Cinisello non esiste un vero locale dedicato alla musica live. Il punto di riferimento più vicino è sempre stato il Circolo Agorà di Cusano Milanino, un luogo che negli anni ha ospitato band, concerti e serate memorabili.
Rispetto a quando abbiamo iniziato a suonare insieme, però, qualcosa è cambiato. Oggi a Milano e dintorni ci sono molte più occasioni dedicate alla musica originale e, ogni volta che saliamo su un palco o andiamo ad ascoltare altri artisti, troviamo un livello sempre molto alto.
C'è qualcuno che vi ha ispirato sul territorio?
Suoniamo insieme da circa tre anni, quindi è difficile individuare una figura comune che abbia influenzato tutti allo stesso modo. Sicuramente stimiamo moltissimo gli Aurevoir Sòfia, band hardcore punk di Cinisello che sta ottenendo il riconoscimento che merita anche fuori dall'Italia.
Ci sentiamo vicini anche a realtà come i Peilebiu e a tutte quelle band che continuano a portare avanti una musica sincera, personale e lontana dalle logiche commerciali.
Forse è anche questo che significa crescere in periferia: vivere ai margini ti spinge, quasi naturalmente, ad allontanarti ancora di più dalle regole del mercato. Non per presunzione, ma per spontaneità. E, forse, con un pizzico di rabbia.
Ricordate il primo live della band? Il locale del cuore sul territorio?
Più che il primo concerto della nostra vita, preferiamo ricordare il primo live di questa formazione. Era il giugno del 2023, a Paderno d'Adda, su un palco montato nel prato di un circuito da corsa.
Avevamo ancora pochi brani nostri, ma suonarli per la prima volta davanti a un pubblico è stato emozionante.
Il nostro locale del cuore, invece, resta senza dubbio il Circolo Agorà di Cusano Milanino: ci ha ospitato più volte e ogni volta ci fa sentire a casa.
In cosa è più difficile, e in cosa è più facile, essere un artista emergente in provincia?
Fare musica inedita non è facile da nessuna parte. La fortuna di essere vicini a Milano è quella di non subire completamente la mancanza di locali e occasioni che invece colpisce molte province più isolate.
Rimane comunque una sfida continua, ma crediamo che valga la pena continuare a investire energie per mantenere viva quella tradizione di musica underground che in passato era fortissima e che speriamo possa tornare a esserlo.
Una cosa che non capite o non accettate della discografia di oggi?
Ci sono tantissimi artisti straordinari che non riescono a raggiungere il pubblico che meritano. Oggi non basta scrivere belle canzoni o avere idee originali: bisogna essere vendibili, creare contenuti, pensare ai social e all'estetica prima ancora che alla musica.
Provate a immaginare Kurt Cobain costretto a fare contenuti per TikTok. Probabilmente imbraccerebbe di nuovo un fucile.
Come e quando nasce il vostro progetto?
Ci conosciamo da poco più di tre anni. Prima ancora di suonare insieme ci siamo incontrati all'interno del 44 Sound Club di Cinisello Balsamo, associazione culturale di cui alcuni di noi fanno parte.
Quando servì una band per la Festa della Musica nel quartiere Sant'Eusebio, la band semplicemente... non esisteva. L'abbiamo inventata. Sono arrivati gli amici degli amici, ci siamo trovati a suonare insieme e da allora non ci siamo più fermati.
Quanto ha inciso il luogo in cui siete cresciuti sul vostro sound?
Se chiudi molto forte gli occhi e usi parecchia fantasia, il cemento e i palazzoni di Cinisello possono ricordare Seattle. Forse è anche per questo che ci piace il grunge.
Battute a parte, non crediamo che sia il luogo a determinare i gusti musicali, quanto piuttosto la passione per certe sonorità. Fin dall'inizio avevamo un obiettivo comune: partire dal rock alternativo degli anni Novanta e poi contaminarlo con influenze diverse, fino a renderlo qualcosa di nostro.
Quali sono state le sfide più grandi del vostro percorso artistico?
Sicuramente fare tutto da soli. In parte è stata una scelta, in parte una necessità, soprattutto per il nostro disco d'esordio. Ma proprio questo ci ha permesso di costruire il progetto esattamente come lo immaginavamo.
C'è un messaggio o un tema ricorrente che volete trasmettere con la vostra musica?
La nostra cantante risponderebbe semplicemente: "Insulti." È ancora troppo toscana e il suo senso dell'umorismo è discutibile.
In realtà raccontiamo persone e vissuti difficili: chi è rimasto, chi sarebbe stato meglio non incontrare, chi continua a resistere nonostante tutto. Parliamo di rabbia, noia, ingiustizie, anime e fragilità.
La nostra musica prova a trasformare tutto questo in una tempesta emotiva, perché a volte soltanto uno sfogo sincero può riportare la quiete.
Come definireste la vostra evoluzione artistica?
I primi brani erano più lineari, quasi "standard". Mettere d'accordo cinque persone era già una piccola impresa. Con il tempo abbiamo capito che proprio le differenze erano la nostra forza.
Abbiamo iniziato a sperimentare di più, a inserire influenze lontane tra loro e a divertirci nel rompere gli schemi. È così che è nato Dicembre: da un flusso di coscienza, incoscienza e libertà creativa che ci ha portati a dire, semplicemente:
"Adesso siamo questo."
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L'articolo Seattle non è poi così lontana di Redazione è apparso su Rockit.it il 2026-07-11 10:38:00

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