Selton - La musica leggera Intervista

Intervista ai Selton, dopo l'uscita del loro nuovo disco SaudadeIntervista ai Selton, dopo l'uscita del loro nuovo disco Saudade
15/04/2013 di Sandro Giorello e Marco Villa

Sono da poco usciti con il loro nuovo disco "Saudade" e vogliono conquistare il mondo. Abbiamo invitato i Selton al completo in redazione, per fare una chiacchierata e ascoltare un paio di canzoni sui divanetti arancioni.

 

Un gruppo di brasiliani che fa un disco intitolato "Saudade". Un po' come se un gruppo italiano facesse "Pizza e mandolino".
Ramiro: Uno dei motivi per cui abbiamo scelto "Saudade" è proprio perché è ormai uno stereotipo, ma secondo noi la parola viene usata in modo sbagliato. La gente tende a credere che la saudade sia la nostalgia riguardo alla terra da dove vieni, invece è un sentimento molto più ampio e molto più difficile da spiegare. Non è per forza una cosa negativa, può essere un sentimento bello da portare dentro.
Ricardo: C'è una definizione di un giornalista che mi ha fatto impazzire: la saudade ha la nostalgia dei portoghesi, la gioia degli africani e la magia degli indiani.

Ma in questo disco cosa significa saudade?
Ramiro: Ci siamo resi conto che è un sentimento che sintetizza il modo in cui ci sentiamo ovunque andiamo. Quando torniamo in Brasile ci manca la nostra vita in Italia, quando siamo qua, spesso ci ricordiamo della nostra vita a Barcellona, quindi è come se avessimo sempre questo sguardo da fuori.
Daniel: Una sensazione di mancanza costante, ma di qualcosa che magari non esiste nemmeno più. È un po' la sintesi della vita che abbiamo fatto da quando siamo fuori dal Brasile. "Saudade" contiene le tre lingue in cui abbiamo sempre cantato: inglese, brasiliano e spagnolo. E non c'entra dove ti trovi: in Brasile abbiamo cantato "Vengo anch'io" in italiano e la gente cantava senza sapere cosa volesse dire. Anche la copertina parla di questo: è un dipinto del 1637 dell'olandese Frans Post ed è la prima volta che in un quadro di un europeo compare un paesaggio brasiliano.

Normalmente tutte le band italiane vogliono andare via, voi siete gli unici che sono arrivati qui e ci rimangono con piacere.
Daniel: L'Italia ci ha un po' abbracciato, fin dal primo disco. Siamo arrivati con l'idea di mischiare la musica italiana con il nostro suono e alla fine è nato "Banana à milanesa", con Jannacci e Cochi e Renato, ma da quel disco non ci aspettavamo veramente niente. Eravamo un gruppo di strada di Barcellona, che poi è stato preso da dei produttori, ovvero l'Istituto Barlumen. Ci siamo detti: "ok, facciamo qualcosa in Italia". Da lì è partito un tour - che non avevamo mai fatto, con un agenzia di booking - che all'epoca non sapevamo nemmeno cosa fosse. E da lì poi è partito anche tutto un processo che man mano abbiamo imparato a controllare.
Ricardo: Prima non avevamo mai provato per bene, l'Italia ci ha dato un'opportunità e l'abbiamo colta.

È bastato un produttore per fari sì che tutto funzionasse?
Ricardo: Il produttore non ha fatto solo il produttore, ma ha fatto anche altro. Ha investito in modo che si potesse lanciare bene il disco e ha preso un bell'ufficio stampa come Parole e Dintorni.
Daniel: Quando suonavamo per strada, l'idea di gruppo finiva lì: ci siamo trovati e ci siamo detti "che figata, facciamo due estati suonando per strada per guadagnarci da vivere". L'idea era che poi ognuno avrebbe continuato il proprio viaggio. Poi invece abbiamo suonato al Les Voix Du Gaou, un festival vicino a Marsiglia, dove suonavano anche Jamiroquai e Pixies, e lì ci siamo detto che magari il gruppo sarebbe potuto andare avanti.

E come ci siete finiti a quel festival?
Daniel: Ci hanno visti mentre suonavamo per strada. Nello stesso mese, quelli della produzione del programma di Fabio Volo ("Italo Spagnolo", in onda su Mtv nel 2006, NdR) ci hanno chiamati per fare una puntata. Lì ci siamo detti: "ma allora forse si può andare oltre al prendere le monete al parco". C'è stata la speranza, anche ingenua, di riuscire ad avere un gruppo che andasse da qualche parte.

Raccontata così sembrate dei miracolati, come se non aveste fatto nessuno sforzo per suonare a festival importanti o a incidere dischi.
Ramiro: In effetti la storia del nostro inizio sembra un po' una favola. Dopo"Banana à milanesa" le cose sono cambiate. Abbiamo lasciato Istituto Barlumen, un po' perché non avevamo più tanta voglia di lavorare con loro, un po' perché non erano dei veri discografici. Daniel: Non volevano investire in un progetto autoriale nostro, credevano semplicemente nell'idea di "Banana à Milanesa".
Ricardo: Era il 2009. Ci siamo guardati e ci siamo detti: ormai abbiamo mollato l'università in Brasile e le nostre famiglie. Non abbiamo più nemmeno la casa a Barcellona, abbiamo girato due, tre anni. Adesso cosa facciamo? Siamo un band o no? Sì, siamo una band. E da lì è partito tutto.



Come vi dividete i compiti?
Daniel: Siamo molto organizzati, ognuno deve fare i suoi compiti.
Eduardo: Io seguo la parte economica, la contabilità e tutta la parte grafica-video
Ramiro: Io seguo Facebook e in questo periodo faccio anche le interviste. E poi la SIAE, la burocrazia.
Daniel: Io gestisco insieme a Ramiro i rapporti con gli uffici stampa, quello italiano e quello brasiliano. Faccio tutta la parte di produzione audio, la registrazione a casa, la parte tecnica, seguo i fonici.

E come siete riusciti a organizzarvi così bene?
Ricardo: No scusate, e io non faccio un cazzo allora? (ridono, NdR)

Ah scusa... mancavi tu, non siamo a abituati a intervistarne quattro alla volta.
Ricardo: Io faccio tutto quello che riguarda la logistica, anche gli orari per andare in bagno. E anche tutti i vari rapporti di collaborazione.
Eduardo: Ci abbiamo messo un po' a organizzarci, perché all'inizio come band tu pensi solo a suonare. Poi invece ci siamo resi conto che potevamo lavorare in autonomia su tutto.
Ricardo: A parte questa divisione fissa dei ruoli, dividiamo le cose in progetti. Scegliamo sempre un capitano, un capoprogetto e noi facciamo riferimento a lui. Può chiedere a tutti di svolgere compiti particolari, ma lui è il responsabile, se il progetto non funziona noi lo bruciamo.

E non esiste un quinto Selton che segue tutto?
Ramiro: No, il quinto Selton è l'unione di noi 4, tipo Captain Planet

Vi aspettavate le polemiche nate attorno al vostro crowdfunding?
Daniel: Per niente.

È una cosa puramente italiana?
Ramiro: Negli Stati Uniti il crowdfunding c'è da un bel po', quindi forse ci siamo persi le prime polemiche...
Daniel: No, non credo ci siano state là. Loro hanno un modo di chiedere che è diverso, sono molto più imprenditori. Il marketing ce l'hanno nel sangue, fa parte della loro cultura. In Italia il crowdfunding è stato visto con un altro sguardo. In Brasile è andata un po' a metà strada.

Come avete preso la cosa?
Daniel: Quando è scoppiato tutto eravamo in tour e dall'iPhone abbiamo letto delle polemiche proprio dal Facebook di Rockit. C'era gente che diceva "Ma andate a lavorare in fabbrica", cose così.
Ricardo: Poi si è capito che quel tizio aveva avuto un'esperienza negativa con il suo gruppo. Il suo input era: non funziona con la musica, allora vado a lavorare e mi permetto la musica con un altro lavoro. La cosa che la gente non sa è che noi abbiamo sempre lavorato, fin da piccoli, e adesso ognuno di noi fa anche dei lavori in più.
Ramiro: Fare musica ha un costo. Per sostenerlo, noi abbiamo scelto il crowdfunding, che vuole dire cercare dei modi creativi e non fregare le persone. Se uno ti dà qualcosa in cambio di qualcos'altro è perché crede in quel progetto e vuole quello che gli stai offrendo. Punto, ciao. Il crowdfunding per noi è stato una svolta. Ancora oggi facciamo con piacere le ricompense, come le copertine fatte a mano o le canzoni dedicate.

Quali siti sono importanti per una band? Voi avete scelto Indiegogo.com
Daniel: Io lavoro a Musicraiser e ti direi quello, ma se vuoi fare un progetto musicale è molto valido anche Pagemusic. Indiegogo e Kickstarter sono super-siti. Però lì non hai nessuna visibilità. Noi su Indiegogo siamo stati tre giorni in homepage e ci hanno fatto qualche tweet e un articolo. C'è tanta gente che crede che il crowdfunding siano soldi magici: tu metti il progetto online e aspetti che arrivino. Ma non funziona così: devi parlare con la tua gente, con i tuoi fan. Non è che puoi dire “adesso ho un progetto internazionale, scelgo Kickstarter e sarà la svolta”.
Ricardo: Abbiamo avuto solo cinque o sei persone che ci hanno conosciuto grazie a Indiegogo e di solito hanno preso il disco in digitale. Poi c'è il grande Howard, mai visto prima: ha comprato il pacchetto in cui offriamo una cover di un pezzo a scelta. C'è gente che ci ha chiesto Paul Weller o Cher... lui invece ci ha chiesto di suonare un suo pezzo. Noi gli abbiamo detto di sì.
Ramiro: Il problema è il pezzo però...
Ricardo: È la musica più sperimentale che abbiamo mai ascoltato
Daniel: Non si capisce nemmeno la melodia.
Ricardo: Lo faremo diventare il pezzo più bello del mondo.

Qual è la prima cosa che una band deve fare per farsi conoscere?
Daniel: Scrivere dei bei pezzi

Ci sono delle cose che non costano niente ma che possono portare soldi?
Eduardo: Una cosa che con noi funziona tanto, anche se non ci porta soldi direttamente, è fare i video. Lavoriamo sempre con video che non costano niente, ma funzionano.
Daniel: Abbiamo comprato una camera da 300 euro e con quella riusciamo a fare tutto. Un'altra cosa che funziona molto e non costa niente è la mailing list. Comunque il consiglio è di leggersi "Rockstar Philosophy". L'ha curato Tommaso Colliva, adesso uscirà anche in America con un capitolo scritto da noi.

In Brasile quanto siete popolari adesso?
Daniel: A Porto Alegre, la nostra città, parecchio, facciamo settecento persone ai concerti.
Ramiro: La cosa bella di questo momento è che abbiamo trovato un partner anche lì, il disco uscirà anche in Brasile

Ragionate in maniera diversa per i due paesi?
Daniel: Sì. Ad esempio, le foto che abbiamo fatto qui, dove ci siamo noi dentro una maglietta gigante e le palme dietro... (quella che apre questa pagina, NdR)
Ricardo: Sono carine no?
Daniel: ... ecco, quelle foto per noi avevano un'atmosfera molto tropicale, che è un po' quello che rappresentiamo. L'idea era di comunicare l'unione di noi quattro, fin dal parco Guel dove suonavamo stretti su una panchina. All'ufficio stampa italiano le foto sono piaciute tanto, mentre quello brasiliano ha detto che sono troppo brasiliane per il Brasile: "voi vivete in Europa, dobbiamo avere la versione europea di voi".



Fate gli stranieri in Italia e in Brasile.
Daniel: Si, è molto saudade questo.
Ricardo: Il concetto di saudade passa anche da questo. Facciamo tutto questo perché stiamo insieme e per questo quella foto ha senso. Riprende i colori... è fighissima.
Daniel: Niente, abbiamo dovuto farne altre.

In Brasile siete considerati tradizionali o suonate strani?
Daniel: Il nostro suono è contaminato e questo è tipico della musica brasiliana: partire da qualcosa di tradizionale brasiliano e mischiarlo con cose esterne. Ad esempio, un ritmo super brasiliano fatto con una drum machine, o un ritmo super tradizionale spezzato. In quel senso è simile l'atteggiamento, come genere musicale invece no: rispetto alle cose brasiliane, il nostro sapore è più internazionale.

Potete consigliarci qualche band brasiliana?
Daniel: Certo: Ceu, Malu, Amarante, Criolo.

Oltre a Italia e Brasile, puntate anche su altri paesi?
Ricardo: Per ora un passo alla volta: Italia e Brasile, poi vedremo. Sicuramente suoneremo sempre di più in Europa e puntiamo ad arrivare negli Stati Uniti.

Che musica italiana si ascolta in Brasile?
Daniel: Eros Ramazzotti, Grignani, Laura Pausini, Pavarotti, Bocelli.
Ricardo: Dente sarà conosciuto presto, potete scriverlo



Voi scrivete tutti e quattro? Come scegliete le canzoni?
Daniel: Vince chi sputa più lontano.
Ricardo: Ognuno di noi scrive e arriva con delle idee, che possono essere un pezzo intero o solo una strofa. Arriva e noi le buttiamo nel calderone Selton, poi facciamo le nostre solite divisioni e c'è chi si occupa più del testo o di altro.
Daniel: Di solito le idee sono tante. Facciamo un elenco di quelle che piacciono di più a tutti e quattro e poi, cosa che abbiamo iniziato a fare principalmente per questo disco, proviamo a capire quali pezzi sono più legati tra loro, per dare una sensazione di unità anche a livello di scrittura.
Ricardo: In questo disco il retrogusto Saudade ci doveva essere in tutti i brani, anche in pezzi allegri come "Piccola Sbronza", che è uno dei primi che abbiamo scritto e comunque parla di un rapporto finito. La saudade passa anche da questo, sono tutte storie, sono vissuti nostri.

Sono tutte autobiografiche?
Daniel: Alcune sono più fantasiose, ma direi di si

Però non c'è nessun figlio di pirati, come cantate in "Across The Sea"?
Ricardo: Non volevo dirvelo, ma... (ridono, NdR)
Daniel: Quella è più una metafora, non vogliamo forzare le interpretazioni. Anche perché sono storie personali, non è che condividiamo la stessa donna...
Ramiro: E' successo (ride, NdR)

Nei testi ripetete le stesse parole in lingue diverse. È perché siete pigri?
Ricardo: No, non siamo per niente pigri. Ci piace che lo stesso pezzo venga capito da un brasiliano e da un italiano.
Daniel: Per noi è molto naturale perché parliamo fluentemente 4 lingue, è il risultato della nostra storia, di come siamo noi.

Piccola Sbronza/Stronza. Vi piacciono i giochi di parole?
Ricardo: Diciamo la verità, è stato un caso.
Ramiro: La prima volta che è uscito ci siamo detti "Mmm... sembra stronza". Anche Tommaso Colliva ci ha detto di fare attenzione alla pronuncia.
Daniel: Al primo provino sembrava molto "stronza".
Ricardo: Poi abbiamo avuto l'ok di Dente, che ha anche cantato nel pezzo.

Ci parlate di "Passato al futuro"?
Ricardo: Bisogna chiamare Dente, il testo è suo. L'avevamo scritto in portoghese e raccontava una storia un po' stile "Ritorno al futuro", con uno spostamento di memorie. Abbiamo provato a fare un testo in italiano, ma Dente ci ha detto che faceva cagare. Però gli ha lasciato qualcosa e poi ha scritto lui il testo, quindi forse non faceva così cagare (ride, NdR). Crediamo che lui abbia voluto parlare di un rapporto in cui si guarda al presente come se fosse già mischiato con un possibile futuro.

Non mi raccontate qualcosa di Eu Naci No Meio de um Monte de Gente?
(ridono per la pronuncia indecente)
Ramiro: Questa è sempre la più bella quando provate a dirla.
Daniel: È l'unica che ho scritto io. La famiglia di mia mamma è del nord est del Brasile, che è la zona da cui arriva tutta la parte più percussiva della tradizione brasiliana, sono ritmi afro-brasiliani e le canzoni sono tutti racconti fantasiosi di un tempo lontano. Così mi è venuta l'idea di raccontare la storia di mia mamma e di mio papà... che poi non è una storia vera, perché mio papà non era un bandito. Mi piaceva molto il riff e mi davano la sensazione che stessi raccontando vite passate.

Approfondendo i testi escono una serie di dettagli, ma è innegabile che partiate con una immagine molto leggera. È voluto, no?
Ricardo: Noi siamo persone tranquille, allegre. Facciamo la stessa fatica che fanno tutti, ma abbiamo un modo diverso di approcciarci alla gente e alla vita. Stiamo bene e questo è tradotto in una musica leggera, che spesso nell'indie italiano viene presa come una parolaccia.

Però non sempre è stata una parolaccia.
Ricardo: È vero, ma oggi sembra che fare testi tristissimi o di protesta sia la scorciatoia per essere profondi o seri. Per noi invece non è così. Per noi fare un disco chiamato "Saudade" e riuscire a metterci dentro un pezzo come "Sono nato in mezzo a un sacco di gente" è un altro tipo di profondità. E' ricchezza culturale, ricchezza di storie.

La musica italiana è solo triste?
Ricardo: Secondo me una band deve rappresentare gli individui che la compongono e un cantautore quello che ha da dire. Bisogna trovare un equilibrio e con questo terzo disco l'abbiamo cercato. Il primo era una specie di progetto, non un disco vero e proprio, mentre il secondo l'abbiamo fatto cercando di esprimerci in qualsiasi modo.
Daniel: Era una necessità
Ricardo: Era catartico, un riflesso di un momento di scoperta, in cui mettere insieme i pezzi senza pensarci troppo. Adesso invece c'è una ricerca.
Daniel: Mentre facevamo il secondo disco ci mancava la consapevolezza. Erano i pezzi che avevamo scritto, Dente ci aveva dato una mano con l'italiano e quindi il disco è stato un po' il risultato di quello che è successo in quel momento lì. Una delle critiche che ci hanno fatto è che era un disco curioso, ma un po' troppo leggero, e quella cosa ci ha stupito, non capivamo nemmeno cosa volesse dire. È una cosa culturale, in Brasile sarebbe stata percepita in un'altra maniera, perché in Brasile tutta la questione della leggerezza è concepita in un'altra maniera.

Ci parlate di Enzo Jannacci, con cui avete lavorato per "Banana à Milanesa"?
Daniel: Era molto italiano, molto milanese, ma, tra gli autori che abbiamo conosciuto qui in Italia, è quello che c'entra di più con il Brasile. Aveva un ironia beatlesiana.
Ramiro: La cosa più importante che ci è successa nella nostra carriera è stata conoscere i suoi pezzi. Noi stavamo appena iniziando a scrivere e nella sua musica abbiamo trovato qualcosa che ci apparteneva. Un po' ci siamo scoperti, grazie a lui. Abbiamo scoperto come fare ridere con cose tostissime.
Daniel: Anche se parla del Duomo, è comunque universale
Ricardo: Anche lui ha un legame con il Brasile, con Chico Buarque, ha anche tradotto alcuni suoi pezzi, come "La costruzione" o "Pedro Pedreiro". Anche "Giovanni Telegrafista" è la traduzione di una poesia di Cassiano Ricardo. Daniel: Questa cosa noi non la sapevamo, così abbiamo deciso di tradurre il pezzo di Jannacci in portoghese. Poi abbiamo scoperto l'originale e abbiamo buttato via tutto quello che avevamo fatto.

Dove vi vedete da qui a cinque anni?
Daniel: Puntiamo a vivere sempre in estate. Vogliamo suonare sei mesi qui quando è estate e sei mesi in Brasile quando l'estate è là.

Qual è la cazzata più grossa che avete fatto in tour?
Ricardo: Abbiamo perso una chitarra in Autogrill.
Ramiro: L'abbiamo appoggiata alla macchina e siamo partiti. Era la mia.
Eduardo: Un anno dopo siamo ripassati dallo stesso autogrill, abbiamo chiesto se per caso l'avessero trovata. Ma niente. (ridono, NdR)

Ci raccontate una barzelletta?
Eduardo:
Cos'è un punto arancione sulla spiaggia? La carota di Ipanema.
 

Commenti (1)

  • GNO 16/04/2013 ore 16:14 @GNO

    SELTON: una tra le realtà più valide e al tempo stesso autentiche del mercato indipendente !

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