Shade

Il rap oltre YouTube Intervista

Il rap oltre YouTube
28/01/2016

Shade è meno giovane di quanto sembri. Shade non è uno youtuber. Shade ha qualcosa da dire che va ben al di là dell'ordinare la pizza in freestyle. Possono sembrare premesse stupide, ma per un personaggio come lui, il cui percorso “artistico” più recente è costellato di piccoli sketch video su Facebook a suon di freestyle, sono punti di partenza importanti. Se infatti, ovviamente, c'è chi si affretta a inserirlo in categorie che lo relegano al di fuori del rap, persino al di là di quello più commerciale, l'uscita di “Clownstrofobia”, il suo primo disco ufficilale, prova a scrollare via qualche etichetta. Lo dico onestamente, non sono mai stato fan delle sue uscite facebookiane e del suo rapporto smaliziato con i social. Soprattutto ero tra quelli che avvertivano con fastidio il suo utilizzo del rap come divertissement. Mi pareva un po' svilirlo, prima di riconsegnarlo a una folla di giovani fan, come se gli si stesse consegnando una bella confezione di nulla. Per questo non mi aspettavo un disco così significativo, quale invece devo ammettere che è "Clownstrofobia", prima uscita ufficiale del rapper torinese.

I social sono un arco, non la freccia”, mi spiega Shade. “Ovviamente c'è un contenuto musicale nei miei video, però è un contenuto di mero show off, quindi un freestyle piuttosto che un extrabeat o giochi di parole. Questo vuole solo spostare l'attenzione sul disco. Per questo poi nel disco ci sono altre cose, non poteva essere solo un insieme di giochi di parole ed extrabeat. Per quanto mi faccia piacere che abbiano un discreto successo sul web e facciano milioni di views, la gente che mi segue meritava un lavoro più maturo.”

Ma essendo così legata la tua immagine ai social, non c'è il rischio che tu venga identificato con quelli? Oggi con i social sembra che qualsiasi cosa tu faccia la debba scrivere li, e ogni cosa che non scrivi li è come se non l'avessi vissuta...
Esatto, specialmente quando si toccano temi personali. Come è successo all'inizio dell'anno, quando è mancato Primo dei Corveleno, che per me era un punto di riferimento, uno dei miei rapper preferiti, e io non ho scritto nulla sui social. Questo non significa che per me non sia stata una sofferenza atroce scoprire della sua dipartita... 

Tu hai scelto comunque un approccio molto personale al rap. Non hai scelto un percorso sicuro, quella dei social non è una strada battuta da tutti. Come mai questa decisione?
Ti posso dire che sono stato io forse il primo rapper a batterla quella strada dal punto dei vista dei social. Poi molti dicono “Ah, sei una webstar, sei uno youtuber”, ma io in realtà non mi reputo tale. Magari faccio dei numeri da webstar, ma non è quello che mi interessa. Per la webstar il video su Facebook o YouTube è tutto. Per me è solo un mezzo. Ho scelto la strada dei social perchè mi sembra un po' quello che va a sostituire quello che è stata la televisione. Con la differenza che sui social c'è una varietà talmente grande, che i canali principali della tv non ti danno, per cui se piaci funzioni, se no la gente non ti guarda. È stata un po' la mia forza, perché poi mi sono costruito un pubblico che va al di la del rap ma che ha imparato ad apprezzarlo fatto a modo mio e adesso mi segue. Nonostante la situazione del rap italiano in questo momento preciso sia in una fase un po' calante secondo me.

Torniamo un attimo al tuo disco, che ti dicevo mi ha abbastanza spiazzato. Quanto lavoro c'è dietro?
Guarda, il periodo di scrittura è durato da giugno a fine ottobre. Volevo preparare un disco e uscire a gennaio, e avevo un bagaglio di cose vissute per cui mi son detto “io delle cose da dire le ho!”. Non le ho dette in "Mirabilansia" perché era un progetto in free download, questo è un disco ufficiale ed era l'occasione buona per dirle. È stato un lavoro vero e proprio. Alle otto ero in studio e stavo li fino all'una, le due di notte. Tutti i giorni così per quattro o cinque mesi, con ogni fine settimana il tour, ogni mercoledì gli Shaday (i suoi video appuntamenti fissi sui social, ndr) è stato un bell'impegno.

Dove ti piacerebbe che arrivasse questo disco? Cosa ti piacerebbe che passasse?
C'è una canzone in particolare nel disco che è "Patch Adams". Mi piacerebbe molto che quel pezzo girasse quanto sono girati i pezzi più “frivoli” che mi riguardano. Non dico che diventsse il mio marchio di fabbrica, perchè è un pezzo molto triste, però che la gente riconoscesse che, cavolo, Shade sa fare anche quello, allora non è solo un cazzone! 

C'è qualcosa che ti rendi conto influenzi oggi la tua musica? A livello proprio sonoro...
Su questo mi aiutano tanto i Drops to Zero (i suoi producer, ndr) perché loro vengono da un background totalmente differente, più legato all'indie rock, all'elettronica. Per dirti alcuni riferimenti sonori arrivano dagli Artic Monkeys, piuttosto che dai The Wombats...

Gli Artic Monkeys poi come attitudine e sonorità che si incastrano bene. Per me un pezzo come Do I Wanna Now è praticamente rap come atmosfere...
Si, mi viene in mente anche "Fluorescent Adolescent", o Teddy Picker. Lui è proprio sfrontato, è irriverente. E mi piace moltissimo chiaramente, troviamo molti punti di incontro in questo.

Del tuo pubblico fanno parte un sacco di giovanissimi. Dovessi dare un consiglio ad uno di loro che vuole approcciarsi all'ambiente del rap, cosa gli diresti?
Guarda, gli direi di non cominciare! Perché se devono cominciare con l'attitudine principale che vedo nei ragazzi di oggi è una perdita di tempo. Oggi cosa fanno? Registrano un pezzo, male, fuori tempo, lo mettono su YouTube, non c'è riscontro e smettono. Questo è il percorso. Se devi farlo così non ha senso. Anche io se mi fossi fermato alla prima canzone che ho registrato e che era insentibile non sarei andato da nessuna parte, e idem al primo contest di freestyle perso. È normale che si perda. Però se vuoi veramente perseguire una strada lo fai a prescindere, ti prendi le scoppole che devi prenderti, perché magari in cameretta sei fortissimo ma fuori è tutta un'altra realtà, e vai avanti.

 

 

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