Shiva - Guarda in anteprima il video di “Fuoco” e leggi l'intervista Intervista

Shiva, tutte le foto sono di Cosimo NescaShiva, tutte le foto sono di Cosimo Nesca
04/10/2017 di

Shiva è uno dei rapper più giovani d'Italia, anzi, forse il più giovane. Ad appena 16 anni è stato messo sotto contratto dalla Honiro, e adesso che di anni ne ha 18, è pronto a tornare con un nuovo disco che arriverà a pochi mesi di distanza dalla prima uscita ufficiale, "Tempo Anima". Intanto l'esperienza in una buona etichetta che crede in lui ha ampliato i suoi orizzonti musicali, facendolo maturare molto come artista, ma non intaccando quella fotta che lo contraddistingue sin dalle primissime rime composte nel cortile della scuola. L'abbiamo incontrato per conoscerlo meglio, e vi presentiamo in anteprima assoluta il nuovo video "Fuoco".

Innanzitutto presentiamoci: perché hai deciso di chiamarti proprio Shiva, ha a che fare con qualcosa di mistico?
All’inizio no, è stata una scelta principalmente stilistica. Ho vissuto per 5 anni in Toscana dove ho avuto modo di conoscere le opere di un writer del posto che si chiamava proprio così. Non era molto forte ma taggava il suo nome ovunque. Se giri per Firenze potrai renderti conto di quante sue firme compaiano ancora sui muri. Capitava di alzarsi una mattina per andare a scuola e trovare la scritta “Shiva” sul tetto di un albergo 5 stelle. Fatta malissimo, tra l’altro, ma in questa maniera divenne l’idolo di noi ragazzi. Alla fine lo conobbi allo skatepark quando ormai aveva già cambiato vita e nome. Il personaggio “Shiva” era rimasto vacante e decisi di adottarlo io, che in quel periodo inziavo ad approcciarmi alle gare di freestyle e dovevo scegliermi un nome forte. Mi piaceva come impattava “Shiva”, era stiloso. Non so se mi abbia segnato la strada ma crescendo il suo risvolto mistico è andato sempre più a braccetto con la mia musica.

Per tutti i tuoi fan e per chi ancora non ti conoscesse, mi piacerebbe fare un po’ di chiarezza sulla tua vita. Hai vissuto in Toscana ma, se non sbaglio, sei di Legnano?
La mia è una storia street che ha preso questa piega in Toscana dove passavo le giornate a farmi male sulla tavola, È qui che ho scoperto il freestyle anche se ancora non ne facevo veramente parte. Però io sono nato in Lombardia e ci sono tornato per frequentare le superiori. La moda del freestyle aveva ormai preso piedi e tutti i ragazzini dell’istituto erano completamente in fotta. Io sono stato da subito uno dei più talentuosi, mi piaceva questa cosa di incastrare le rime.

A proposito di scuola, leggendo i commenti ho notato come molta gente si chieda se la frequenti ancora.  Ora che il tuo rapporto con la musica sta diventando sempre più professionale, tra concerti e impegni promozionali, riesci ancora a gestire i due ambiti?
No, infatti non vado a scuola, l’ho lasciata in primo superiore, quando mi hanno bocciato. Credo che le gare di freestyle non abbiano giocato a mio favore. I prof non le vedevano di buon occhio. Giù in cortile si formavano gruppi di 200-300 persone a seguire le battle e comunque ai docenti non piaceva si fomentassero così gli studenti. A dicembre del mio secondo anno alle superiori è arrivato il contratto con Honiro quindi poi ho deciso definitivamente di mollare. Ho provato a frequentare le serali, ma la mia carriera musicale è ormai più avviata di quella accademica. Sono sincero, è stato una scelta difficile, non consiglierei a nessun ragazzo di lasciare la scuola. La cultura è la cosa più importante, quello che detestavano personalmente era il sistema scolastico. Nelle battle a volte le rime ruotavano anche intorno ai professori ma loro non hanno proprio saputo spingere la nostra creatività. Non capivano come questo fosse anche un modo con cui i ragazzi si conoscevano e dedicavano le proprie energie a qualcosa di costruttivo. Ci hanno tarpato le ali, volevano a tutti i costi che la smettessimo. Quindi anche nelle mie canzoni ho voluto parlare pochissimo del mio rapporto con la scuola, ho deciso di intraprendere la mia strada e di dimostrare il mio valore così. Ormai questa cosa è diventata un lavoro. In effetti mi piacerebbe sbattere in faccia il mio ultimo album alla professoressa d’italiano.

Quindi è cominciato tutto a scuola. È lì che hai deciso di diventare un rapper? Come sei entrato a far parte di questo mondo? Ti sei cimentato prima con le battle e le gare di freestyle o avevi fin da subito l’idea di scrivere canzoni?
Ho passato almeno due anni a praticare solo nei saifa e in seguito ho cominciato a farmi strada nel mondo dei contest. Avevo 15\16 anni, ma battevo già gente molto più grande di me e così ho iniziato a girare per il nord Italia. Il mio caso ha suscitato scalpore e molta gente mi ha incoraggiato a incanalare la mia creatività in qualcosa di più concreto. Quando ho cominciato non avevo neanche idea di come si potesse scrivere un testo, l’idea delle canzoni si è fatto largo molto più avanti quando ho preso coscienza delle mie capacità. Prima ero solo un modo per stare con gli altri ragazzi, per divertirsi e fare situazione.

Quali sono stati i primi artisti che ti hanno veramente influenzato?
Quando ho iniziato ad ascoltare rap circolavano già i primi pezzi, non dico commerciali, ma comunque famosi dei Club Dogo e di Fabri Fibra. Ma il primo brano rap che ho ascoltato credo sia stato “Dentro una scatola” di Mondo Marcio. Tutto il resto è venuto dopo. “Solo un uomo” ritengo sia uno degli album più importanti dell’intera storia dell’hip-hop italiano. Certamente lo è stato per me.

Ma nelle tue canzoni sono evidenti anche altre influenze musicali. Avendo frequentato uno skatepark per tanti anni ti sarà capitato ti ascoltare generi diversi?
Allo skatepark ho ascoltato di tutto, dal rock al punk californiano, ma anche rap old school. Il rap italiano, il rap più moderno, l’ho scoperto intorno alle prima/seconda media e non ho più smesso di ascoltarlo. Molte influenze le ho ricevute anche allo studio di Rho dove ho registrato “Tempo Anima”. Anche se ero già stato scritturato in Honiro, ho voluto registrare qui il mio primo album perché mi sentivo a casa. Era uno studio di amici, ragazzi più grandi di me che si occupavano principalmente di metal. In effetti mi hanno aiutato a prendere una piega differente da tutto quello che era già uscito.

I Punkreas invece li conoscevi già da tempo perché provenivano dalle tue zone? Come è nata questa collaborazione?
Sono di Parabiago, un paese che praticamente confina con Legnano, ci siamo conosciuti e ci siamo affezionati moltissimo. Loro mi hanno sempre spinto, mi hanno portato in tour ad aprire i loro concerti dandomi la possibilità di calcare i palchi più grandi del nord Italia.

Potrei anche sbagliare, ma credo che una sfumatura del tuo stile sia dovuta a Noyz Narcos. Mi riferisco soprattutto all’attitudine cruda e violenta, a tratti persino dark, dei tuoi testi. Però bisogna anche riconoscere che il tuo stile si sta evolvendo in una direzione maggiormente poetica, quasi narrativa, rispetto a questi artisti. Oltre al rap quali sono le tue principali fonti d’ispirazione?
Noyz e tutta la cricca romana sono l’esempio italiano perfetto. Loro hanno sempre avuto un’attitudine real ma molto cruenta, cupa. Questi penso siano gli aspetti che mi ci accumunano di più. Parlavano delle cose che gli succedevano, della loro vita, degli amici (che poi è un po’ quello che sta facendo la trap al giorno d’oggi) ma ponendosi in maniera molto più cruda. Le loro basi erano fichissime ma i nostri dischi penso siano più suonati. Comunque "Verano Zombie" è uno dei miei album preferiti ed è arrivato esattamente quando io stavo cominciando a maturare le mie “stranezze”, mi piaceva già leggere e scrivere. Noyz mi ha dato una specie di imprinting musicale che poi io ho evoluto in questa direzione maggiormente narrativa grazie a tutto quello che ho assimilato negli anni. Il mio primo album “Tempo Anima” è stato fortemente influenzato dalla “Via del guerriero in pace” e più in generale da tutti i libri sulla cultura giapponese e dalla filosofia e la poesia orientale, ma anche Orwell. Vorrei ribadire che lasciare la scuola è una cazzata, vorrei fosse chiaro a tutti i ragazzi come la cultura può avere un ruolo di rivalsa. In un certo senso la scuola mi ha anche aiutato a maturare quella rabbia che ho poi riversato nei testi.

Quindi essere bocciato, in qualche maniera, ti è servito?
Assolutamente sì. Puoi essere una nullità, ma con un po’ di cultura puoi dimostrare a tutti chi sei. Io ho cercato informazioni per canali alternativi a quello scolastico ma le ho sempre cercate. Anche le ragazzine che “non ci stavano” hanno alimentato le mie forze. Ormai anche se sono molto giovane, a 18 anni, la situazione è completamente mutata.

In canzoni come “Ragazzi Miei” parli dell’odio ingiustificato che la gente sembra provare l'una per l'altra. Perché le tue canzoni sono così incazzate, sei veramente una persona così cupa?
Il rap a me ha dato questo: la mia chance nonostante la scuola, la possibilità di confrontarmi alla pari con gente col doppio della mia età. Volevo dimostrare di saper scrivere e questa mia rabbia si è riversata nei testi, volevo dimostrare che a scrivere ero uno dei più forti, volevo essere il migliore. Penso che in me si siano rispecchiati molti ragazzi che magari andavano male a scuola o avevano altri problemi (una situazione familiare difficile ad esempio) che sono però consapevoli del proprio valore. Da tutte queste pulsioni è partorito il mio stile cupo e violento, ma si tratta pur sempre di attitudine stilistica. Io so che i ragazzi intelligenti sanno scindere il significato delle mie frasi: quando parlo di morte o di Satana sto semplicemente cercando di mandare un'immagine forte che possa avere un impatto potente. Si tratta appunto di caratterizzazione stilistica. Io non devo dissare nessuno, ci sono cose più importanti nella vita, la mia è una voglia di riscatto personale in senso più ampio.

Il rap è diventato un genere talmente mainstream che forse non ha neanche più senso parlare di underground. Ho discusso con gente molto più anziana di noi che, a differenza nostra, il rap in Italia l’ha vissuto fin dalla nascita. Mi hanno suggerito questo parere: il termine underground, al giorno d’oggi, è accostabile solamente agli artisti hardcore (portandomi come esempio più emblematico Kaos). Hardcore è un termine che credo si sposi bene con la tua musica. Tu che ne pensi?
Mi fa piacere questo complimento. Forse sì, ad esempio “Corvi” e “Buio” sono due canzoni molto hardcore. Tutto “Tempo Anima” poteva esplodere come implodere perché era un disco con una certa attitudine, ma uscito sotto la Honiro che, comunque, è una specie di major del rap. Credo gli artisti underground si siano fottuti da soli facendosi battaglia, temendo di più l’ombra del successo altrui piuttosto che pensare alla propria musica. Una cosa che nella trap in Italia non è successa, gli esponenti della trap l’hanno vissuta come un’opportunità per farsi luce a vicenda. Io non voglio produrre nulla che sia già stato suonato, “Corvi” suona come un pezzo hardcore, ma come un pezzo hardcore moderno. Io voglio impattare sui ragazzi più giovani di me con violenza, come lo avrebbe potuto fare un pezzo hardcore negli anni '90 su un ragazzo di allora. Voglio portare la stessa cattiveria di un pezzo hardcore ad un pubblico più ampio.

La Honiro è un’etichetta storica del rap italiano. Cosa ha voluto dire ritrovarsi in una realtà così professionale alla tua età?
È stata sempre un’etichetta che ha spinto i giovani, ha creato un sacco di eventi e ci ha messo in apertura a un sacco di artisti importanti. Puoi anche sognare un contratto in Sony o alla Universal, ma un’etichetta che crede in te quando parti da zero ha tutto un altro valore, ho avuto una fortuna immensa. Il primo anno non mi sono solamente sentito oppresso da una responsabilità pazzesca, non l’ho proprio capito, ero spiazzato, non sapevo pormi in termini così professionali e ho registrato “Tempo Anima” a un livello quasi amatoriale. Dal 2017 invece abbiamo iniziato a lavorare veramente a stretto contatto con la Honiro e le cose si sono fatte diverse. Ormai vivo tra Milano e Roma e ho iniziato a girare per tutta Italia.

Hai collaborato principalmente con rapper di questa etichetta ma, al di fuori, chi sono gli artisti italiani che preferisci al momento o con chi ti piacerebbe scrivere una canzone?
Non voglio fare il presuntuoso, ma in Italia secondo me c’è un sacco di gente che recita e che musicalmente produce fuffa. Artisti che fanno uscire due o tre singoli l'anno e che, non appena hanno un po’ di notorietà, si sentono in diritto di sparare la propria su tutto. Io sono sempre stato zitto, quel che avevo da raccontare l’ho raccontato nelle mie canzoni, non ho mai dissato nessuno, ho fatto sempre e solo parlare la mia musica. Mi sono piaciuti molto gli album di Mostro, di Maruego, di Vegas e di Achille Lauro, sono album dall’impatto violento, totale, anche visivo non solo nei testi. È gente che ha messo le palle sia fuori che dentro al disco. “Pizzicato” di Izi è un altro album da top 5 di quest’anno. È un bell’album perché ha saputo far parlare la sua storia e il suo background. Se vogliamo parlare di album belli in Italia ne escono a decine. Ma parlo di album ben prodotti, ben distribuiti, quando quello che fai rispecchia realmente quello che sei allora un album ha veramente valore. Quindi sì, ci sono tanti artisti che rispetto in Italia, ma loro giocano in seria A. Io non voglio sovraespormi, voglio volare basso, fare uscire quest’album, vedere i feedback che riceverò e poi sicuramente dal prossimo collaborerò con qualcuno.

All’estero, invece, chi ascolti?
Il rap italiano l’ho ascoltato molto di più da piccolo. Dovendo partecipare alla gare di freestyle avevo la necessità di sentire tante parole, gli incastri, imparare le rime… Invece adesso ascolto molto più rap straniero perché devo concentrarmi sul flow. Guardo principalmente all’America perche è lì che si detta legge. Ci sono cinque artisti in particolare che io chiamo i “Big Five”, i cinque senatori dell’hip hop mondiale che gestiscono il gioco: Travis Scott, Young Thug, Kanye West, Kendrick Lamar ed Eminem, anche se non esce da anni. Non tutti questi sono fra i miei preferiti ma loro sono quelli da cui si sono poi diramati altri mille gruppi, sottogeneri, che fanno roba più particolare. Dai grandi impari quanto questa cosa la devi fare bene, dai piccoli come farla. Gli artisti più piccoli possono permettersi una spontaneità, un istinto che il big non può permettersi. Ti gasano, ti mettono rabbia addosso. Il big invece ti impacchetta un prodotto perfetto. Con un artista più piccolo è più facile trovarsi nella stessa situazione, immedesimarsi. Non si tratta di copiare, è una specie di “fotta emotiva”.

Il 2017 è stato il tuo anno. A gennaio è uscito “Tempo Anima” e a breve uscirà il tuo nuovo album ufficiale. Il tuo nome nell’ambiente però circolava già da tempo. Il nuovo singolo “Ragazzi Miei” apre decisamente le porte alla nuove sonorità trap. Hai semplicemente deciso di metterti in gioco o dovremmo aspettarci qualcosa di diverso dal tuo nuovo lavoro? In generale, come è cambiato il tuo approccio ad un album nel tempo e in cosa sei cambiato tu come artista e come persona?
Io sono stato scritturato dalla Honiro quando all’attivo non avevo ancora un disco ufficiale. Anche “Tempo Anima” non lo era ma è stato comunque un disco distribuito. In ogni caso, ero già un artista forgiato nelle rime, un artista che, nonostante la giovane età, aveva già passato qualche anno di gavetta. A Milano ho potuto conoscere altri rapper come Nerone che mi hanno indirizzato su questa strada. Ora che sono un po’ più grande ho capito che la musica non è solamente talento e ispirazione, ma è anche pianificazione e marketing. Mi si è aperto un mondo che nemmeno immaginavo. Ora ho capito come girano veramente le cose, non si tratta più di vendere le 200 copie in quartiere. “Tempo Anima” non era solo un disco che rappresentava me stesso, ma era un disco che rappresentava il me stesso ingenuo. È un album che volevo far uscire a tutti i costi, che ho voluto registrare in uno studio di amici. Ma ero troppo immaturo, ho fatto molta fatica a registrarlo. Mi ci ero approcciato nella maniera sbagliata, con troppa frenesia, in un’ottica “faccio uscire l’album e vediamo come va”. Io non voglio limitarmi ad essere un bravo rapper, voglio essere un artista a tutto tondo, e per essere un artista è necessario avere delle basi solide, dei piani ben programmati. Questo non vuol dire snaturare se stessi ma bisogna imparare a pensare come Guè Pequeno.
Mi sono costruito un team con cui ho registrato i nuovi lavori, mi sono attivato sotto mille fronti come quello dei social, col prossimo album usciremo con molti più video, il mio rapporto con la musica si è fatto certamente più professionale. A quel punto la musica non è più solo rime, volevo arrivare oltre, e per arrivare oltre devi saperti confermare ogni anno con qualcosa di nuovo. Voglio uscire con un altro album totalmente differente entro la fine dell’anno per dimostrare quanto so stare sul pezzo. Viaggiare all’estero e conoscere nuovi produttori ha ampliato il mio orizzonte musicale, ma la mia attitudine rimarrà sempre la stessa. Voglio cambiare le sonorità, anche per portare questa rivoluzione a un pubblico più ampio possibile. Voglio portare gli stessi contenuti a ragazzini ancora più giovani di me, voglio farmi valere nel rap game nonostante i miei 18 anni. Non sto dicendo che “Tempo Anima” sia stato un disco improvvisato, ma adesso inizio a fare sul serio.

Tag: nuovo video intervista rap italiano

Commenti (6)

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  • Mario Miano 05/10/2017 ore 12:38 @mario.miano.39

    Ciao Sergio, ma che cosa ti toglie un articolo così lungo? Io non conoscevo Shiva e dopo l'articolo l'ho ascoltato e mi è piaciuto di brutto. Un tempo questo si chiamava giornalismo o critica musicale: c'erano le next big things, le radio se la facevano a gara per passare per primi il pezzo che sarebbe andato forte. Oggi sui giornali di musica trovi solo morti e nomi di cui parlano già ampiamente i blog mesi prima mentre la situazione nelle radio è da brividi: non esiste un'alternativa anche minima per chi ami ascoltare musica nuova, non possono passare la trap perchè i ragazzini che in maggioranza l'ascoltano non hanno i soldi per comprare i prodotti che la pubblicità passa per radio. Veramente mi sento di congratularmi con Rockit che riesce ancora a mantenere uno spirito musicalmente vero. In bocca al lupo a Shiva e per favore dateci articoli del genere anche più lunghi!

  • Paolo Campana 05/10/2017 ore 14:49 @paolo.campana.501

    Trovo invece interessante scendere un po' di più nell'animo di un artista e scandagliare i suoi pensieri, la sua storia e anche i suoi desideri, sono personalmente stufo di vedere delle figurine asettiche che si muovo in rete o nei talent, è bello vedere e sentire invece persone che credono in quello che fanno e che mettono la propria creatività sul piatto, non solo per una sfida fine a se stessa, ma per necessità espressiva, perché hanno da dire qualcosa... quindi grazie per avermi fatto conoscere Shiva e avermi fatto incuriosire su questa nuova generazione di ragazzi che vanno oltre la rima!
    P

  • Chiara Longo 05/10/2017 ore 15:36 @vanabass

    Sergio Villarreal ciao, qui Chiara, caporedattore di Rockit. Mi spiace ma non condivido né capisco a pieno il senso di un commento simile. L'intervista con Shiva è stata interessante e profonda, e sì, anche lunga, ma mai come nel caso di artisti così giovani è importante riportare integralmente i loro pensieri e la loro attitudine, dando lo spazio giusto (lungo o corto che sia) a chi ha qualcosa da dire.

    Inoltre se segui normalmente Rockit, saprai che le nostre interviste sono quasi sempre così. Teniamo molto alle conversazioni con i musicisti e non vogliamo di certo limitarci a domande banali o a informazioni facilmente reperibili altrove (e in formato magari più stringato) ovunque sul web. Avremmo di certo accettato e fatto tesoro di una critica sulla qualità del contenuto, ma un commento sulla "lunghezza" di un pezzo non l'avevamo mai ricevuto.

  • Sergio Villarreal 05/10/2017 ore 18:36 @sergiovillarreal17

    Era solo un parere personale, nessuna critica negativa.
    Rock.it mi piace ma gli articoli lunghi non li leggo mai... Salute

  • Mario Miano 06/10/2017 ore 12:18 @mario.miano.39

    Vorrei segnalare uno spunto che offrono gli ultimi 2 commenti, di Chiara e la risposta di Sergio: quest'ultimo ha semplicemente affermato una verità che riguarda una tendenza conclamata dell'era internet. Tuttavia la risposta stessa di Chiara è un segnale incoraggiante per ristabilire l'importanza del giornalismo anche durante la stessa era internet. Voglio semplicemente dire che non è necessario sforzarsi di centrare il gusto di chi per esempio (anche in maggioranza) vuole leggere a pillole gli articoli. Il giornalismo crea i gusti e li influenza. Tornando al discorso delle radio, siamo proprio sicuri che se nascesse una radio che passa in 60 minuti le nuove di Shiva, Melanie di Blasio, Germanò, Armand Van Helden, Gianna Nannini, Zola Jesus, Amari, The War on Drugs, Colapesce e Torres andrebbe male con gli ascolti? Siamo sicuri che in Italia esistano solo very normal people senza eccezioni? E siamo sicuri che se queste eccezioni esistano non muovano alcuna economia? Evitando di esprimere giudizi sulle radio di oggi, quello che risalta è la mancanza di alternativa. O di democrazia se volete

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