Siamo quelli che suonano: a tu per tu con i Verdena

"È il disco con più estremi della nostra discografia. Da Gino Paoli ai Suicide". Abbiamo incontrato il trio per parlare di "Volevo magia", settimo disco 7 anni dopo l'ultima volta. Tra giri a tavoletta sul camion del vicino, le compilation del Giorgio, zio dei Ferrari, e l'odore nauseante di Milano

Verdena - foto di Paolo De Francesco
Verdena - foto di Paolo De Francesco

Nella sala riunioni di Universal c’è solo Roberta. Sul tavolone, oltre a qualche vinile del nuovo album, svetta un walkman tutto giallo in condizioni perfette. Anche le cuffie sono color canarino. Il resto dei Verdena? Sparito. Iniziamo comunque l’intervista, una piacevole chiacchierata che inizia dalla colonna sonora del film America Latina, uscito a inizio 2022, e passa poi a Volevo magia, ritorno tanto invocato a sette anni dall’ultimo Endkadenz. Quando ormai mi rassegno all’idea che i fratelli Ferrari non si paleseranno mai, entra nella sala Alberto, con la sua aura che lo fa sembrare sempre fuori posto in ogni posto che non sia il suo studio, il pollaio. Qualche minuto più tardi finalmente arriva anche Luca, che poi si scopre essere il proprietario del walkman.

In una tempolinea che sembra ormai un’unica, gigantesca cattiva notizia, è rincuorante sapere che una delle migliori band della storia di questo Paese – e protagonista della prossima puntata di Venticinque, il podcast realizzato da Rockit in collaborazione con LifeGate Radio – non solo è tornata. Ma è tornata pure in forma. Volevo magia è per filo e per segno un bell’album dei Verdena: un rollercoaster estremo di generi e mood messo insieme da persone che semplicemente sanno scrivere, arrangiare e suonare bene le canzoni. Fine. E se non è mai stata una cosa da poco, lo è ancora di meno di questi tempi.

I Verdena - foto di Paolo De Francesco
I Verdena - foto di Paolo De Francesco

Stai ascoltando qualcosa d’interessante in questo periodo?

R: Mah, ti dirò che non ascolto più tantissima musica dal 2016. Lì ho proprio smesso di ascoltare musica. Avevo proprio bisogno di una pausa. Ho ricominciato a riascoltare qualcosina solo di recente, tipo il nuovo disco degli Arcade Fire. Sono anche andata vederli sabato.

E com’è stato?

R: Bomba.

Per la colonna sonora di America Latina avevate fatto interviste?

R: No, assolutamente niente. Perché appena finita la colonna sonora abbiamo ricominciato a lavorare sul disco, quindi non avevamo tempo.

La colonna sonora però era composta perlopiù da materiale che già avevate da parte, no?

R: Non propriamente. Abbiamo spedito ai registi del film, i fratelli D’Innocenzo, un vecchio lavoro fatto da Luca nel 2010/11. Era un progetto che aveva fatto da solo, a nome Fenuk, registrato su un quattro piste. Tutte tracce strumentali da un minuto e mezzo, massimo due minuti. Principalmente erano suite di tastiere e synth. C’era anche qualche chitarra, ma cose molto semplici perché lui non la sa suonare molto. Abbiamo sempre pensato fosse una cosa molto cinematografica, come progetto. Così l’abbiamo mandato ai registi così com’è.

E loro?

R: E loro tra queste 27 tracce ne hanno scelte due, chiedendoci di sviluppare l’intera colonna attorno ai temi, ai motivi di queste due. Da lì abbiamo tirato giù le note dei riff e ci siamo sbizzarriti a suonarli con ogni tipo di strumento.

Era la prima volta che facevate una cosa simile?

R: Sì, per un film sì. È stata fatta abbastanza di fretta. Loro giravano mentre noi facevamo la colonna sonora. Quindi non abbiamo potuto vedere niente se non a prodotto finito. Scrivevamo su indicazione verbale dei registi, quindi è stato abbastanza impegnativo perché quello che può significare “più dark” per te è diverso da quello che vuol dire per me. Ma nel film vero e proprio alla fine c’è poca musica. Ci sono molti meno minuti di quelli che poi abbiamo messo sul disco stampato.

Volevo magia invece è il settimo disco uscito a sette anni di distanza dall’ultimo, Endkadenz.

R: Sì, però non è che ci abbiamo messo sette anni a farlo. Ci abbiamo lavorato non così tanto alla fine. In un paio di anni, tra il 2017 e il 2018, abbiamo scritto buona parte dei brani: Chaise Longue, Pascolare, Certi magazine, Dialobik, Cielo super acceso e X sempre assente. E ovviamente anche altri che però non sono finiti nel disco. Quindi, in teoria, nel 2018 poteva già esserci un album. Però Alberto voleva scrivere altri brani per poi scegliere i migliori. Poi è arrivata la pandemia e i progetti paralleli che hanno avuto loro, quindi Dunk e Animatronic per Luca e I Hate My Village e un’altra colonna sonora per Alberto. E io nel frattempo ho fatto tre bambini. In pandemia ci siamo fermati per un paio di mesi, dopodiché ci siamo ribeccati in studio e ci sono usciti questi nuovi brani in poco tempo: Crystal ball, Volevo magia, Sino a notte, Paladini e Nei rami. Quest’ultima doveva far parte della colonna sonora, ma non andava bene perché era cantata.

[Alberto entra nella sala. Ci salutiamo. Dopo qualche minuto arriva anche Luca]

Adoro come nel video di Chaise Longue, da bravi bergamaschi, abbiate usato come chaise longue il cassone di un camion da muratore.

R: Ah, cazzo non ci avevo pensato!

A: Di fatto il camion è del signore che abita di fronte alla nostra sala prove, e tra altro ne è anche il proprietario. Non sapevamo chi chiedere. Poi ci siamo ricordati: “Figa! Chiediamo al Giordano!” E tra l’altro lo guida proprio lui nel video.

E lo guida con un piede discretamente pesante, o sbaglio?

A: Sì, andava velocino perché avevamo un timing ben preciso.

R: Gli abbiamo chiesto noi di non andare troppo piano. Ci siamo divertiti. Era tardo pomeriggio e mentre passavamo salutavamo i ragazzi che facevano aperitivo lì ad Abbazia di Albino.

A: Ci hanno visto passare almeno due o tre volte. Chissà cosa avranno pensato. Facevamo lo stesso giro, in cerchio, passando davanti al pollaio e scendendo giù in trada.

Non vivete più lì?

A: No. La casa che vedi nel thumbnail del video è quella dove vivevamo io e mio fratello da piccoli, fino al 2000. La prima sala prove è stata lì. Prima al piano di sotto, poi al secondo piano, poi in soffitta, poi ci hanno detto basta in casa. E siamo andati nel pollaio lì di fronte.

E ora dove vivete?

R: Luca sta ancora più in montagna, Alberto sta a Bergamo e io in un’altra valle più verso i laghi.

Non ci avete mai pensato di vivere, chessò, a Milano?

A: No, direi di no. Alienante, delirante e poi l’odore mi manda fuori di testa. Stiamo semplicemente nel nostro posto. Penso sia normale. Prendi anche altri gruppi tipo i Marlene Kuntz. Non penso si siano mai spostati da Cuneo. I sardi invece si spostano perché lì in effetti non si può fare molto, se penso a Iosonouncane o Salmo.

L: Per me è più facile vivere in un paese piccolo. Suonando ed essendo spesso in giro, non ci devo vivere sempre.

I Verdena nel bosco - foto di Paolo De Francesco
I Verdena nel bosco - foto di Paolo De Francesco

Che effetto fa essere in una band famosa e in un paesino piccolo allo stesso tempo?

R: Beh, oddio “band famosa” non saprei. Negli ultimi sette anni mi avranno fermato tre persone in giro.

A: Nel paesino in Valle? Lì lo sanno tutti chi siamo. Un giorno stavo comprando le sigarette e il tipo mi fa: “Ah, tu sei quello del disco nuovo” (ride, ndr). Cazzo, non dei Verdena, “il disco nuovo”! Poi, vabbè ci sono alcuni fan che vengono lì davanti allo studio o al nostro bar.

R: Lì ad Abbazia ci conoscono come “quelli che suonano”. Fai conto che, quanto facevamo tardi allo studio e chiamavamo per ordinare a domicilio le pizze, dicevamo “siamo quelli che suonano”. E ovviamente loro capivano al volo.

A proposito di studio: siete degli invasati di strumenti, effetti, eccetera?

R: In passato lo siamo stati di più. Ma non c’è più quella fotta.

A: Be', le robe che abbiamo preso quest’anno sono belle, però, eh.

L: Soprattutto sui pedalini c’è sempre stata una ricerca.

Perché comunque percepisco un ritorno a sonorità più dure rispetto a Endkadenz.

A: Io Endkadenz lo percepisco più pesante di questo. Musicalmente più cupo e anche più distorto. Su Endkadenz è distorto qualsiasi cosa che senti. Anche la batteria era molto effettata. Erano tutte robe che chiunque ti avrebbe sconsigliato di fare. Il nuovo disco è più pulito da quel punto di vista. Stiamo di solito in una stanzetta che è tre volte più piccola di questa, quindi il suono più o meno è sempre quello.

Abbastanza spiazzante la title track che è praticamente un pezzo hardcore. Che è successo?

R: Quel brano lì non è nato così. Era una canzone con un arrangiamento lentissimo che durava quattro minuti e mezzo abbondanti. Poi è successo che una volta per ridere l’abbiamo fatta hardcore.

A: Ma perché era lunga, cazzo, era lunghissima. Allora abbiamo detto: facciamola a manetta. Abbiamo scherzato per un po’. Poi in realtà l’abbiamo tenuta così, piuttosto che buttarla via.

L: È nettamente migliorata rispetto alla prima versione, che era molto più cerebrale. Dovevi impegnarti, catalogare tutti i passaggi. Invece qua succede tutto in maniera più velocemente, più semplice e senza ghirigori.

A: Alla fine il disco, a parte quelle chitarra-voce, è tutto chitarra-basso-batteria. Le sovraincisione sono poche, penso cinque.

Crystal ball è una delle meglio riuscite, senza contare il throwback anni ‘90.

A: Vabbè, se scrivi questa cosa che sto per dire tutti penseranno che sono stronzo: il ritornello all’inizio faceva tipo “take me to your instant Pauuuuul”. Si chiamava Paul all’inizio il pezzo. Solo che come lo metti in italiano Paul? Cazzo devo fare con Paul? Non sai quanto cazzo ci ho messo ad arrivare a Crystal ball. E solo lì è nato il testo. Perché prima dovevo scoprire cosa dire lì, sul Paul.

Quindi anche tutta la parte sull’estro.

A: Quella in realtà è stata piuttosto facile. In inglese era “extro”. “To point is too flat”. E in italiano è diventata: “Tu poi sei super”. È stato divertente. Pensa che all’inizio mi era venuto “mestruo” al posto di “estro”.

L: Estro era meglio.

A: Più che altro perché a una certa dico “Io già succhierei”. E mi ricordo che facendolo ascoltare a un’amica mi ha detto “ma che cazzo dici?”. E poi arriva, “l’estro”. E lì allora ha capito. Però sai, succhiare il mestruo non è il massimo. Non mi piace essere volgare, perché distoglierebbe l’attenzione dalla musica. È stato un testo un po’ difficile da scrivere per le metriche. In inglese invece era normalissimo.

Non vuoi essere volgare però mi ricordo che Bello Figo te l’ascoltavi volentieri.

A: Ah beh sì in furgone sempre, a manetta. Con lui la volgarità ci sta di brutto. Se scrivesse i miei testi lui non sarebbe un granché. Lì è proprio l’opposto, è bello il testo. Lui è il top con la sua vocina. “STASERA SCOPO”.

Luca, che cassetta c’è nel tuo walkman?

L: Questa? È una compilation del Giorgio. Nostro zio faceva compilation.

A: Lui ha requisito tutte le robe dello zio.

L: No, non è vero. Questa è una copia. Perché lui figurati che faceva la prova prima della compilation vera e propria. Tutte scritte perfette, tutte catalogate. Ma poi c’è dentro di tutto, da Gino Paoli ai Suicide nella stessa cassetta. Era estremo, completo. Musica cubana.

A: Anche lui (Luca, ndr) faceva delle compilation così nelle prime tournée. E l’idea di Wow, proprio del disco in sé, è uscita da queste compilation. Anche Volevo magia però: se uno mi chiede qual è il brano più rappresentativo non ne ho idea. Questo è il disco con più estremi della nostra discografia. Anche qui: da Gino Paoli ai Suicide. Alla fine siamo noi, non c’è un cazzo da fare. Appena canto in italiano me ne accorgo. Prima, quando tiro giù le parole in inglese non mi sembra, poi però in italiano il testo fa tantissimo della nostra musica. Anche se cerco di non dargli troppo risalto. Ci sono tante parole che ricorrono spesso, per il semplice fatto che non ce ne sono molte in italiano per avere certi suoni. Cerco di andare oltre ma spesso non riesco.

Prendiamo come esempio Paladini, dove ti rivolgi a una seconda persona: è esterna o interna a te?

A: In quel caso è esterna. Può anche capitare molte volte che sia interna. Ora per rispondere bene dovrei riguardarmi tutti i testi. Molti di questi li ho scritti cinque o sei mesi fa. Quindi è un po’ come se fossero nuovi per me.

 

Vi capita mai di non ritrovarvi più in una vostra canzone?

A: Sì, ma non tanto per il testo. Più che altro perché non ci ritroviamo più nella musica. C’è da dire che a volte è successo anche per le parole. Tipo di Ultranoia non mi piaceva il testo, tant’è che dal vivo lo cambiavo sempre.

L: O anche Nova, con quel dadada.

A: Dudù-dadadà!

E invece odiare proprio una canzone? Tipo Kurt Cobain che odiava Smells Like Teen Spirit?

A: La detestava in quel momento. Fosse vissuto oltre gli anni Novanta sicuramente avrebbe superato anche quello.

R: Anche noi nel 2001 avevamo il rigetto di Valvonauta. Non era odio, però ci chiedevano di fare sempre quella e in qualche modo te la facevano odiare.

A: Perché sembrava che fosse tutto ridotto a quello. Però poi con gli anni l’abbiamo superato. Ci piace ancora molto suonare Valvonauta. Molto divertente anche il testo.

Robi, è vero che volevi che l’album si chiamasse Sette?

A: Sì ma Sette sataniche, eh non il numero (ride, ndr).

R: Sì, mi piaceva il Sette. C’è comunque un VII sulla copertina. Ma io non valgo un cazzo per i titoli. La mia parola non vale un cazzo.

A: Ma no, dai. Ci piaceva, era la seconda opzione ma non era bello da vedersi.

L: Era anche un po’ troppo semplice forse.

La copertina di
La copertina di

È comunque una democrazia: se a te piaceva e ai fratelli no, c’è poco da fare. La maggioranza vince.

R: Eh.

A: Ma no, dai. È semplicemente che io e Luca molto spesso siamo d’accordo sulle stesse cose. Vincerebbe comunque la democrazia. È andata Robi, ormai sei sputtanata (ride, ndr).

C’è sempre stata l’impressione comune che tu sia un po’ la balia dei due fratelli, confermi?

R: Sì, è vero. Sono un po’ come i bambini.

L: Fai conto che noi oggi siamo a Milano grazie a lei. Sia io che Alberto abbiamo le macchine un po’ fuori uso, per problemini vari. E quindi saltiamo semplicemente sulla sua macchina, anche perché non sapremmo molto dove andare. Anche per questioni organizzative lei è fondamentale.

A: Sì, per arrivare qui in Universal io e lui forse ci avremmo messo due giorni. Poi lei guida veramente bene e ha le playlist che vogliamo noi. Sicuramente senza di lei non potremmo esistere.

Hai anche provato a cantare qualche volta, no, Robi? Tipo in Ormogenia.

R: Sì, ma mi piacerebbe essere più intonata. Ogni tanto faccio qualche coretto. In generale davanti a un microfono non mi trovo molto. Finché sono in macchina, a casa o sotto la doccia OK. Alle mie figlie canto tantissimo e non mi sembra che mi dicano “Oddio, basta! Che schifo che fai!” Però non riesco: col microfono in cuffia non riesco.

A: Prova col microfono delle bambine. Quello che ti vendono gli ambulanti, con tutti gli effetti e i riverberi dentro. Provi, ti abitui e vedrai che riesci.

R: No, quello l’hanno distrutto. Dal vivo comunque qualcosina lo faccio al microfono. Ora dobbiamo capire se prendere un quarto che ci accompagni nei live.

Ma i live sono dietro l’angolo!

A: Ne abbiamo uno che si è proposto. Sembra bravo. Vedremo che fare.

In una diretta con vostri fan quest’estate avete spoilerato l’esistenza di un documentario che uscirà dopo il disco. Ci sono novità?

A: È una cosa ancora tutta da confermare.

L: Sì, principalmente riguarda le prime prove che abbiamo fatto del disco. Quindi ti parlo di qualche mese fa, a luglio.

A: Però non abbiamo filmato niente in questi anni. Ci avevamo provato ai tempi di Wow, o forse era Endkadenz? Verso la fine delle registrazioni, ci avevano detto: “Dai, filmate qualcosa!” Ma noi non è che andiamo in giro con la telecamera. Già è bello riuscire a portare a casa un pezzo.

R: Per come lavoriamo noi è impossibile. Andiamo in uno studio pagato per un mese e mezzo. E in quel mese e mezzo facciamo il disco. Non puoi registrare un mese qua e un mese là per sette anni e in tutto questo avere sempre la videocamera accesa. Siamo a casa nostra.

L: Ma poi mi darebbe anche noia. Il tipo con la telecamera dovrebbe essere davvero un socio nostro. Un tizio di cui ti fidi, che quasi non vedi. Quando componi poi c’è tutto un altro ambaradàn di quando provi. Io quando compongo sono incazzoso. O meglio, sono più vulnerabile. Sei in quel momento fragile in cui mi darebbe fastidio ogni interferenza esterna. Quando poi il pezzo è scritto e bisogna provarlo, scialla.

A: Sì, se sto scrivendo i testi mi dà fastidio. Bisogna stare zitti. Però musicalmente mi piace avere gente in giro per lo studio. Per questo album no, ma per tutti gli album eravamo belli intasati di gente in studio, tipo Wow e Requiem. I più intasati però erano i primi. A volte finivamo le prove e partivano le jam con gli amici. Arrivavano a fare il cambio: fuori Robi e dentro gli altri.

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L'articolo Siamo quelli che suonano: a tu per tu con i Verdena di ClaudioBiazzetti è apparso su Rockit.it il 2022-09-22 19:01:00

Tag: album

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