Silvia Tarozzi / intervista

Silvia Tarozzi, come finire su Pitchfork grazie a Alda Merini

La violinista emiliana è uscita dai circoli ristretti della musica d'avanguardia per finire nelle selezioni della rivista americana con "La sostanza dell'affetto", estratto dal disco "Mi specchio e rifletto", ispirato alla poetessa più "pop e profonda" che ci sia
21/07/2020 11:21

Sono nata il ventuno a primavera
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Sono nata il ventuno a primavera è una poesia di Alda Merini, inserita nella raccolta Vuoto d’amore del 1991 e in cui la poetessa racconta, in pochi versi, dei suoi periodi di internamento in manicomio tra il 1964 e il 1972. "Lei sta parlando di sé, dà un’immagine di sé come Proserpina, come una pazza che ribalta la terra. In questo atto c’è anche la sensibilità di chi è costretto a vivere metà del tempo agli Inferi e metà in superficie" ci ha detto Silvia Tarozzi, violinista emiliana che ha appena pubblicato Mi specchio e rifletto, ispirato proprio alle opere di Alda Merini e pubblicato dall'etichetta newyorchese Unseen Worlds. Il "ventuno a primavera" della poesia è il 21 marzo, compleanno sia della poetessa che della musicista ed equinozio di primavera. Una data particolare, quando l'inverno finisce e le giornate cominciano ad allungarsi. La vita che ritorna, con Proserpina che abbandona la sua prigionia nell'Ade.

Silvia da diversi anni concentra la sua produzione artistica nella musica sperimentale. Per esempio, uno dei suoi ultimi dischi è Virgin Violin, dove suona anche un violino accordato in sedicesimi di tono – quindi con un intervallo di frequenza molto più ristretto tra una nota e l’altra – in collaborazione con Pascale Criton, Eliane Radigue e la pioniera avanguardistica Pauline Oliveros. Mi specchio e rifletto si caratterizza invece per una forte vena pop, pur non mancando momenti di improvvisazione, composizioni classiche e influenze sperimentali. Inizialmente, Mi specchio e rifletto doveva avere i testi di alcune poesie di Alda Merini tra cui la stessa Sono nata il ventuno a primavera, ma non avendo ottenuto il permesso da parte delle eredi della poetessa, tutte le parti vocali sono state registrate nuovamente e con un testo nuovo.

Dover riscrivere le parole di ogni brano ha reso Mi specchio e rifletto un lavoro molto più autobiografico e personale, trainato dagli eventi più rilevanti di questi ultimi dieci anni – come il matrimonio e la gravidanza – e dove la componente più ricercata del percorso musicale di Silvia fa capolino senza mai prendere il sopravvento. Ogni brano è slegato dagli altri da un punto di vista stilistico, eppure è coerente in uno sguardo di insieme del disco. Non è pop, non è jazz, non è classica e allo stesso tempo è tutto questo, tutto insieme. Qualcuno se n'è accorto pure a Pitchfork, inserendo La sostanza dell'affetto nella playlist dedicata agli ascolti settimanali Pitchfork Selects

Come hai trovato la forma del disco?

Col senno di poi, partire da quelle poesie è stato il fulcro. Non sono partita da un’idea stilistica, non avevo bisogno di farlo rientrare in un progetto di musica sperimentale né pop. Mi piaceva l’idea di essere libera dalle forme troppo fisse, sia in un senso che nell’altro. Quello che è nato è stato frutto di questa libertà ma anche di questi limiti. È il primo disco di questo tipo che faccio, ho lavorato anche molto in autonomia: potevo lavorare solo con quello che avevo. Il risultato penso che abbia una sua onestà, ci sono state delle visioni musicali legate alle parole. Questo vale anche per i brani strumentali: non ci ho messo le parole perché non era più necessario. Il linguaggio per me era quello, anche nella ambiguità che compare nelle poesie della Merini. La ricchezza del suo modo di esprimersi si traduce in parti più free, parti più rumoristiche, improvvisazioni strumentali dopo cantati brevi.

Ambiguo come il titolo, Mi specchio e rifletto. Da dove hai preso l’ispirazione?

In realtà è prima di tutto il titolo di un brano. Si tratta di un canone, con questa specie di mantra che viene ripetuto ossessivamente, e nasce in maniera slegata al progetto. Si riferisce a un oggetto che mi sono trovata per le mani, un libro d’arte per bambini, un cubo di pagine in legno con uno spazio cavo molto piccolo sulla copertina. Man mano che lo si sfoglia questo buco si allarga fino a rivelare uno specchio nell’ultima pagina, quindi ciò che vedi all’inizio è una piccola parte di te che diventa sempre più grande. Mi è capitato di lavorarci sopra con il Piccolo Coro Angelico, un progetto di musica rivolta ai bambini di cui mi occupo. Quando si è trovato di dover cercare una soluzione a un blocco, ossia non poter usare le poesie di Alda Merini nei testi delle canzoni come avevo inizialmente fatto, questo oggetto mi ha molto ispirato.

In che modo?

Lo scoprirsi piano piano attraverso la frammentazione a cui obbligava mi dava il senso di una ricerca di un’identità, che però non si riesce mai a vedere per intero. Nello stesso tempo, ho pensato avesse senso staccarsi dalla parola di qualcun altro che mi ha tanto guidato e, attraverso questo riflesso insufficiente, cercare qualcosa di più personale. Specchiandomi nei testi di Alda Merini mi sono riflessa io. Ho capito che a quel punto non era più fondamentale la sua parola, quella era ormai implicita nella musica, ma il fatto di trovare una parola che rispecchiasse me come le sue poesie rispecchiano lei. Alda Merini è quasi pop rispetto ad altri poeti: non ha un linguaggio difficile, riesce a essere profonda e leggibile nello stesso tempo.

Come ritornano le sue poesie?

Ritornano in almeno due modi. Prima di tutto, io non sono una poetessa, non ho mai scritto neanche una pagina di diario, non ho familiarità con la parola scritta come testo poetico, non sapevo neanche da dove partire. L’unico elemento che avevo era il suono, la musicalità che lei ha nelle sue poesie. L’ho affrontato come musicista. La frase usciva come una linea melodica, il significato se lo portava dietro. Dall’altra parte, su alcuni pezzi c’è quasi una parafrasi. Per esempio, La forza del canto riprende Sono nata il ventuno a primavera: è diventata una dedica a lei.

Hai iniziato a lavorare su questo progetto più o meno nel 2009, come mai è uscito solo ora?

In realtà non nasce come un disco, i primi brani non avevano quell’ambizione. Nel frattempo le cose della vita mi hanno portato a fare altro, quindi non c’era neanche il tempo per dedicarsi a pieno a questo progetto. Io nasco come strumentista di musica sperimentale, soprattutto negli ultimi 15 anni, l’idea di pubblicare un disco di canzoni non era nei miei piani. Una volta che ho intrapreso questa strada, in un arco creativo di pochi anni, c’è stato un tempo tecnico di preparazione molto lungo perché ho curato il disco da capo a fondo. Poi c’è stato questo stacco di alcuni anni perché ho mandato il primo mixaggio alle figlie della Merini e ho scoperto che c’era un problema con i diritti per i testi. Non ho avuto il permesso non per cattiveria loro, hanno difficoltà a gestire un’eredità così grande e quindi per principio non concedono che il materiale della madre venga utilizzato per progetti simili. A quel punto ho dovuto trovare la chiave per superare questa difficoltà, riscrivere tutti i testi e riregistrare tutte le voci. Per me la scansione temporale è stato un fattore molto interessante: alcuni progetti non li comandi, ci sono eventi troppo grandi di mezzo. Io non avevo l’urgenza di uscire anche se mi è pesato molto aver avuto questo ostacolo in mezzo, ma alla fine è stato utile. Aspettare è utile.

La sperimentazione che spazio trova in questo disco?

Probabilmente il lavoro con Pauline Oliveros ha avuto una buona influenza. In lei ho trovato la celebrazione dell’ascolto come forma creativa primaria: non mi interessa se assomiglia a un folk irlandese o a un drone degli anni ’70, io parto dall’ascolto. Anche lavorando su Thriteen Changes, il suo pezzo che ho registrato nel 2013, a livello creativo è stato un suonare senza porsi limiti come forma e come linguaggio. Con lei abbiamo avuto un bel rapporto, le ho voluto bene, la sua visione della musica mi ha dato una grande spinta anche per questo lavoro, soprattutto per gli arrangiamenti. Le collaborazioni con Philip Corner e le influenze Fluxus sono servite: non ci sono brani che si ricollegano direttamente a questo mondo, ma l’aspetto più giocoso legato a queste realtà è stato molto importante. Quando entri in contatto con compositori liberi nella loro testa e nella loro creatività ti lasciano per forza qualcosa. Se sei sensibile a questo spirito ragazzino che hanno poi impari qualcosa. Nessuno ti obbliga a stare dentro delle scatole.

Hai citato prima il Piccolo Coro Angelico. Di che si tratta?

È un progetto che porto avanti da dieci anni con Giovanna Giovannini, quest’anno vorremmo registrare un disco, Covid permettendo. Noi vogliamo proporre qualcosa che i bambini non hanno fin lì ascoltato ma che sia calibrato su di loro. Non è che per forza portiamo Cornelius Cardew o Vinko Globokar, il discorso è cercare di sviluppare quello stesso spirito ragazzino di cui parlavamo prima e che loro hanno già perché sono nell’età giusta. Ogni anno le modalità cambiano un po’, a volte si compone di più, altre volte è più l’improvvisazione. Abbiamo trovato dei pezzi che sono entrati nel nostro repertorio che non nascono come corali, da Pregherò di Celentano a pezzi di Moondog che ho tradotto in italiano per loro, Philip Corner stesso che è un grande appassionato del progetto e ci ha dato un sacco di spartiti.

Come reagiscono i bambini di fronte a una musica che non è quella della radio?

Noi abbiamo una fascia di età abbastanza ampia, qualche anno abbiamo avuto anche bambini di tre anni e mezzo. Mentre i più piccoli non hanno mai fatto una piega, quelli più grandi iniziano ad avere dei gusti più strutturati attorno a quello che conoscono. Lì si tratta di trovare una via di mezzo. Se c’è qualcosa che proprio non piace allora non si fa, ma spesso non è questione di stranezza. Magari non piace il testo, magari l’arrangiamento, in generale però accolgono bene.

Esistono progetti simili?

All'estero conosco alcune realtà bellissime di lavori con compositori dedicati ai bambini, una realtà stabile come la nostra non so se esiste.

E in Italia? Che rapporto ha la scuola con la musica?

Ho un bimbo di nove anni e vedo che alle elementari di musica se ne fa poca. Ma questo discorso può valere anche per geografia, scienze o arte, da genitore ho l’impressione che la scuola si sia ridotta a quelli che sono i fondamentali, ossia italiano e matematica. So che alle medie ci sono più proposte, ho molti colleghi che insegnano e fanno progetti bellissimi. C’è molta proposta fuori dalle scuole, ma quello che conosco lo trovo piuttosto conservatore. Si possono fare dei buoni percorsi da musicista classico come anche imparare a suonare bene il rock, gli insegnanti sono bravi e preparati, ma quelli che approcciano la musica in modo più creativo e fuori dagli schemi sono pochi.

---
L'articolo Silvia Tarozzi, come finire su Pitchfork grazie a Alda Merini di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 21/07/2020 11:21

Tag: album - intervista

Commenti
    Aggiungi un commento:

    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati
    Leggi anche
    Pannello

    TOP IT

    La top it è la classifica che mostra le band più seguite negli ultimi 30 giorni su Rockit.

    vedi tutti

    ULTIMI ALBUM

    Gli ultimi album con ascolti caricati dagli utenti.

    vedi tutti
    Cerca tra gli articoli di Rockit, gli utenti, le schede band, le location e gli operatori musicali italiani