Ufomammut - Skype, 16-06-2008 Intervista

07/07/2008 di

(Gli Ufomammut - Foto da internet)

Gli Ufomammut hanno dato alle stampe "Idolum", il loro nuovo disco. La band è al completo, verso la fine arriva anche una mail da Luisa (anche lei nel collettivo artistico Malleus che cura tutte le copertine dei loro album nonché autrice dei visual usati durante i live). Ci parlano di questo ultimo lavoro, della loro etichetta - la Supernaturalcat - della scena italiana e di quella estera, di vinili, di penne USB, di buio e di luce, di ripetizione e d'inventiva. L'intervista di Marco Verdi.



Vi offendete se dico che (forse) la cosa più bella che avete fatto finora è stato scegliere il nome del gruppo?
(silenzio… risate, NdA)

Lo prendo come un no. Avete riservato un’attenzione maniacale all’oggetto disco. Credete al valore aggiunto dell’unicità in un prodotto artistico?
Poia: Un pallino è sempre stato poter avere la nostra musica nel formato che più ci ricordasse la nostra infanzia: il vinilone con la copertina terribile e bellissima, che suggerisce scenari che vanno al di là del semplice ascolto. L’oggetto in sé è sicuramente un valore aggiunto, e per noi l'immaginario visivo è fondamentale: la passione per la musica è sempre stata affiancata da quella per la raffigurazione grafica.

Urlo: Abbiamo dato la massima importanza ai dischi di Morkobot e Lento, ma lavorare su una cosa tua in tutto è diverso. Anche perché noi abbiamo gusti più difficili: abbiamo cambiato la copertina perché dopo aver fatto il primo disegno c’era qualcosa che non andava.

Non correte il rischio che l'opera superi il valore intrinseco della musica?
P: È già successo che qualche fan di Malleus compri il disco solo perché fatto da Malleus e non perché è di Ufomammut. Ma poi, sinceramente, questo è un rischio che vogliamo correre. Anche perché abbiamo accostato al vinile un’edizione più prosaica: non si è trattato di fare l’oggetto d'elite che piace a pochi.

U: Sapevamo che “Idolum” sarebbe stato scaricabile da internet settimane prima dell’uscita: siamo contenti che il disco giri in qualsiasi modo, anche se ci hanno tacciato di essere degli sporchi lucratori. L’edizione in vinile poi ha un brano in più e una diversa disposizione dei pezzi rispetto al cd... ma ciò potrebbe anche essere il pretesto per cui qualcuno dirà che si tratta di una mossa da major, boh!

A invertire la tendenza del calo di vendite sono solo i formati digitali e inaspettatamente il vinile. Vinile cioé feticismo?
P: Il vinile appare più sporco perché sembra che ci siano delle patatine sotto che friggono, però è più caldo del suono insipido del cd. Poi le strade non sono molte: su chiave usb (ma penso che sia veramente triste), oppure come oggetto per feticisti.

Che cosa rappresenta la copertina di “Idolum”, estesa nel poster annesso all’edizione in vinile?
U: È la stesura simbolica dei titoli del disco in un unico affresco dove le immagini si fondono: a partire dal basso con “Elephantom” ed “Hellectric” (le fiamme e il teschio del mammut), da cui esce la figura capovolta che porta sul petto il simbolo dell'ammoniaca (“Ammonia”), avvolta nelle spire dell'occhio distruttore (“Destroyer”). Questo attira a sè l'universo in un vuoto che rappresenta “Void”, al cui centro è posta la costellazione del Cane Minore (“Stardog”). Nella parte superiore le due braccia incrociate hanno le stimmate insanguinate (“Stigma”) e avvolgono la figura della madre creatrice sotto forma di utero (“Hermeat”). Tutto è immerso nel colore della densità assoluta, il “Nero”.

Avete sempre accostato il concerto dal vivo con le proiezioni dei visual di Malleus. Da dove derivano le suggestioni?
Luisa: Curo io la parte video. Ogni disco suscita atmosfere particolari che cerco di trasportare visivamente. “Idolum” è claustrofobico, scuro, angosciante, di conseguenza ha pochi colori e una circoscrizione delle immagini in forme chiuse. In realtà tutto è improvvisato durante i live, rielaborando immagini astratte o feedback. Esiste un filo conduttore che lega i pezzi alle proiezioni, ma molto è lasciato al caso e alla trasmissione di una percezione personale all'esterno.

Colgo un parallelismo tra i brani di “Idolum” e le passate produzioni: si recuperano le progressioni cavernose e ridondanti, il post-rock saturo e appesantito, la malvagità e l’ambient fatto con le forme d’onda. Volete lasciar intendere un percorso ciclico e di ricerca, oppure si tratta di assonanze?
U: Fondamentalmente non siamo capaci di suonare. Abbiamo una capacità compositiva che spesso si ripete. Ma è anche il bello, insomma: l’autoeccitarsi autocitandosi. (ride, NdA)
P: Comunque non vorremmo riscaldare la solita cosa per riproporla. Il fatto che certe similitudini ci siano è indubbio, ma non si tratta di una cosa ricercata, e neppure di tentativi di rinverdire formule già usate.

U: Leggendo ciò che dicono tutti dovremmo dire che siamo stoner e che assomigliamo agli Electric Wizard. Ma io non riesco a guardare e capire “Idolum” dall'esterno. Sicuramente è l’album che naturalmente avremmo voluto fare dopo “Snailking” e “Godlike Snake”. Non rappresenta ancora il punto di arrivo.

Forse talvolta i brani rischiano di ingabbiarsi dentro strutture ripetitive, se confrontati con certi episodi molto più free-form e improvvisati che chiudevano i vostri precedenti lavori. Siete d’accordo?
P: Si può dire che con “Idolum” l’improvvisazione sia stata messa più da parte. Penso che i brani siano più diretti, andando subito al sodo senza perdersi in giri strani e liquidità. Alcuni si muovono lentamente e con circospezione. Ma è vero, manca quel lato lasciato più al caso che faceva più parte dei nostri vecchi dischi. Non abbiamo abbandonato quelle cose, semplicemente “Idolum” aveva l’esigenza di nascere come un blocco unico senza troppi fronzoli.

U: Questo è il disco più spontaneo ma anche il più slabbrato. Per registrare “Snailking” abbiamo impiegato un sacco di tempo e prove, “Idolum” è nato soltanto in un paio di mesi, per cui i pezzi volontariamente non sono stati rifiniti.

Sbaglio a definire Lorenzo Stecconi dei Lento come il jolly di questo disco?
P: Uno dei loro punti di forza è l’estrema precisione esecutiva: ce l’hanno inculcata nell’approccio più serio alle prove. La presenza di Lorenzo, che è un ottimo ingegnere del suono, ci ha aiutato moltissimo.

Vita: Oltre a curare il missaggio ci ha anche seguito nelle registrazioni.

U: Una parte di questo disco è sicuramente merito suo: a livello di suono, di impulso, e di tanti altri dettagli.

“Ammonia” è uno dei brani più intensi ma meno distorti e vede la partecipazione di Rose Kemp: avevate già in mente di inserire voci femminili con quel timbro, oppure l’idea è nata in occasione dell'incontro con Rose?
U: “Ammonia” è uno dei due pezzi che ci tiriamo dietro da molto tempo. È nato come coda dal vivo di “Alcool” (da “Snailking”), ma non ci ha mai convinto più di tanto. Poi a Torino ci è capitato di suonare con Rose Kemp, e prima del soundcheck le abbiamo chiesto di venire a cantare sopra a quel pezzo. Ci è piaciuto. Conosciamo Rose da un po’ di tempo, ha una voce incredibile. E’ venuta fuori una cosa alla “The Great Gig In The Sky”, nel nostro piccolo.

Supernatural Cat si è distinta da subito per scelte inusuali: poche produzioni e in edizione limitata. Le band che avete prodotto sono da considerarsi la punta di un iceberg oppure eccellenze isolate?
U: La seconda: è sempre difficile trovare chi ci convince al 100%. Abbiamo dei gusti difficili. Stiamo cercando altre cose in Italia e ci sono un paio di gruppi che abbiamo trovato interessanti, ma che poi non avevano quella scintilla che ci colpisce. Non vogliamo produrre cose in quantità ma in qualità.

P: Vogliamo produrre dischi in cui crediamo al 100%: quando lo facciamo ci mettiamo il massimo impegno, per cui non ha senso per noi fare una cosa tanto per farla. E io non credo che tutte le etichette amino in realtà il 100% dei dischi che producono.

Avete un modello di etichetta come riferimento?
U: Francamente ci importa ben poco di quello che fanno gli altri, anche come modo di gestire e operare. Neurot, Southern Lord, Ipecac, producono cose interessanti, ma noto che non c’è mai l'etichetta che fa esclusivamente ciò che sembra piacere solo a loro: c'è sempre un dover fare di più.

P: Siamo così talmente perfezionisti che forse questo è un po’ il nostro tallone d’Achille, ma anche ciò che ci rende particolari.

U: Cerchiamo di essere totalmente indipendenti e fare tutto da noi. Supernatural Cat nasce da Malleus con l’idea principale di produrre le nostre cose; abbiamo iniziato dopo esserci resi conto di come era stata gestita male l’uscita di “Snailking”. Prima abbiamo coprodotto “Lucifer Songs” con l’inglese Rocket Recordings. Poi abbiamo provato interesse verso altre band: siamo diventati molto amici, e per noi è fondamentale creare questo tipo di rapporto.

Il side-project Farwest Zombee è da ritenersi soltanto un laboratorio personale per le sonorità ambient/dark, oppure verrà pubblicato del materiale?
U: Si spera che verrà pubblicato del materiale. Stiamo cercando di mettere su un progetto, ma manca il tempo. E’ nato da me, ma spero si evolva coinvolgendo più persone e più entità artistiche.

In autunno e inverno sarete in tour in Europa e negli Stati Uniti. Non è la prima volta, ma cosa vi aspettate?
U: Niente, solo divertirci. Gli Stati Uniti saranno un’esperienza nuova, più complicata ma solo dal punto di vista logistico.

Perché suonare all’estero ha un peso così importante nel curriculum dei gruppi italiani?
U: I paesi anglosassoni hanno una tradizione rock maggiore e trattano le realtà musicali in maniera più rilassata e con più rispetto. Poi ovunque trovi qualcuno che ti aiuta a montare gli strumenti e cura l’impianto, mentre in Italia spesso sei come un albero sul palco in attesa di istruzioni. Ma oggi un problema generalizzato nei gruppi italiani è suonare gratis. Ciò ha rovinato completamente la visione italiana del suonare, perché c’è sempre qualcuno che può suonare gratis al posto tuo. La scena si è saturata di gruppi inutili, e chi avrebbe qualcosa da dire si trova spesso in difficoltà.

Ascoltate musica italiana?
V: È parecchio tempo che ricerco cose vecchie, soprattutto anni settanta. C’erano tanti gruppi validi che non sono mai stati considerati più di tanto perché italiani.

U: È assurdo: se parli con gruppi stranieri ti rendi conto che a volte conoscono più loro di noi. Dicono “Figata la vostra musica progressive anni settanta, i Goblin”!

V: Il batterista dei Boris conosceva Banco Del Mutuo Soccorso, New Trolls, Rovescio Della Medaglia.

P: A me piaceva tantissimo “Faccia da pirla” di Charlie, con il disco fatto a specchio! (ride, NdA)
U: Di oggi invece non mi piace quella volontà di “sfiga a tutti i costi” di certi gruppi come Baustelle, Offlaga Disco Pax, pur trattandosi di un genere che magari a me non interessa. A parte qualcosa, io credo che in Italia ci si rifà sempre a ciò che c’era all’estero anni prima. La gente dovrebbe imparare ad ascoltare ed essere più critica, e così anche le riviste.

Morkobot o Lento?
P: È come dire… un filetto o una fettina di pesce spada. Sono due cose buone, ma troppo diverse.

U: I Morkobot sono meglio dal vivo e i Lento sono meglio su disco.

P: Tra i due, i Morkobot forse sono i più geniali.

U: Proprio adesso abbiamo tra le mani il loro nuovo album, uscirà il prossimo inverno. Hanno fatto un ulteriore passo, e quello che sta per uscire secondo me è uno dei dischi migliori mai pubblicati in Italia. I Lento stanno facendo una ricerca sonora diversa... e nel frattempo speriamo anche noi di trovare qualcosa con cui cambiare questi dannati accordi! (risate, NdA)

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