Uno dei rapper più iconici della scena italiana si mette a nudo e va oltre il rap, come aveva già fatto con il 64bars, dal titoloAlla fine dell’estate, di Red Bull. Parliamo di Danno, da Roma e dal Colle der Fomento. AKA Danno è il suo album solista: un viaggio nella musica e nella sua vita intima, musicale e personale. Bello, potente, stravagante, ampio e non scontato. Un disco anticipato da tre singoli, oltre che da Alla fine dell’estate.
È un lavoro molto musicale: suonato e non solo campionato. Dentro c’è tutto il Danno che si è conosciuto in questi anni — quello dei Colle e anche di Artificial Kid — ma c’è anche l’autore di testi checollabora con Max Gazzè e Motta. Motta ricambia partecipando come musicista in diversi brani del disco. Il rap c’è, e in diverse versioni, con molte citazioni, ma c’è molto di più. È un disco, per me, clamoroso proprio perché rompe le regole. Senza un singolo da hit radiofonica e forse neppure con un vero e proprio singolo nel senso classico. Danno stupisce e alza l’asticella: non tanto del “rap game”, quanto di come si sta dentro la musica. DJCraim, al suo fianco nella produzione, ci mette del suo, come sta facendo da tempo: basi potenti, varie, di livello. A questo si somma la capacità di “capire” con chi si lavora e quindi rimandare le emozioni delle parole nella musica, dando spunti con il beat alle parole.
Perché ascoltarlo? Perché fa bene. È un disco bello e, soprattutto, obbliga a non stare seduti nella comfort zone: non solo quella del politicamente corretto o del dover mostrare sempre una certa dose di bontà o rabbia (almeno come cliché), ma anche quella delle regole di un genere. E poi perché Danno è un artista tanto importante quanto coraggioso. Possiamo dirlo senza problemi: se volesse fare cose per entrare in classifica, potrebbe farlo. E quindi si merita un ascolto profondo del suo ingegno. AKA Danno è un disco di cui c’era bisogno: alimenterà dibattito e obbligherà chi ama rap e musica a pensare. Esce in due versioni, la “semplice” con 10 brani e la deluxe con 17.

Partiamo dall’inizio: il titolo,AKA Danno. Mi sembra un ottimo titolo perché dentro, ascoltando il disco, c’è molto di te: non solo del te rap, ma proprio del te artista con tutto quello che stai facendo. C’è un po’ di Artificial Kid, c’è un po’ di quello che hai fatto, ma anche di cantautorato e delle cose che stai facendo oltre al rap… o mi sbaglio?
Danno: No, è vero. Siamo andati molto in crisi con la ricerca del titolo, perché ogni titolo si sposava bene con un lato della faccenda, ma non con l’altro o con gli altri.
Io volevo optare proprio per un titolo da cantautore, a dirlo la verità: volevo sfidare Paolo Conte e intitolare il mio disco Mi sono spinto al largo ultimamente. C’ho pensato un attimo e ho detto: «Forse è un po’ lungo, pretenzioso… vuoi fare un po’ il figo». E allora, in realtà non mi ricordo… forse proprio Craim mi ha detto: «Ma se lo chiamassimo AKA?», perché qua dentro dice: «Come se ogni pezzo fosse un po’ un tuo AKA», un’anima. Ho detto: «Beh, io mi firmo da sempre AKA Danno, allora chiamiamolo AKA Danno», mantenendo anche un po’ quel gioco per cui non si capisce se è un artista… ma insomma, ci andava bene. Lo sentivo rappresentativo.

A proposito di questo: in una delle canzoni tocchi il cantautorato citando uno — per me e anche per te — dei mostri sacri della musica: Tom Waits.
Danno: Tom Waits per me è il connubio fra cantautorato ed e-pop, perché ha una voce e delle sonorità che a volte sono dissonanti, distorte, zoppicanti, sgangherate… che mi riportano all’e-pop. Dall’altra parte ha una dolcezza e un romanticismo tipico dei cantautori. Però Tom Waits è uno che salta il lato buio della vita: ti fa vedere la giacca impolverata e, in qualche modo, trova la dignità nella sua giacca impolverata. Mi piaceva come idea fare un pezzo tributo a Tom Waits che fosse un po’ un inno a quella parte che arranca di noi, che però a modo suo — zoppicando, con quel passo storto, quell’incedere un po’ incerto — poi ce la fa. A modo suo arriva dove deve arrivare, con i suoi tempi e le sue dinamiche. E avendo io aperto un po’ la porta del divertirmi a scrivere come autore — il pezzo per Max Gazzè, il pezzo con Motta — sicuramente lo sento più presente, il lato mio che va verso il cantautorato. Probabilmente anche per una questione anagrafica. Ma io da quando sono ragazzino amo la musica italiana e ho sempre cercato di combinare le due cose. De Gregori, Lucio Dalla… quindi diciamo: non sono nuovo a fare questa cosa e non siamo mai stati nuovi a mettere la musica italiana dentro al pop.
D’altra parte anche i Colle, visto che hai aperto questo filone, avevate fatto con una sperimentazione con i Bud Spencer Blues Explosion e Adriano Viterbini. E anche dentro questo disco ci sono elementi di continuità, no?
Danno: Comunque sì, sicuramente. C’è il fatto che io mi sono molto aperto agli strumenti suonati live facendo un tour con la Dumbo Station, ma abbiamo fatto collaborazioni con la batteria, con Paolo Fresu, con un sacco di gente. Questo è un disco che da una parte ha dei pezzi molto hip hop, proprio esclusivamente campionati; da un’altra parte ci sono pezzi in cui abbiamo fatto suonare gli strumenti a Motta, che ci è venuto a dare una mano, e poi Craim lo ha ricampionato. Quindi, in qualche modo, è una lavorazione che tende verso un concetto di musica a 360 gradi. Anche le sonorità: mi sono permesso, a un certo punto sul disco, di rappare sopra un tango che sicuramente non è un beat hip hop, ma aveva quell’andatura giusta per crearmi il sottofondo necessario.
Ancora prima diAKA Danno, a lanciare questo percorso con Craim hai fatto Alla fine dell’estate, che è pazzesco perché ha una scelta artistica e produttiva molto particolare per un pezzo rap: la batteria compare solo alla fine. Per te, che hai esperienza nel rappare su tutto, non penso che sia stato immediato stare su quel pezzo?
Danno: Invece è stato più sentito. È una cosa che ultimamente, negli ultimi anni, è una corrente, una wave del rap underground: lo chiamano drumless, cioè senza batteria. Alchemist è il capo: ha fatto interi EP drumless. Ma tutto il giro Griselda, da Westside Gunn… Ovviamente, se devo pensare al primo drumless che ho sentito, sta su Iron Man di Ghostface Killah: forse è stato RZA uno dei primi a dire: «Prendo un sample e non gli metto il beat». Io ci avevo proprio voglia: a un certo punto ho detto a Craim: «Voglio fare un rap preso su un basso grosso, alla Cypress Hill, alla DJ Muggs, però non voglio niente sotto: solo il basso». Deve essere solo rap. Quando abbiamo scelto cosa portare a Alla fine dell’estate ero indeciso: avevo tante canzoni. Era facile giocare le carte più vincenti. Invece, a un certo punto, c’era già quest’idea di pezzo e io ho detto a Craim: «Se andiamo lì, andiamo proprio come degli alieni. Dobbiamo fare la differenza. È inutile che dici devo essere più bravo di qualcun altro: devo essere io, devo in qualche modo essere diverso». Ho detto: «Andiamo al cuore. Voglio nel rap, voglio le barre». All’inizio non c’era manco l’idea di mettere il beat. È stato Craim poi a dire: «Fammi fare a me». E mi piaceva quando ha detto: «Però non lo facciamo partire da metà ma da tre quarti, quando la gente ormai ha perso la speranza». Sicuramente è una scelta che non incontra il plauso di tutti: ho amici che fanno rap che mi dicono: «Senza batteria io non ce la faccio». Ma ci sembrava l’unico modo giusto, andare li come alieni.
DjCraim: Alla fine dell’estate è stato, come tutto il resto del disco, un grande viaggio. Forse uno dei pezzi più vecchi. C’è stata una lavorazione lunga. C’è stato un bel dibattimento: ci siamo posti dubbi, interrogativi. Non voglio dire ansia da prestazione, però ovviamente vai su un palco in cui ci sono passate altre persone che hanno proposto cose. Poi però ci siamo guardati e Simone mi ha detto: «Ma noi ce l’abbiamo già. Quello è il mio Alla fine dell’estate». All’inizio dicevamo: «Facciamola facile». E a un certo punto tu (Danno) hai detto: «Se dobbiamo andare, andiamoci come degli alieni che siamo, senza mascherarci da altro». Io sto negli USA e quindi “alieni” non è esattamente la parola che mi ha fatto più piacere, però abbiamo deciso di fare gli alieni e ci sentivamo molto più a nostro agio.

Io ho le ultime due domande. Volevo chiedere, in specifico, a tutti e due, di una canzone che mi ha molto colpito: Distorsore. Com’è nata? È nata dal beat?
Danno: Craim mi ha mandato un po’ di beat e io addirittura l’ho fatta su due basi diverse. Poi possiamo raccontare questa piccola storiella. Gli mando tutte e due le versioni, lui però sente l’altra e mi dice: «Non mi convince tanto sto pezzo». Io dico: «Va beh, lo lasciamo lì». Però io mi affeziono a quel pezzo, ma all’altra versione che lui forse non aveva colto (che io non ho mandato bene). Ed è stato Cuns che un giorno viene a casa e io dico: «Ho fatto anche questo pezzo», e lui fa: «Ma toh, che bomba sto pezzo!». Quindi mi rifomenta. Ho richiamato Craim: «Senti, sei proprio sicuro che quel pezzo…? Ci rimettiamo le mani?». E lui mi ha detto: «Aspetta, mi ero perso l’altra versione». Dice: «Io mi ero concentrato su quella sull’altro beat, su cui forse ha ragione lui: non era il beat giusto per quella». Ci abbiamo rimesso mano ed è venuto fuori un pezzo molto Taxi Driver per me: quel jazz newyorkese anni Settanta da colonna sonora. Caldo ma freddo. È un pezzo di crisi: l’ho scritto in un momento in cui non stavo bene. «Sento insetti sotto cute», c’è la paranoia… io soffro a volte di ansia, paranoia e panico. E ho trovato una chiave per questa mia passione di mettermi il distorsore sulla voce. Quando registro i provini mando tutto carichissimo di distorsione, come se volessi snaturarla. Poi Lorenzo ogni volta mi fa: «Fra, mandamela pulita sta voce». Non puoi fare un disco tutto distorto. Io dicevo: «Lo facciamo tutto distorto, tipo i Beastie Boys». Ma quel pezzo, accanto ad altri due che hanno la voce distorta, nella mia testa ha una chiave: probabilmente venivo da un momento di pensieri distorti. E diventa quasi un mantra curativo. Poi c’è un gioco sul sottotitolo: Philip K. Cooks. Nella mia testa è Philip K. Dick con Stove God Cooks, che è un rapper americano che allunga i finali delle sue rime in modo particolare. Io ho preso quel delay… e allora ho detto a Craim: «Gioco a carte scoperte. Mettiamolo nel sottotitolo: ispirazione pura Stove God Cooks».
DJCraim: Io ho un punto di vista diverso e simile. Io associo questo pezzo a quel periodo a cui faceva riferimento Simone, in cui stava molto male. Lui fa questo pezzo, in qualche modo anche antipatico contro i propri ascoltatori, me lo manda e mi chiama praticamente in lacrime dicendomi che sta molto male, che non vorrebbe mai scrivere pezzi così. E' successo davvero. Io registro questa cosa del mio amico che sta male e dico: «Va bene, questo pezzo era necessario a lui per mettere un punto a quel periodo di dolore, ma non ci servirà mai». Il mio cervello se ne scorda. In quel momento volevo solo che stesse bene. Non era più importante la musica. Poi, dopo l’incontro col Cuns e dopo un bel po’ di tempo, lui mi dice: «Ma guarda quel pezzo…». E andiamo da Stabber a Milano e gli facciamo sentire un po’ di provini. Parte il pezzo in studio e Stabber si gira e fa: «Ma questo?». E io dico: «Ma sì, è bellissimo sto pezzo!». È vero: quei pezzi che lasci lì un attimo, poi li senti diversi.
Danno: Totale. Me la ricordo benissimo quella telefonata. È vero. A un certo punto l’ho chiamato e ho detto: «Senti, io però pezzi così non voglio più farli». Perché non è solo una seduta di psicoanalisi: io voglio divertirmi, voglio stare bene, voglio andare in altre zone. E lui affettivamente ha detto: «Questo pezzo l’hai fatto, basta, lo mettiamo via». Poi probabilmente ho superato quella fase e quindi quel pezzo si poteva affrontare. E infatti va bene così.
DJCraim: Fra l’altro io stavo a Perugia, doveva essere il secondo lockdown. La fase distorsore/distorsioni nasce durante la pandemia, con un pezzo nella deluxe Edition che è Come blu… quindi quella fase burnout/distorsione è ben visibile nel big picture di tutta la produzione.
Sempre su quest’onda: vi volevo chiedere di Brucia Roma, perché anche quel pezzo lì è bello in faccia, di pancia. La voce sta su quel filo…
Danno: È stata l’apoteosi. Il tono è «non riesco a fare altro che bruciare tutto». Come dire la parte più bella di noi è sempre quella da bambino, no? Bruciato pure quello. Pure l’innocenza abbiamo bruciato. Però dovevo bruciare qualcosa, almeno nel mio cervello, per poter fare pace con un certo male. Ovviamente Brucia Roma è una metafora: è quel momento in cui vorresti distruggere tutto… è meglio dirlo.
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L'articolo Solo Danno poteva tenere assieme Tom Waits e Griselda di Andrea Cegna è apparso su Rockit.it il 2026-02-05 14:45:00

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