“Solo ora abbiamo realizzato quanto Matteo e gli Yuppie Flu fossero entrati nella vita della persone”

Matteo Agostinelli, frontman della band nata tra Ancona e Bologna, è morto a 53 anni. Ora parlano i suoi compagni di band, ricordando la sua passione sfrenata per il tennis, la cura nel fare musica, l’essere indipendente e la voglia di celebrarlo con un ultimo album postumo (il più bello di tutti!)

Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu - tutte le foto per gentile occasione della band
Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu - tutte le foto per gentile occasione della band

Ci sono alcune coincidenze che sembrano più inevitabili conseguenze. Come leggere l'annuncio che Ancona sarà la capitale italiana della cultura nel 2028, appena un mese dopo la scomparsa di un musicista che proprio da quella città aveva portato la sua band a suonare in tutta Italia e in buona parte dell'Europa (e come sarebbe bello se venisse celebrato a dovere in quella circostanza). Matteo Agostinelli, fondatore degli Yuppie Flu, aveva da tempo scelto di vivere a Bologna, città dove la sua band sarebbe poi diventato qualcosa di importante davvero per un mondo che credeva nell'indipendenza vera e rivendicata come una possibilità concreta, non una chimera inafferrabile.

La notizia ha sconvolto chiunque fosse un minimo a contatto con la band - Matteo aveva solo 53 anni  e stava lavorando a un nuovo disco, che verrà ultimato e pubblicato nei prossimi mesi - soprattutto per chi ne aveva fatto parte in prima persona. Per questo ci è voluto un po' di tempo per conversare con due musicisti che hanno militato per anni negli Yuppie Flu: Paolo Agostinelli, che di Matteo è anche il fratello, e Daniele Rumori, fondatore di Homesleep, ossia la casa discografica della band, e a lungo direttore artistico del Covo (è grazie a lui se per lo storico locale bolognese sono passati in tempi insospettabili artisti come Franz Ferdinand, Modest Mouse The XX e chissà quanti altri). Un'intervista inevitabilmente dolorosa, ma che allo stesso tempo è un'occasione per celebrare l'eredità inestimabile che Matteo ci ha lasciato.

Che rapporto avevate con Matteo nell'ultimo periodo? Riuscivate a vedervi con regolarità?

Paolo: Ho vissuto a New York negli ultimi 15 anni, da un anno e mezzo ero a Roma con mia moglie e nostra figlia, ora stiamo tornando per un po' a New York. Proprio perché in Italia, abbiamo avuto l’opportunità di vederci con più regolarità. Parlavamo dei pezzi a cui lavorava, dei soldi che spendeva in attrezzatura per il suo studio, dell’opportunità di fare qualche concerto di supporto ad un eventuale disco. Io cercavo sempre di convincerlo con le idee più balzane, tipo facciamo tutto con delle basi preregistrate, mentre lui si preoccupava della difficoltà di rimettersi in scena dopo tutti questi anni, soprattutto a livello tecnico. Per me era l’occasione per rimettere insieme la “banda”, per dirla alla Blues Brothers, ma ovviamente lui che era quello che lavorava ai nuovi brani voleva poterli presentare al meglio. Non so se ce l’avremmo mai fatta, ma sarebbe stato bello provarci.

Daniele: Con Matteo ero ancora molto legato, ci sentivamo molto spesso e parlavamo soprattutto di tennis, di cui eravamo entrambi fanatici. Certo, ogni tanto la conversazione virava inevitabilmente sulla musica, ma era per lo più per parlare dei gruppi che ci hanno accompagnato tutta la vita o per segnalarci qualche nuova band. Onestamente non parlavamo quasi mai di  aspetti più “industriali” legati alla musica, nemmeno quando mi faceva ascoltare qualche suo pezzo nuovo o ipotizzavamo possibili reunion. Penso che il suo atteggiamento fosse coerente con il suo carattere: indipendente, concentrato sulle proprie scelte artistiche, poco influenzato da quello che succedeva intorno a lui.

Come sono stati i suoi ultimi anni? A cosa si è dedicato?

Paolo: Prevalentemente alla carriera di Jannik Sinner. Era super appassionato di tennis (lui, Ferruccio dei Cut e Daniele penso si scambiassero centinaia di vocali a partita). Poi oltre alla sua vita privata, si era anche ritagliato più tempo dal lavoro per tornare a fare musica e nuovi pezzi per Yuppie Flu.

Vi han colpito i messaggi degli ultimi giorni dopo la notizia?

Paolo: Molto, non me lo aspettavo dopo così tanti anni. In generale è stato bello vedere persone vicine, familiari e amici che lo conoscevano per altre cose, realizzare che la musica degli Yuppie Flu era entrata nella vita di tante persone.

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Pensi che gli Yuppie Flu siano stati "capiti" o abbian vissuto un momento storico "sbagliato"?

Paolo: Penso che le cose siano andate forse anche meglio di quanto ci si potesse aspettare — e questo senza dubbio grazie alla disciplina e alla dedizione di Matteo in primis (senza dimenticare l’impegno di chi ha fatto parte del gruppo in tempi diversi, a partire da Francesco, che ha sempre dato un contributo importante, poi Enrico, Otto e tutti gli altri). Eravamo un gruppo che ascoltava musica di nicchia e produceva musica per pochi, che piaceva prima di tutto a noi stessi: zero compromessi. Non che non desiderassimo successo e visibilità, ma mai a scapito di fare quello che ci piaceva, come ci piaceva, con chi ci piaceva — e non ci piacevano in molti (ride, ndr). È stato un privilegio entrare in contatto con tante persone straordinarie e generose, che ci hanno supportato nonostante le difficoltà di una scena in cui non si vedeva davvero una lira. Indimenticabile l’opportunità che ci è stata data di suonare in Italia e in Europa, in realtà grandi e piccole ma sempre interessanti e cariche di passione. E poi, tutto questo è sempre stato sommerso da un mare di stronzate che ci siamo raccontati per non prenderci mai sul serio.

Cos'è stato per la musica italiana quel momento storico di cui voi alfieri?

Daniele: Quando sei dentro a un momento storico è sempre difficile dire che cosa sia stato davvero. Quello che posso raccontare è lo spirito con cui lavoravamo. Venivamo tutti da contesti piuttosto periferici rispetto ai grandi centri dell’industria musicale, ma proprio per questo avevamo forse meno complessi. Ci sembrava naturale pensare che la musica italiana potesse avere una dimensione internazionale, guardare fuori e misurarsi con quello che succedeva nella scena indipendente globale. Se c’è stato un ruolo in quel momento, forse è stato proprio questo: provare a sprovincializzare un po’ lo sguardo, senza rinnegare da dove venivamo. Volevamo fare dischi, farli circolare, mettere in contatto scene diverse. Se tutto questo abbia davvero lasciato una traccia onestamente non lo so dire, di certo lo spero.

Cosa è rimasto ora di quell'epoca?

Daniele: Direi soprattutto una porta aperta: l’idea che la musica italiana potesse confrontarsi con il mercato internazionale. Non è un caso che molti gruppi indipendenti della nostra scena cantassero in inglese: si cercava un riconoscimento anche all’estero. Credo che il percorso di Yuppie Flu ed il lavoro fatto come Homesleep abbiano, nel nostro piccolo, aiutato a rendere questa possibilità un po’ più concreta e immaginabile per chi è venuto dopo.

E cosa si è perso?

Daniele: Il significato stesso di “indipendente”. O meglio, è cambiato profondamente il suo significato. Per noi essere indie significava fare orgogliosamente parte di una nicchia, essere fedeli ad una sottocultura internazionale che condivideva gusti musicali, letterali e cinematografici. Poi è successo un qualcosa che mi è sfuggito per cui ad un certo punto essere indie in Italia è diventato sinonimo di cantare in italiano, confrontarsi con un pubblico solamente interno, riempire locali e palazzetti e finire a persino Sanremo. Lo stesso termine in pochi anni non solo è cambiato completamente di significato, ma rappresenta due modi di vivere la musica quasi opposti.

Per molti però – ad esempio noi... – hanno rappresentato davvero tanto. In che modo siete riusciti a innescare questo meccanismo?

Paolo: Forse il motivo è che in quegli anni, nel bene e nel male, se non ti sentivi rappresentato da quello che passava in TV, trovare un'alternativa era faticoso (dovevi arrivare a Londra per trovare certe fanzine e certi dischi, o sperare che l’edicola di provincia avesse NME, Rumore, Rockerrila, ecc.) e quando quella scena la trovavi, te la tenevi stretto e diventava parte della tua identità. Almeno così è stato per me. Poi ovviamente la realtà è ed è sempre stata più frammentata, sempre di bolle parliamo. 

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Qual è il disco secondo voi più a fuoco?

Paolo: Con Matteo siamo cresciuti musicalmente insieme. Cioè, lui ha cresciuto me, visto la differenza di età, e anche se siamo sempre rimasti nell’ambito indie-alternativa, siamo rimasti curiosi e “attenti” a quello che succedeva nella scena, spaziando dai gruppi più noise degli anni ‘90 alle sperimentazioni di Flaming Lips e Mercury Rev, dall’elettronica europea, alla New York dei primi duemila. C’era un disco di un gruppo di quegli anni, The Van Pelt, che si chiama Stealing from Our Favorite Thieves: quel titolo riassume il nostro modo di far parte della scena alternativa. Il disco più a fuoco penso sia quello che Matteo stava preparando, perché è stato meno influenzato da quegli anni intensi e di continuo cambiamento, nostro e della scena intorno a noi, ed è invece il frutto di una persona più matura, ancora curiosa ma lontana dalla pressione della continua attività live, e dalla necessità di pubblicare un disco nuovo ogni due tre anni per rimanere visibili in un panorama che grazie alla tecnologia stava diventando sempre più affollato e volatile.

Perché avete pubblicato così "poco"? E un silenzio così lungo (e rivendicato...)?

Paolo: Come mi ricorda Francesco, fondamentalmente la vita è andata avanti e la musica è passata in secondo piano. In sostanza nessuno poteva più permettersi di continuare a campare d’aria, dato che "I was dressed for success but …" ("...success it never comes", da Heredei Pavement, ndr), ma questo non ci ha impedito di continuare a coltivare il sogno di fare un altro album ed un altro tour.

Il nuovo disco com'è?

Paolo: Sapevamo che Matteo considerava alcuni pezzi sostanzialmente pronti, ad altri pensiamo volesse dare gli ultimi ritocchi, ma in generale ce ne sono abbastanza (alcuni che nessuno di noi aveva ancora ascoltato) per pubblicare un album che suoni coeso. Per forza di cose sarà in qualche modo incompleto, almeno per come Matteo lo avrebbe inteso, ma vale assolutamente la pena di condividerlo, per quanto mi addolori dovermi/doverci in un certo senso sostituire a lui in questa decisione. So che non si sarebbe mai fidato del mio giudizio approssimativo (ride, ndr), ma grazie al cielo intorno a me c’è gente più seria. Penso sia un disco attuale e notevole per chi ha ascoltato ed ascolta quella musica, oggi che forse di dischi così ce ne sono meno. Ora che ho avuto l’opportunità di ascoltarmeli insieme in repeat nei giorni passati, mi sono ritrovato con l’entusiasmo di un tempo e mi devasta il fatto di non poterlo condividere con Matteo.

Quando uscirà e come pensate di "promuoverlo" e farlo girare?

Paolo: Ci stiamo lavorando in questi giorni con il supporto della famiglia e degli amici di sempre.  L’idea è di farlo uscire con Homesleep, l’etichetta storica che ha pubblicato quasi tutti i nostri dischi di cui Matteo era uno dei fondatori. Speriamo di poterlo far uscire in estate in concomitanza col suo compleanno. 

Cos'è Bologna ora e la sua scena, la riconosci ancora?

Daniele: Bologna è molto cambiata. Per certi aspetti credo sia anche peggiorata: l’arrivo di un turismo di massa l’ha resa una città molto più cara e quindi più difficile da vivere. Questo ha cambiato anche il tipo di studenti che arrivano qui. Quando ero giovane io, Bologna attirava tante persone creative che potevano permettersi di viverci e costruire qualcosa; oggi mi sembra più complicato, forse si è perso un po’ quello slancio diffuso che la città aveva. Detto questo, bisogna anche essere onesti: non ha molto senso paragonare la Bologna di oggi con quella di venti o trent’anni fa. Sono cambiati i flussi delle persone, l’economia delle città, il mondo della musica e della cultura. È tutto un contesto diverso.

C'è qualcosa che sopravvive in città?

Daniele: Quando ero più giovane non sopportavo quelli più grandi che mi dicevano quanto Bologna fosse più figa prima del mio arrivo. Non voglio cadere nello stesso errore. Anche perché proprio nei momenti in cui una città diventa più difficile si vede davvero chi continua a tenerla viva. Penso a locali come il mio amato Covo, come Tpo o Freakout, a etichette come Maple Death, a gruppi come Leatherette, Cut, Chow, Altre di B o Baseball Gregg solo per fare alcuni esempi. Sono tutte esperienze che dimostrano che Bologna, nonostante tutto, resta una città molto viva. Alla fine le città cambiano, a volte peggiorano anche. Ma la responsabilità non è certo di chi continua a fare cultura o sottocultura: anzi, più una città diventa difficile, più il lavoro di chi la tiene viva andrebbe riconosciuto.

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L'articolo “Solo ora abbiamo realizzato quanto Matteo e gli Yuppie Flu fossero entrati nella vita della persone” di Vittorio Comand è apparso su Rockit.it il 2026-03-19 10:58:00

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