Sorge - Come combattere la guerra di domani Intervista

Sorge © Umberto Nicola Nicoletti - Sorge © Umberto Nicola Nicoletti -
21/03/2016 di

Sorge è il progetto elettronico di Emidio Clementi (Massimo Volume, El Muniria, Notturno Americano) e del tecnico del suono e produttore Marco Caldera. In seguito alla pubblicazione del primo disco "La guerra di domani", uscito per La Tempesta Dischi e in ascolto streaming in esclusiva per Rockit qui, abbiamo rivolto qualche domanda ad Emidio, per scoprire qualcosa in più su questa nuova avventura sonora.

 

Ciao Emidio, come nasce il progetto Sorge?
Come tutte le cose è nato un po' per caso. Ad un certo punto, mi sono trovato un pianoforte dentro casa e ho cominciato a suonarlo. Un giorno passava per casa Marco, che lavora molto con l'elettronica, e mi chiese perché non facevamo insieme un disco di elettronica e piano. E ci siamo messi sotto. Siamo partiti con pochi punti di riferimento. A me personalmente piacciono molto i Wu-Tang Clan, ma anche l'ultimo di Gil Scott-Heron. Come atmosfere, soprattutto quel tocco malinconico che hanno i pezzi dei Wu-Tang Clan, che è dato proprio dal pianoforte. Alla fine poi, per quanto si cerchi di evitarlo, un disco prende un po' la strada che vuole. I primi pezzi sono stati fondamentali, perché hanno dato una linea un po' più precisa a tutto il resto del disco. Avevamo trovato un suono che a entrambi sembrava abbastanza personale e che dava opportunità di maggior fluidità anche con i testi, per esempio in confronto a ciò che faccio con i Massimo Volume. Si prestavano di più ad essere lavorati con delle rime. Non è stato un disco rapidissimo, ma anche abbastanza veloce rispetto alle mie abitudini. Ci abbiamo messo un anno a concludere tutto.

Sebbene la scoperta del pianoforte sia stata fondamentale per la realizzazione del disco, hai raccontato di aver inizialmente provato un forte blocco nei confronti dello strumento.
Un blocco enorme, una grande soggezione. Per un anno è stato un soprammobile di casa. Poi ho iniziato a metterci le mani sopra e a prendere lezioni. Ma ad un certo punto il maestro, peraltro molto più giovane di me, mi ha detto: "Tu sei un musicista, io ti do gli esercizi da fare, tu li fai più o meno bene. Però non ti vedo mai lanciarti in qualcosa di tuo, sbagliare, trovare una strada tua". Quella considerazione mi ha aperto, mi sono liberato un po'. A quel punto mi sono liberato pure di lui (ride). A parte gli scherzi, ho iniziato a... comporre è una parola che ancora mi inquieta, però comunque a fare delle cose mie, che poi giravo a Marco. Lui dava loro una struttura, ci incontravamo, la discutevamo, parlavamo degli arrangiamenti. Per ultimi sono arrivati i testi. Cercavo di comporli a pezzo più o meno terminato, senza lasciare accumulare le parti musicali e procedendo abbastanza in linea, perché come con tutte le cose accumulate si fa sempre un po' fatica dopo a riempire cinquanta minuti di parole. In questo senso abbiamo cercato di avere sempre uno sguardo generale su quello che stavamo facendo.

A che cosa è legato il titolo del disco?
Sono appassionato di una vecchia rivista illustrata di storia che usciva negli anni '60 e '70. In un articolo trovai un'espressione molto simile, "Le armi del domani". Mi colpì, però non mi sembrava proprio un titolo centratissimo e quindi lo trasformai in "La guerra di domani". Mi ha influenzato anche "Le particelle elementari" di Michel Houellebecq: nel libro lui racconta una storia molto realistica, ma tutto avviene con questo spostamento e la storia è raccontata in un 2030 in cui, in seguito ad un'importante scoperta scientifica, tutta l'umanità e i suoi sentimenti vengono visti come qualcosa del passato. Io parlo di situazioni attuali, i sentimenti e quello che mi succede attorno oggi sono un tema centrale. Ma domani? Varranno le stesse regole? Quale sarà la guerra di domani e come ci dobbiamo attrezzare per combatterla? È un po' un mettere il punto sull'umanità com'è oggi. E domani avremo le spalle abbastanza larghe? Il titolo mi evocava un po' questo. Detto tutto ciò, è anche un titolo puramente evocativo, che mi piaceva.

Oltre che musicista e co-produttore dell’ultimo disco dei Massimo Volume "Aspettando i barbari", Marco Caldera è anche tecnico del suono. Che influenza ha avuto questo sul disco?
Marco è molto bravo e la cosa principale da dire è che ha una grande sensibilità, che declina anche con i suoni. Per questa occasione ha chiarito che non voleva fare il fonico. Io ogni tanto gli chiedo di andare in sala a sentire come si senta e come siano i suoni, ma in questo periodo, in cui stiamo girando senza un nostro tecnico del suono, è sempre stato molto discreto, affidandosi ai vari fonici senza ingerenze. Però ha una grande padronanza sia delle macchine che del mixer. Il disco infatti l'ha mixato lui, in base a scelte o condivise o sue personali, che ho comunque sempre trovato azzeccate. Riascoltandolo, mi pare che suoni molto bene.

Il vostro progetto prende il nome da un personaggio storico, la spia sovietica Richard Sorge. A riguardo, hai scritto: “Più che la scaltrezza e il coraggio, di Sorge mi ha colpito la capacità quasi sovrumana di interpretare fino alla morte il ruolo a lui più odioso (quello del nemico nazista, ndr)”. E la musica? È anch’essa un ruolo o è un mezzo per liberarsi dalla necessità di averne uno?
(Dopo qualche istante di silenzio) Secondo me entrambe le cose. Se ripenso soprattutto agli anni in cui ho cominciato a suonare, vivevo sicuramente un disagio maggiore con me stesso, col mondo che mi circondava. La musica era un mezzo per tirare fuori alcune cose da me stesso e in qualche modo mi pacificava col mondo. Al tempo stesso, entri anche in un ruolo di musicista che alla fine ti dà anche un'identità. A cui io tengo anche molto. Pur non frequentando tantissimo la scena, mi piace far parte di quel mondo e, nel momento in cui forse il problema più grosso che avevo era proprio trovare una mia identità, a un certo punto me la sono trovata cucita addosso. E nella mia crescita, che al tempo non era ancora artistica ma certamente umana, è stato un passaggio fondamentale. Perché io ricordo, ancora ai tempi della scuola, che la mia grande carenza era proprio la mancanza di forza di volontà, qualsiasi cosa mi annoiava. E poi improvvisamente mi sono trovato a stare dieci ore sopra un pezzo, che per me... non stavo dieci ore nemmeno a corteggiare una ragazza che mi piaceva (ride). Ma come ti dicevo prima, questo è stato fondamentale proprio per trovare un ruolo nel mondo. E dedicarmici.

Poco fa hai menzionato l'appartenenza a un certo tipo di scena. All'interno di "Accetto tutto", c'è un verso in cui scrivi:"Accetto Toffolo, Manuel e i Massimo Volume... [...] Accetto tutto, non ho scelta”. I riferimenti sono molto chiari, che significato ha per te?
Lì volevo essere
ironico. In tutte le negatività del mondo, certo, ma volevo essere ironico. E in più faceva anche rima (ride). Però adesso, alla soglia dei cinquant'anni, lo vedo come un fatto d'orgoglio, l'aver fatto e il fare parte di una scena italiana che, con tutti i limiti che vuoi, però è vero che si è costruita da sola. Perché prima non avevamo troppi punti di riferimento. Se penso a quando abbiamo cominciato a suonare... Al tempo anche le maestranze, il fonico, il tecnico luci, il road manager... erano tutti amici che un po' si improvvisavano. Adesso vedo che almeno da quel punto di vista c'è una professionalità molto maggiore e questo mi fa piacere. Siamo stati comunque una scena un po' seminale nel rock italiano. Delle cose prima c'erano già state, per l'amor di dio. Però diciamo che un momento importante della musica italiana, cosa di cui ci rendiamo conto più adesso che quando lo stavamo vivendo, è stato quello degli anni '90, quello con cui sono cresciuto io. Senza nessun tipo di nostalgia.

Uno dei pezzi, "Nuccini", è dedicato a Corrado Nuccini (Giardini di Mirò), al quale nel brano ti rivolgi direttamente. Che significato ha per te?
Mi sono sdebitato con lui per i mille euro che mi ha prestato per comprare il piano digitale. Sai che se paghi puoi diventare un personaggio? Se paghi poco diventi un personaggio che muore dopo due pagine. Mille euro mi sembrava abbastanza per farne un personaggio centrale, basta che ora non me li richieda indietro (ride). A me piace perché viene dopo un brano, "Hancock 96" che puzza un po' di esotico. C'è l'America, ci sono i grattacieli... Questo invece è un omaggio all'Italia. Che amo, che è ricca di fascino e che conosco abbastanza bene, per quanto si possa conoscere bene un posto in cui giri molto ma senza mai fermarti. Però sai, cogli sempre qualcosa. Anche se ti ritrovi a suonare in periferia, un po' il sapore della città, qualcosa, ti attraversa. È un pezzo molto chirurgico. Si passa da un luogo all'altro e mi piaceva che ci fosse un punto di vista che si ferma su qualcosa.

Un aspetto che colpisce del disco, e che hai anche menzionato tu, è la sua componente rap, sia a livello musicale che di testi. 
Ero partito da una considerazione: se tu pensi ai Massimo Volume... siamo faticosi, difficili. Questo anche perché parliamo. Dall'altra parte c'è tutto il mondo dell'hip hop, che invece mi sembra più fruibile. Lo vedo anche sulle mie figlie, la più grande ha nove anni e le piace molto. Allora ho pensato, ma possibile che non ci possiamo un po' avvicinare? Prima parlavo di fluidità, di rendere la musica più diretta. In questo senso mi sembra che l'utilizzo delle rime, di una struttura ritmica così sostenuta, potesse riuscirci. Poi, chi l'ha ascoltato provenendo dal mondo dell'hip hop dice che questo non è hip hop. Ed è giusto che lo dica, anche perché noi non abbiamo assolutamente cercato di renderlo qualcosa hip hop in senso canonico e accademico. Però un rimando c'è, come c'è un rimando a certa poesia americana cantata, a Ginsberg, a Kerouac, che forse non sono mai stati dei miei punti di riferimento ma che mi piacciono molto quando recitano le loro poesie. Mi piaceva che il disco potesse scorrere via senza richiedere di prestare troppa attenzione alle parole o magari invitando a tornare sopra i testi senza però che questi ultimi fossero così centrali e un po' ingombranti.

Quali ascolti sia italiani che esteri pensi abbiano più influito su questo lavoro?
Guarda, stranamente tra me e Marco non è che parliamo tantissimo di musica, quindi non so tantissimo che tipo di ascolti lui abbia infilato (ride). Per me come ti dicevo Gil Scott-Heron. Mi piaceva molto, lui passa dallo spoken word al cantato con un'estrema facilità. È un album scuro e anche molto narrativo e quando pensavo al disco sicuramente ho pensato anche a lui. Ti dicevo prima i Wu-Tang Clan, però poi come dicevo un disco prende anche la sua strada e ti rifai un po' a quello che stai facendo. Cerchi sempre di trasformare i tuoi limiti in opportunità. È un po' un fare i conti con quello che sai fare, tenendo conto che non c'è voglia di ripeterti, cercando di aprire una strada per quanto ciò sia possibile. È vero che, se uno non è un esperto di musica e ascolta un disco di Sorge e uno dei Massimo Volume, la prima cosa che pensa è che siano simili perché in tutti e due il cantante non canta. Un ascoltatore più avvezzo a quello che facciamo nota invece delle differenze anche sostanziali. Un altro ascolto che mi è piaciuto molto, che un po' ha influenzato o che comunque ho preso come disco di riferimento, sono i due dischi di Aidan Moffat con Bill Wells. Anche lì ci sono piano e voce, a tratti cantato e a tratti parlato. C'è un pezzo in cui  presente anche un synth e volevo chiedere a Marco di inserirne in un nostro brano uno simile. Gli mandai il riff di "Bar Destino" e lui, senza sapere nulla, due giorni dopo me lo rimandò con esattamente quel synth. Mi ha fatto molto piacere.

Quali sono i progetti futuri di Sorge? Avete già in mente un nuovo disco?
Dal vivo abbiamo già un paio di brani che abbiamo composto dopo il disco, quindi la voglia ancora c'è. Io nel frattempo ho mandato altre idee a Marco, ma giustamente lui mi ha fatto notare che dobbiamo tener conto di quando questo disco uscirebbe. È inutile lavorarci adesso, perché è vero che l'elettronica è un po' il qui ed ora. Se uscisse un disco tra due anni, probabilmente le soluzioni trovate oggi sarebbero già un po' stantie. E quindi forse è giusto prenderci un periodo di tempo, magari finito il disco dei Massimo Volume, e poi lavorare un po' sull'attualità di quel momento. Perché è vero che i pezzi un po' ti marciscono addosso. E avere un pezzo lì nel cassetto, per poi ritirarlo fuori tra due anni... anche se è un bel pezzo non è che ti susciti una grossa emozione. Però l'idea di continuare questo viaggio insieme c'è, sicuramente.

Tag: intervista

Pagine: Massimo Volume Emidio Clementi Sorge

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