Africa Unite - S.Polo d'Enza (RE), 02-06-2001 Intervista

08/06/2001 di Antonio 'Zanna' Zanoli

La serata è fresca e quei pericolosi nuvoloni che si aggiravano sopra il locale si sono finalmente allontanati, facendo tirare un sospiro di sollievo agli organizzatori del concerto ed anche a tutti i fans della band torinese che sta per salire sul palco del Bilbao Tempo Rock di S.Polo d'Enza (RE).

Mentre il pubblico inizia ad affluire nel bel parco collinare c'è il tempo per scambiare due chiacchere con Madaski, uno dei personaggi chiave di Africa Unite, nonché importante dj e autore di ottime cose come solista nel campo elettronico.



Rockit: Un disco, il vostro ultimo, che va a scavare nella storia del reggae, musica che viene da lontano, ma che ormai è diventata patrimonio di tutto il mondo. Come ha fatto ad arrivare nella "fredda" Torino?

Madaski: Cosa dirti... il reggae nei primi anni '80 è arrivato proprio come una bomba in tutta Europa, dunque anche in Italia e così a Torino... che ti posso assicurare non è poi così fredda ed il proliferare di gruppi di questi anni ne è la dimostrazione. Noi, comunque, eravamo fra quelli che, folgorati all'istante, non hanno saputo resistergli.

Rockit: Ma c'e stato un avvenimento che vi ha avvicinato in particolare a questo genere musicale?

Madaski: Certo che c'è stato! Senz'ombra di dubbio si è trattato delle date italiane che Bob Marley ha fatto in Italia nel 1980. Non a caso il nostro gruppo ha mosso i primi passi esattamente un anno dopo, ovvero nel 1981... da qui il titolo del nostro album: "20". Ormai son passati vent'anni da allora...

Rockit: Continuando sull'asse Giamaica/Torino, è possibile che in quest'ultima, città operaia per antonomasia, il reggae abbia attecchito anche per i contenuti politici e filosofici ad esso collegati?

Madaski: Penso proprio di sì, ma rimarrei più sul discorso politico, eventualmente ricollegabile a quello filosofico. Il reggae è musica che viene dal basso, è musica popolare, spesso politicizzata e a volte mistica. Quando dico politicizzata, però non intendo schierata. Il reggae ha la sua identità, è musica che ha sempre avuto qualcosa da dire: la definirei musica d'opposizione sia all'arancione che al grigio, visto che rosso e nero sono ormai colori troppo forti per classificare gli schieramenti del panorama politico odierno.

Rockit: Torniamo alla musica ed in particolare al vostro ultimo lavoro. Bob Marley è stato quindi il vostro faro guida: non avete avuto paura a rapportarvi con le sue canzoni?

Madaski: Assolutamente no! Penso che dopo vent'anni di reggae il nostro gruppo abbia la coscienza necessaria per affrontare un progetto del genere: era quasi doveroso! Doveroso perché ormai Bob è una parte di noi e il nostro amore per quello che ha fatto è stata la chiave per convincerci che eravamo sicuramente pronti per rileggere la sua musica alla nostra maniera. Infatti non direi che gli Africa si siano posti il problema di rapportarsi con Bob Marley; piuttosto abbiamo cercato di riadattarlo e rielaborarlo secondo le emozioni che la sua musica ci ha sempre comunicato... e penso che si senta, visto che molti dei pezzi sono completamente ricostruiti attorno a quella che era la loro struttura originale.

Rockit: Ripercorrendo la storia della vostra formazione è sempre stato chiaro il connubio fra musica elettronica e tradizione reggae. Come avete affrontato il "problema" di far coesistere questi due generi che solo poi si sarebbero dimostrati perfettamente compatibili?

Madaski: Diciamo che in effetti l'equilibrio giusto fra queste componenti si raggiunge solo grazie al fatto che all'interno del gruppo c'è chi ha sempre amato scoprire e lavorare sulla musica elettronica, ovvero io, mentre il resto della band, ma in particolare Bunna, è rimasto più legato alla tradizione a cui ti riferivi nella domanda.

In effetti prima che io riuscissi a lavorare a livello solista, i pezzi degli Africa rischiavano di essere prepotentemente invasi dall'elettronica, dal Madaski style. Fortunatamente non è stato così, perché io per primo sono convinto che la nostra band abbia fatto un ottimo lavoro sul fronte del recupero delle radici del reggae, ma sono altrettanto convinto che abbia lavorato molto bene anche sulla ricerca di uno nuovo stile per proporre questo genere. Tradizione ed innovazione a braccetto, anche se la prima è sicuramente più incisiva nei nostri lavori.

Rockit: Un disco di cover appena uscito: a quando materiale nuovo?

Madaski: Come dicevamo prima in realtà "20" non è un disco di cover. La sua realizzazione ci ha impegnato tanto quanto, o forse più, che quella di realizzare materiale nuovo. Penso quindi che ci prenderemo un po' di tempo per riposare e per suonare dal vivo, che rimane sempre la cosa che ci piace di più in assoluto.

Rockit: Dunque meglio il live rispetto allo studio... ?

Madaski: Direi che non ci sia proprio paragone! Fare dischi ci piace un sacco, ma il contatto con la gente è unico. Il genere che facciamo è altamente di "contatto" e ci consente di comunicare col pubblico.

Rockit: Due parole su quello che è il panorama musicale italiano...

Madaski: Purtroppo non sono molto ottimista. Ormai ne ho viste tante di mode, di presunti cambiamenti e siamo ancora al punto di partenza. Anzi, ci troviamo in un periodo d'involuzione dove il mercato detta le leggi per fare musica. Alla fine penso che la colpa sia proprio dei gruppi che non hanno saputo raccogliere il frutto del lavoro di band come Mau Mau, Almamegretta, 99 Posse, Marlene Kuntz e Afterhours, giusto per citarne alcuni.

Adesso le band hanno ingaggiato una sterile rincorsa al singolo di successo. Sembra di essere tornati ai tempi dei 45 giri; pare non ci sia più la voglia di organizzare un progetto e portarlo a termine... spesso mancano proprio le capacità e comunque si guarda solo alla possibilità di essere pompati dai network per avere il successo commerciale. Non sono più le case discografiche ad avere il coltello dalla parte del manico: sono le radio e le TV specializzate a comandare ora! Il fatto è che queste strutture sfruttano la musica, perché la utilizzano come tramite per vendere qualcos'altro grazie alla publicità. Probabilmete a "loro" della musica non importa proprio nulla. Dalla padella alla brace... sicuramente una situazione che uccide la musica.

Rockit: Alla fine però è il pubblico che decide le mode con i propri gusti personali...

Madaski: Il pubblico? Al pubblico non sono dati i mezzi per giudicare, per essere obiettivo! In Italia non si educa ad ascoltare la musica, a distinguere le cose belle da quelle brutte.

Rockit: Ma tutti i gusti son gusti...

Madaski: E' vero, ma non possiamo nascondere che porcherie ne girino parecchie! E molto spesso siano quelle con impatto maggiore sul pubblico, che non ha voglia di pensare alla qualità di quello che gli viene proposto, anche perché non è stato abituato.

La musica dovrebbe entrare nelle scuole e non solo con quelle poche ore settimanali in cui si impara a fare una scala su un flauto. Ci sono dei professori che lo stanno già facendo, ma spontaneamente: nei programmi ministeriali non c'è nemmeno l'ombra di qualcosa che si avvicini all'educazione all'ascolto. E' la scuola che dovrebbe fornire i mezzi e la possibilità di saper giudicare la musica che ci viene sbattuta di fronte... un'utopia direi... .

Rockit: A volte però sono i gruppi stessi a far cose troppo pretenziose, col solo scopo di essere 'alternativi': si atteggiano e magari non fanno cose difficili, ma semplicemente inascoltabili, orribili...

Madaski: Su questo non ci sono dubbi. Ma attenzione: quando parlavo di porcherie non volevo additare o difendere nessun genere in particolare. In ogni corrente ci sono persone che fanno comunque musica con un senso, inserita in un progetto preciso. A quel punto subentrano i gusti personali, ma non è di questo che stavo parlando.

Spunti che aprono la strada a discussioni importanti ed interessantissime, ma ormai non c'è più tempo. La gente che intanto ha riempito il locale freme e lo spettacolo deve iniziare.

Il concerto? Stupendo, coinvolgente e caldo! Non perdeteveli se potete.

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