Kalibandulu - Lo stato di salute della dancehall italiana, 11-03-2011 Intervista

21/03/2011 di

Lo stato di salute della dancehall italiana? Abbiamo fatto un punto della situazione, stilato una lista di nomi che sono stati fondamentali per chi voleva ballare reggae sullo stivale e aggiunto chi, ora, sta difendendo il titolo. E poi l'abbiamo chiesto ai Kalibandulu, crew salentino-milanese che diffonde in rete un cd mix al mese con il meglio della musica mondiale, che si sta ritagliando un suo spazio autorevole in Europa, e che può considerarsi uno dei migliori sound system del momento. Ci regalano un mixtape esclusivo in free download, ci hanno pure risposto alla domanda iniziale: il reggae non è roba per italiani.



Sai che in Salento ci sono i Sud Sound System, e "Lu sule, lu mare e lu ientu" e l'estate a ritmo di reggae fanno del tacco dello stivale la "Jamaica italiana". Sai che a Roma fa base One Love, il sound system più noto e longevo d'Italia, che dividendosi fra la Città Eterna e Kingston spinge dancehall già da un tot. Ma quello che non sai, forse, è che la rivoluzione avviene nella grigia Milano. E viene da sottoterra, in tutti i sensi. Nella metà degli anni Novanta, mentre l'etere diffonde le vibrazioni del mitico Vito War, nel basement di Pergola Tribe la crew di Bass Fi Mass pompa reggae da un impianto autocostruito che spettina, con delle basse così profonde che pare di avere un subwoofer impiantato direttamente nel petto.

La formula per stare bene è quella che cantavano anche i Sangue Misto, "Basta un micro - fono, come strumento i piatti" e lo stile è il juggling, così come insegnato da storiche crew jamaicane come Stone Love o Killamanjaro: una pioggia di vibrazioni, nera come il vinile dei dischi a 45'' che si susseguono mixati a velocità frenetica sui giradischi. La massive, sempre più numerosa, balla i pezzi più freschi provenienti dall'isola caraibica, un passo a destra e uno a sinistra, una mano in aria e una sul cuore, senza mai perdere il tempo. Da quelle quattro mura nere il fenomeno si spande a macchia d'olio.

Oggi esistono decine di nomi che portano avanti tecnica e cultura. Da Godzilla, Mad Kid, Northern Lights, Macro Marco, Heavy Hammer, I – Tal Sound, I – Shence, Bashfire, ai più recenti Dancehall Soldiers, Rude Family, Combo Style, Balooba e Big Bamboo, la scena cresce, e sul palco insieme ai sound si alternano vecchie e nuove generazioni canterine: Brusco a Fido Guido, Boom Da Bash, Lu Marra o ancora Gamba The Lenk. Dai centri sociali ai club, dalla sperduta provincia del nord ai nuraghi, il verbo rimbalza fino ad arrivare su Marte. Da qui Kalibandulu, crew divisa fra Milano e il Salento e attiva da ormai più di un decennio, diffonde il suo "Jugglin' from Mars" come un virus che infesta la rete mondiale e le dancehall di mezza Europa.

Kalibandulu: chi, dove, come, quando e perché?
Rebel Tony: Abbiamo iniziato un po' come tutti, per passione e divertimento personale.

Ah, ma una volta mica si diventava Dj per beccare di più?
RT: No, per quello eravamo già a posto. Anzi, suonare ci permetteva di riposare almeno un paio d'ore (ride, NdA). Scherzi a parte, personalmente mi innamorai di una canzone di Jacob Miller (contemporaneo di Bob Marley), e così comprai un suo vinile, il primo della mia collezione. Correva l'anno 1996, e dopo sole poche ore acquistai un giradischi ed entrai nel tunnel del collezionismo. Con il reggae è così, cominci da qualche LP e poi ti ritrovi con tonnellate di singoli in 45'', che fino a pochi anni fa rappresentavano il principale formato utilizzato dai selecta reggae.
Moiz: Sì, è partito tutto da Tony, dalla passione per la musica reggae, dall'atmosfera che si respirava allora in Pergola e dallo stile di Bass Fi Mass. Poi con il passare degli anni sempre più gente si è associata, da Milano a Bergamo fino ad arrivare al Salento e ottenere la formazione attuale: sei persone fra Dj, Mc e grafici che contribuiscono a far crescere una cosa chiamata Kalibandulu.

Ma come riuscite a gestire una formazione che si divide fra lu sule, lu mare e lu ientu del Salento e la nebbia e la polenta di Milano?
M: Skype
RT: Quello è un punto debole, ma noi lo giriamo a nostro favore. Internet ci permette di lavorare a distanza sui progetti. Quando abbiamo le serate invece, proprio perché siamo lontani nel corso della maggior parte della settimana, per noi è già una festa incontrarci, e tutta questa felicità la trasmettiamo al pubblico durante la dancehall.

Prima parlavate di Bass fi Mass e di Pergola, quindi di un periodo che va dalla metà degli anni Novanta ai primi anni Zero. Quanto sono stati importanti quegli anni e quei riferimenti e cosa è cambiato oggi?
RT: Pergola era la yard in cui andavi a vedere i sound system più forti del mondo. Ed è lì che abbiamo iniziato, aprendo e chiudendo le serate. Bass fi Mass, il sound resident, è stato per noi come una guida. Ci ha insegnato cosa suonare, come suonarlo e quando.

Ma non si dice che i dj reggae non sanno mixare?
RT: Infatti, nella maggior parte dei casi è così. Bass fi Mass, con la tecnica del juggling, ha puntato molto sul lato tecnico del mixaggio. E in più c'era un Mc sempre sul pezzo, con le parole giuste al momento giusto. Oggi tutto questo manca, e a Milano il reggae è allo sbando.
M: Per quanto mi riguarda, credo che sia da Bass fi Mass che sono nati i Dj più forti di oggi in Italia, vedi ad esempio Mad Kid. E poi sul loro modello è cresciuta la generazione attuale, la mia. Bass fi Mass è stato il seme del juggling in Italia, noi possiamo definirci il frutto di seconda o terza generazione!

Ma il Dj reggae per cui stravede il pubblico italiano è inglese e si chiama David Rodigan. Lui non vi ha insegnato a suonare?
M: Io Rodigan lo definisco il Dj piu apprezzato dalla massive, ma il meno apprezzato dai soundboy (ride, NdA). Ha sempre insegnato come tenere il palco con simpatia, cosa ben accetta dal vasto pubblico, ma sulla tecnica ci sarebbe da discutere.
RT: David Rodigan è il Dj per le masse. È un po' come se chiedessi a un metallaro cosa ne pensa dei Metallica.

Dicevate prima che la scena milanese oggi è allo sbando. E il resto?
M: Io oggi vedo un po' di scene differenti. È passata l'era in cui ci si scannava sui forum per argomenti tipo "dancehall vs reggae" o "party vs showcase". A quei tempi era tutto abbastanza mischiato. Oggi, almeno per quanto riguarda le yard che raggiunge Kalibandulu sia in Italia che in Europa, è tutto molto più settato: noi suoniamo nel club in cui la gente si aspetta il party con un certo tipo di musica, tanti remix fatti da noi e un'atmosfera festosa.

Meglio l'Italia o l'Europa?
RT: L'Europa è molto più avanti, in Italia chi suona reggae è ancora in Serie B, In Europa siamo equiparati ai Dj house o techno e suoniamo negli stessi club. In Italia la musica è ancora troppo politicizzata, e molti non sanno nemmeno una parola di quello che dice il cantante.
M: L'Europa è più avanti anche per un livello più elevato di conoscenza della lingua inglese. Se suoniamo fuori dall'Italia possiamo divertirci con i remix concept in cui siamo specializzati, e fare selezioni a tema sicuri di ottenere un riscontro dal pubblico.

Quindi, dovendo dare dei riferimenti, diremmo più Diplo che Rodigan?
M: Diciamo più una via di mezzo.
RT: Le scelte di Diplo derivano dall'esistenza stessa di Rodigan. Se lui non avesse settato la scena inglese, Diplo non avrebbe scelto di fare Major Lazer.

Quanto ha influito per voi essere in tanti, avere ruoli diversificati ed essere tutti attivi sui social network e sul web in generale?
RT: La musica oggi gira tutta sul web. Devi sempre essere aggiornato. L'essere in tanti ci permette di dividerci i lavori e di tirare avanti Kalibandulu come una vera e propria azienda, in cui ognuno ha la propria mansione.

Tu fai il kebab?
RT: Sì, io faccio il kebab, bevo e se capita anche una trombatina ogni tanto non mi tiro indietro.

Comunque è anche grazie alla rete se avete la possibilità di fare il mixtape mensile "Brand New Collection". Fino a qualche anno fa, trovare i dischi e stampare un CD ogni mese sarebbe stato impossibile, non trovate?
RT: È vero in parte. Riusciamo a fare un mix CD ogni mese anche grazie ai contatti che abbiamo stabilito con i produttori. Contatti e rispetto. Molte volte abbiamo i pezzi in esclusiva settimane prima che girino sul web.

Ma la produzione jamaicana di oggi merita davvero un mixtape al mese?
M: Ci sono mesi sì e mesi no, ma questo ci fa capire anche come vanno le cose in Jamaica: ci sono i periodi di guerra fra gli artisti, e poi succede invece che per onorare qualche cantante deceduto ti ritrovi un po' di pezzi che rimangono nel tempo e scrivono la storia. Dai 12 CD che abbiamo fatto nel 2010 posso estrarre la storia dell'ultimo anno in Jamaica. Ogni volume racconta, mese dopo mese, quello che succede sull'isola.

E se doveste tracciare una storia dell'Italia basandovi sulle produzioni del 2010?
M: Io mi avvalgo della facoltà di non rispondere (ride, NdA). In ogni caso, è ormai evidente la voglia di molti italiani, cantanti e produttori, di buttarsi sul mercato jamaicano, americano ed europeo. Vedi allora Fido Guido che canta in inglese, Brusco in patois o Macro Marco che sempre più spesso sforna produzioni dal respiro internazionale.

In pratica state dicendo che il reggae non è roba per italiani?
M: Secondo me ci sarà sempre il coveraggio, quindi se ora va una determinata cosa in Jamaica, tutti i singer in Italia la riprenderanno. Ad esempio, anni fa, tutti dovevano cantare di ganja. L'Italia, anche tra vent'anni, non avrà uno stile suo, copierà sempre quello che arriva da lì.
RT: In Italia, finché la musica non si slega dalla politica, non succederà nulla di nuovo. Nello Stivale esiste ancora l'equazione "reggae = centri sociali = capelli rasta". In italia il reggae è troppo politico, e finisce là dove inizia il divertimento spensierato.

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