intervista

Tra Caravaggio e Salmo: storia di Moab, il creativo che sta cambiando l'immagine al rap italiano

Si chiama Stole Stojmenov, ha 23 anni, è nato in Macedonia e vive a Milano. Ha curato le copertine degli ultimi dischi di Machete e Tha Supreme, e poi la Dark Polo e i big americani. Ora racconta se stesso, e la sua vita oltre Instagram
07/12/2019 14:54
di Giorgia Salerno

Conosciuto come Moab, la sua vecchia graffiti tag, o come Moabvillain sui social network, all'anagrafe è Stole '. Innovativo designer e art director, con la passione per lo sport e il rap, è diventato celebre dopo aver firmato le copertine di artisti internazionali come Migos, Salmo e la Dark Polo Gang, tra i tanti, qui in Italia. Conoscendolo da un po', mi sfugge una risata quando stento a riconoscerlo, biondo platino e sorridente sotto l'arco della porta di 24 Maggio a Milano.

Nasce a Kocani, in Macedonia, cresce tra Bolzano, Zurigo e Milano. Parliamo con il microfono spento, di musica ovviamente. Ultimamente ascolta un sacco di rock: è andato in fissa con i Red Hot Chili Peppers (di nuovo) e vorrebbe andarli a vedere live. Più in generale mi parla di Muse, Depeche Mode, Gorillaz, Outkast. L’ultimo disco di Kanye West lo ha fatto volare. Di roba italiana ne ascolta veramente poca, tipo l’ultimo disco di Marracash e quello di Tha Supreme, di cui ha anche firmato la copertina.

Riflette sempre qualche secondo prima di parlare, ma quando lo fa parte in quarta e le parole si susseguono velocemente. La prima cosa davvero curiosa che mi viene da chiedergli è da dove viene il nome del suo alter ego.  “Moabvillain è il gioco di parole di un altro gioco di parole", spiega. "Deriva dal disco Madvillainy del progetto “Madvillain” di MF Doom e Madlib, titolo che unisce i nomi dei due. Quel disco mi piaceva tantissimo, perché era una delle prime cose rap che ho ascoltato. Mi ero comprato il vinile, e, pur essendo un disco del 2004, suonava super 90s. Poi la gente ha iniziato a chiamarmi così”.

La cover di

Sono quasi due anni che non rilascia interviste, un po' perché non è nel suo stile, un po' perché “fanno tutti le stesse domande: non chiedermi ancora dei Migos, è tutto online”. Allora gli chiedo come va la vita, se questo 2019 è stato strano anche per lui: “Strano, ma figo. Ho fatto quello che mi ero prefissato: ho continuato a lavorare nella musica, ma anche per Nike, con Apple e anche con la Recording Academy, quella che si occupa dei Grammy. Ho fatto cose nuove al di là delle cover degli artisti: realizzandole per molti anni, c’è il rischio che diventi una routine, per questo serve inserire delle novità nel proprio lavoro e spaziare. Il problema, semmai, è che negli ultimi tre anni ho lavorato troppo. C'è un meme che gira tra noi grafici in cui ci si chiede: 'ma oltre ad essere un designer, che cosa sei?' (ride). La vita privata ne risente sempre quando, come me, sei tutt’uno col tuo lavoro”.

Beve un sorso di birra, e gli chiedo se gli è mai capitato di rifiutare un lavoro per motivi di incompatibilità. "Sì. Sono molto testardo, mi sono trovato ad abbandonare progetti, per via di visioni diverse: quando lavoro voglio sentirmi libero. Fortunatamente avviene raramente, ma mi è capitato di avere a che fare con persone con cui era impossibile trovare una quadra. È importante trovare un compromesso tra due creativi, lasciando reciproco spazio di lavoro”.

Ci sono poche cose nello stile della persona Stole che ritornano nel lavoro di Moab, ma essenziali. Un anello, l’uso ricorrente di un brand particolare, qualche dettaglio. Un essenzialista. Mi dice che quando andava scuola gli piaceva storia dell’arte, allora gli chiedo quali sono gli elementi che caratterizzano di più la sua estetica. “Il fatto di riuscire a togliere degli elementi per rendere una cosa più essenziale e più efficace possibile è una mia caratteristica. È necessario trovare sempre il giusto equilibrio tra le cose. Non ci sono degli elementi fissi che mi porto sempre dietro, magari sono più astratti che concreti, come il modo in cui compongo l’insieme. Questo è un mio tratto riconoscibile ed è molto più difficile da raggiungere, ci sto mettendo un po’ nel farlo. È una modalità di lavoro che si trasmette nel risultato finale e rende l’opera riconducibile a te, anche se inconsciamente. Insomma si vede dove ho messo la mano io.”

Artwork per Apple Music della global playlist “Northern Touch”Artwork per Apple Music della global playlist “Northern Touch”

E qual è il suo punto di vista sull'estetica della musica in Italia oggi? “Non voglio generalizzare e dire che da noi tutto ciò che riguarda i vecchi dinosauri è da buttare”, spiega. “Però spesso c’è ancora un certo tipo di mentalità che quando ti capita di lavorare all’estero non trovi. Lì c’è molta meno provincialità, dipende credo molto anche dal target, che va educato. Nell'estetica generale italiana una cosa che non mi è mai piaciuta è il volersi sempre rifare a qualcuno di più grande: manca un po’ la volontà di sperimentare per primi una cosa. Il discorso legato alle reference in Italia è una gabbia da cui non si riesce a scappare, c’è il timore di buttarsi in un progetto che nessuno ha mai fatto prima". Proporre innovazione è sempre molto faticoso, in tutti i campi. "Capisco che ci siano soldi in ballo e non si voglia rischiare troppo, però è limitante. Per creare una cosa iconica non devi fare necessariamente ciò che hanno già fatto tutti. Per esempio, dopo l’uscita di Scorpion di Drake, con la copertina in bianco e nero, c’è stata un’esplosione di cover simili".

In America non funziona così? "Anche lì sicuramente ci sono delle reference, ma vengono poi sviluppate e declinate. E comunque, sfatiamo un mito: non è vero che oltre l'oceano sono necessariamente tutti più bravi e precisi, perché ho incontrato anche in quei contesti situazioni assurde. A differenza nostra, però, le reference vengono snocciolate bene e si capisce tutto il percorso dietro ad una determinata grafica. C’è più dinamicità, studio e ricerca. E, di conseguenza, uno sviluppo creativo più approfondito, che permette di inserire il proprio stile nel mood su cui si lavora. Come diceva un mio amico dell’università, tutto quello che c’era da inventare lo hanno inventato i romani (ride), quindi è normale che si utilizzino dei riferimenti ad altre opere come punto di partenza, però bisogna utilizzare un proprio tratto personale poi”.

Dopo questo discorso, impossibile non pensare al suo rapporto con i Migos all’estero e Salmo qui in Italia, di cui ha curato gli ultimi lavori, compresa la cover del disco live di Playlist, uscito nelle scorse ore. “Salmo è uno che può improvvisarti un disegno sull’iPad fatto da lui e mandartelo, mentre Quavo dei Migos non lo fa, ognuno ha diversi livelli di approccio creativo“ dice.

La cover di

Ad esempio, mi racconta che il poster del singolo Lunedì di Salmo lo hanno realizzato insieme, lui e l'artista sardo. Mi dice che con Maurizio c’è un grande scambio di idee costante, parla di lui e sorride mentre mi racconta di tutto: serate, meme, pensieri. Mi dice che Salmo è un artista totale, che gli piace mettersi in gioco. “Con Salmo sembra di lavorare con un altro grafico. Quello che abbiamo fatto insieme è il risultato un po’ strano del nostro contributo reciproco, come l’idea alla base di Playlist. Il disegno in copertina lo aveva regalato un bambino a Salmo nel 2014 in un instore a Cagliari. Mauri è quel tipo di artista che una mattina si sveglia con un’idea del tutto nuova e ti dice di cancellare e ripartire. Penso che questo tipo di flash improvvisi, se colti nel momento giusto, facciano sì che il progetto esca azzeccato".

Salmo voleva che quel mood casereccio trasparisse anche dalla grafica del disco, facendo il contrario di quello che tutti si sarebbero aspettati. "Un anno prima mi aveva mandato questo disegno dicendomi 'Bro, ho trovato la cover del disco', ma poi era finita lì con delle risate. Nel tempo questa battuta ce la siamo anche dimenticata, finché un giorno ho pensato all’improvviso di recuperare il disegno e lo abbiamo veramente usato, anche se purtroppo non siamo mai riusciti a risalire al bambino che glielo aveva dato. Questa cover è di rottura, è diventata virale anche se l'intento non era quello. Quando lavoro penso sempre prima all’estetica, poi se ciò che faccio diventa virale tanto meglio: vuol dire che funziona”.

Ora parliamo di merchandising, e arrivano le note dolenti. “In Italia pochissimi fanno il merch figo come in America, dove Travis o Kanye fanno magliette che vendono a 80 dollari. Dai, chi fa una cosa simile da noi? Spesso ho visto delle brutture incredibili. Ultimamente c’è qualcuno che è riuscito a fare delle cose molto interessanti come la Lovegang o la Machete. Nel rap italiano nessuno ha mai avuto quell’impostazione fashion, per realizzare una cosa di tendenza, mentre in America è il rap che ha reso di moda il merch, grazie anche al trend dello streetwear.”

Tutto questo parlare di creatività mi fa venire in mente una domanda fondamentale: quali sono le sue fonti di ispirazione? Butta lì qualche nome, poi decide di ripensarci. Va un attimo in tilt, e ora rido io. Il primo di cui mi parla è Caravaggio: “La sua influenza su di me si può notare più sulle foto che faccio e che posto su Instagram, non tanto sui lavori. I miei scatti sono solitamente molto scuri o con degli accenti di luce ben precisi, però è più una cosa personale, che non si riflette sui progetti con gli artisti. Caravaggio è quello che da sempre mi affascina di più come pittore".

La copertina di La copertina di

Un altro è Peter Saville, che definisce "uno dei graphic designer attivi nella musica più influenti di sempre". Un altro ancora Fabien Montique, fotografo di Kanye West durante la sua età dell’oro di Good Music. E ovviamente Virgil Abloh, "estetica incredibile nella musica che ha poi riadattato nel mondo fashion e viceversa". "A livello più personale e umano", racconta, "la mia creatività è influenzata senza dubbio da tutto il team di 333 Mob e di Machete, da Low Kidd a Lazza, persone che fanno attività diverse dalle mie, ma che mi ispirano fortemente. Vedere il loro lavoro mi motiva quotidianamente. Credo molto nello scambio di energia e questo, bene o male, ti segna in qualsiasi maniera".

Un'altra persona con cui condivide il percorso è "il regista di video Andrea Folino, a cui sono particolarmente legato, perché siamo i più giovani in Machete". E poi "la mia famiglia è una grande fonte di ispirazione, i miei genitori e mio fratello in particolare, che fin da piccolo parlava di aerei e ora, con la persistenza, è diventato pilota. Un buon esempio di ciò è un commentatore di ESPN che ha detto 'fanculo, il sogno americano non sono LeBron, Kobe o Travis Scott, loro sono uno su un milione. Il sogno americano sono io, un afroamericano qualsiasi che ha lavorato come un pazzo per raggiungere i suoi obiettivi'. 

Quando gli chiedo se c’è un progetto che lo ha colpito e che magari avrebbe voluto firmare lui, confessa di pensare subito a Dazed Beauty, che ha pubblicato un editoriale incredibile, curato da Darío Alva su Travis Scott e Kate Moss (“la modella quella bionda, dai quella famosa, a te piace” – “Kate Moss?” – “eh, si esatto, lei” – “…”) realizzato in digitale e in 3D. “È una cosa che io non potrei mai fare, non trattandosi esattamente del mio campo. Parlando di cose italiane, mi sarebbe piaciuto lavorare ai primi Machete Mixtape (ha invece curato l'immagine del quarto, recente, capitolo, ndr), ma, ovviamente, non ho potuto farlo per questioni anagrafiche. E poi mi viene in mente Santeria di Marra e Guè, che aveva un progetto grafico pazzesco, capace di sposarsi molto bene con il mood delle registrazioni avvenute in Sudamerica.”

Il mondo di Stole, però, va molto oltre i confini dell’A4 bianco di Illustrator. Da un punto di vista visivo dice di amare il cinema e le serie tv. Segue molto anche lo sport, in particolare il basket e il calcio: è un super interista. Quando gli chiedo cosa gli piace del calcio, mi parla de “l’insieme dei valori che si porta appresso, l’importanza del gruppo per raggiungere un obiettivo. Amo il lato poetico che a volte emerge, come le storia di Jamie Vardy, calciatore inglese che in pochi anni è passato dal lavorare in fabbrica al vincere il campionato con la maglia del Leicester City; o la Stella Rossa di Belgrado, che contro ogni pronostico ha vinto la Champions League nel 1991. Ovviamente nel mondo del calcio c’è anche il fattore competitivo, in cui mi riconosco parecchio: mi piacciono le storie di rivalsa di chi arriva da origini umili e riesce a ottenere grandi risultati”.

Il poster di

Provo a strappargli qualche spoiler sui suoi futuri lavori: mi dice che continua a collaborare con 333 Mob, la sua etichetta. E continua il suo lavoro con Salmo. “Prossimamente farà un tour mondiale e un concerto a San Siro, quindi stiamo realizzando tutto il materiale visivo che accompagnerà le date. Sto curando anche la direzione creativa di un brand di moda di un mio amico di LA, su cui però non posso dire di più. Non voglio espormi mai troppo, perché il rischio della gufata è sempre presente. Sicuramente posso dirti che ci saranno un po’ di dischi in uscita, come quelli di Lazza, Dani Faiv e Jack The Smoker, ma non so ancora esattamente di cosa mi occuperò. E di sicuro continuerò a portare avanti tutto il filone grafico di Tha Supreme”.

Lascio un’ultima domanda aperta, sospesa: c’è qualcosa che non ti hanno mai chiesto e che avresti sempre voluto dire? “Mah, mi ha sempre dato fastidio che nell’approccio verso il mio ruolo spesso abbiano dato per scontata la dinamica del mio lavoro. Spesso il pubblico non ha la minima idea di come funzioni questo mondo. Mi ricordo in particolare quella volta in cui mi scrissero svariate persone per dirmi che i Migos non mi taggavano mai o non parlavano mai di me (cosa non vera) e secondo loro questa era una mancanza di rispetto nei miei confronti". 

Per tanta gente sembra che Instagram sia lo specchio della realtà. "Esatto, invece molto del mio lavoro avviene al di fuori dei social, non è tutto lì. A me non è mai importato nulla dei tag o della foto con l’artista da postare e non voglio far vedere quello che succede tutti i giorni per forza. Sembra che se non ostenti ciò che fai sui social le cose non esistano... Il mio nome è sui crediti del disco e nelle interviste le persone con cui collaboro mi citano. A me importa il rapporto che creo con la gente. Più che essere pagato, rispettato e conosciuto da loro cosa posso chiedere? Conta la vita reale, non quello che accade sullo smartphone”.

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L'articolo Tra Caravaggio e Salmo: storia di Moab, il creativo che sta cambiando l'immagine al rap italiano di Giorgia Salerno è apparso su Rockit.it il 07/12/2019 14:54

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