Stylophonic - Superstar djs, here we go! Intervista

Con il nuovo disco Jam the house torna a tracce più classiche, dedicate ai dj, dopo quella scheggia impazzita che era stata Boom, il suo album precedente, ricco di ospiti e di voci celebri. Ma anche adesso Stylophonic ama costellare la sua provenienza underground di comunicatività pop, rivolta aCon il nuovo disco "Jam the house" torna a tracce più classiche, dedicate ai dj, dopo quella scheggia impazzita che era stata "Boom", il suo album precedente, ricco di ospiti e di voci celebri. Ma anche adesso Stylophonic ama costellare la sua provenienza underground di comunicatività pop, rivolta a
24/06/2014 di

Può vantare una rubrica telefonica con sopra i numeri dei Chemical Brothers o dei Depeche mode. Anche se il vero motivo per cui intervistare Stefano Fontana - a prescindere dall'uscita del nuovo "Jam the house" - sono 25 di carriera dove parole Underground e Mainstream si sono intervallati e spesso si sono scambiati di significato. I giri di basso che prima erano di ricerca e ora sono diventati preset, e tutti gli esperimenti. Perché è al grande pubblico che si deve arrivare, sempre. Vita e miracoli di un produttore che l'ha vista lunga. L'intervista di Francesco Fusaro.

 

Vorrei iniziare togliendomi una curiosità a proposito del tuo rapporto di amicizia con i Chemical Brothers...
Beh, comincio col dirti che io sono sempre stato un loro fan pazzesco, li seguivo da diversi anni quando nel 2005 li incontrai ai Magazzini Generali di Milano per la presentazione di un loro disco. Avevamo degli amici in comune che lavoravano alla casa discografica responsabile dell'uscita e così ho avuto la possibilità di conoscerli di persona. C'è stata subito una simpatia, soprattutto con Tom, che è proseguita poi nel tempo: capita di vedersi una o due volte all'anno o a Milano o a Londra; ci scriviamo ogni tanto, io gli mando qualche mail per avere una sua opinione sulle cose che faccio.

Quello che mi ha sempre affascinato di loro è il fatto che non abbiano mai dato vita ad una corrente di imitatori del loro suono. C'è insomma una differenza fra i Daft Punk e tutta la corrente Ed Banger Records e i Chemical Brothers per me.
Ma sai credo che sia per il fatto che il loro tipo di suono sia per certi versi più riconoscibile di quello dei Daft Punk. Quelle batterie spezzate che hanno usato tanto soprattutto nei primi due dischi che si rifacevano al filone del big beat: erano suoni che venivano dai Dust Brothers, da dischi come “Paul's Boutique” dei Beastie Boys... Loro sono stati bravi a togliersi poi da quella corrente di cui facevano parte Fatboy Slim, Leftfield e molti altri. Non so, hanno un suono unico: il modo in cui usano gli effetti e i filtri, le strutture dei pezzi... Se guardi al totale della loro discografia trovo molto più riconoscibile il loro suono rispetto allo stesso discorso fatto per i Daft Punk.

C'è anche una componente psichedelica molto presente nel loro suono.
Ah certo. Abbiamo una passione comune per i 13th Floor Elevator e si sente l'influenza nelle loro cose: registratori a nastro, loop...

Tu condividi con loro anche la longevità della tua carriera.
Sì, abbiamo iniziato ad interessarci di musica più o meno negli stessi anni direi.

Nel frattempo di cose ne sono passate...
...e sono anche ritornate! Ora sembra di essere nel 1992! (ride) Tutti quegli accordi. Sono curioso di sentire il nuovo dei Disclosure che cosa sarà. Se faranno vere e proprie canzoni come penso spaccheranno tutto.

Un'altra cosa interessante dei Chemical Brothers che mi fa pensare a te è il fatto che abbiano saputo coniugare l'undeground dal quale venivano con una grande comunicatività pop. Un connubio che funzionava molto bene nel tuo album “Beat box show”: penso ad esempio in assoluto a “Pure Imagination” con quegli stacchi perfetti per la breakdance.
Guarda, quello era un disco fatto utilizzando un MPC, un campionatore. Se parti dalle cose che ti appartengono come certe macchine è inevitabile che si senta questa appartenenza ad un background che anche nel mio caso è nel sottobosco elettronico. Poi, chiaro, ci metti quel campione lì e allora ti apri ad un pubblico più ampio. Credo poi che sia anche giusto rischiare in una direzione che ti porti verso un pubblico più ampio: underground non deve essere una scusa per non rischiare. Bisogna rispettare le proprie radici ma anche sperimentare. Alla fine questo nuovo disco, “Jam The House” è un disco underground, no? È dedicato ai dj fondamentalmente. Il disco precedente, “Boom”, è stata un po' una scheggia impazzita nella mia discografia. Lo volevo fare e l'ho fatto; questo nuovo se vuoi mi appartiene di più ma credo che come produttore io debba anche prendermi dei rischi, prendere le misure di certe cose. Non so se hai sentito il nuovo disco dei Reset!... Anche lì ci sono dei featuring italiani quindi è chiaro che si sta andando verso una certa direzione...



... in “Boom” c'era il mondo a livello di voci.
Sì, davvero. Poi sai io suono in discoteca ma da tanto, dal 1988! Comunque ho 43 anni ma ho iniziato prestissimo come mestiere. Spesso si percepisce che io abbia la stessa età di Coccoluto e di Ralf ma non è così; siamo cresciuti tutti artisticamente negli anni '90 ma io faccio parte di un'altra generazione “anagrafica”, ci sono sempre 10 anni di differenza, dopo tutto. Come dj ti dico che ho sempre pensato fosse necessario fare i dischi, produrre. Altrimenti fare il dj per me si ridurrebbe a una cosa anni '80 per cui compri i dischi nel pomeriggio e poi li metti e finisce lì.

Ormai quel mondo lì si è concluso.
Sì, hai ragione, si è concluso.

C'è stato quel periodo dove non c'era un posto che non avesse un dj. Li trovavi dappertutto.
Incredibile, sì.

Poi è arrivato il perido in cui dovevi essere necessariamente un produttore per poter mettere i dischi. Tu adesso come vedi la situazione del clubbing? Voglio dire, c'è stata la fidget house che tu praticamente hai promosso pubblicando il primo disco dei Crookers sulla tua etichetta, la P-House.
Eh sì certo. I Crookers sono due talenti. Ovvio, ora sono separati ma per me continuano ad essere davvero due talenti incredibili. Poi ci sono i Bloody Beetroots che hanno preso la loro strada. Bob è Bob, insomma. Poi chi rimane di quel giro lì? Congorock, che è un grandissimo dj...

Uno dei miei preferiti.
Sì è davvero pazzesco. Poi chi rimane? Praticamente quei nomi lì. Riva Starr faceva già musica da un bel po'....

... sì lui faceva il big beat in Italia, forse l'unico.
Sì, ti ricordi? Poi c'è Benny Benassi ma lui è Benny, è in un altro mondo, non so come dire ed è bravissimo. Poi ce ne sono altri che sono sopravissuti facendo un po' più di electro, un po' più di trap. Qualcuno si è buttato più sull'house come Treasure Fingers che fa cose fighissime. Sai quel mondo lì è stato in concomitanza con Myspace perciò c'è stato quel momento magico in cui i social diventavano davvero importanti per la promozione della musica.

Adesso ci sono tutti questi rivoli post-dubstep come il wonky beats, gente come Flying Lotus, più celebrale però, meno da club.
Sì, esatto, è più da ascolto. A me Flying Lotus fa impazzire, soprattutto i primi due dischi. Poi a me la Warp è sempre piaciuta. Ma a me piace la musica in generale: sai, un conto è quello che uno fa come “artista” e un conto è quello che ascolti.

Certo, quello è sempre più ampio.
E meno male! Devi, è un nostro obbligo, altrimento la testa ti si stringe. Comunque tornando al discorso del panorma attuale, ti posso dire che quello che mi piaceva della fidget era che c'era questo gran mischione di cose; c'è bisogno di non essere omologato ad un solo suono e capita che uno incosciamente accosti delle cose e che il risultato sia pazzesco.

Venendo a “Jam The House” credo che sia un disco da ascoltare con calma perché di primo acchito potrebbe essere rubricato come un disco di house fine '80-primi '90 con rifermimenti a etichette classiche come Traxx o alla Dance Mania però poi ci senti tanti particolari diversi dentro. Potrebbe sorprendere chi ti conosce insomma.
Sì, io come ti dicevo sono attaccato al mio lavoro di dj; mi piace far ballare la gente e voglio arrivare alla gente. Questo disco ha tre o quattro tracce che possono essere un po' più aperte come bacino di utenza però non è un disco commerciale, non è “Boom”. “Beat box show” invece arrivava in un momento storico differente: non eravamo in tanti a fare una cosa così. Prendi per esempio il basso di “Baby beat box”: quello era un suono ricercato, ora è un preset. Con Internet è molto più facile arrivare a certe sonorità ora.



Volevo anche approfittare per farti i complimenti per “Psychodelice” di Meg. È veramente un bel disco e mi spiace che all'epoca non abbia avuto il riscontro che si meritava. In Italia ci vorrebbero più dischi così che sappiano mettere insieme una voce straordinaria (e per me quella di Meg lo è) con un tipo di scrittura più contemporanea.
Ho dei bei ricordi di quel disco così come del disco fatto con Bugo, “Contatti”.

Con chi ti piacerebbe lavorare ora in Italia?
Mah, ti devo dare una risposta forse banale: Tiziano Ferro. Poi non ti dico Jovanotti perché con Lorenzo mi piacerebbe lavorare sempre.

Beh, con “Tanto3” avete fatto un singolo pazzesco.
Sì, ma tutta la produzione di “Buon sangue” mi ha dato delle soddisfazioni.

Mi racconti invece dei tuoi inizi al Plastic di Milano? Forse tra i pochissimi posti in Italia a potersi chiamare 'club' come lo si intende all'estero quando si parla di club culture.
Guarda, le prime volte in cui ci si andava non si poteva che restare ammaliati: questa stanza nera con questa musica che arrivava da non sapevi dove. Poi per fartela breve ho conosciuto il dj che lavorava lì che mi ha fatto entrare lì per fare la sua spalla e alla fine mi sono conquistato la fiducia dei proprietari finendo per lavorarci lì per circa 12 anni. È stato un momento importantissimo per me perché potevo fare quello che volevo. Il rovescio della medaglia era che quando andavo a suonare in un altro locale portando la stessa mentalità musicale la gente pensava che fossi scemo! (ride) Ho ritrovato una sensazione simile più avanti ai Magazzini Generali con la serata “Jetlag”.

Lì al Plastic hai conosciuto i Depeche Mode!
Sì, esatto, bravo. Io facevo il ragazzino che portava il tè in uno studio di Milano dove loro fecero “Violator” perciò un po' mi vedevano lì, un po' al Plastic e in quel periodo ho cominciato a girare con loro. Erano presi bene perché c'era questo ragazzetto che li portava in giro per la città con la Uno rossa di suo padre. Chiamavano a casa mia e chiedevano di me a mia madre perché volevano andare da qualche parte. È stata un'esperienza pazzesca. Ti puoi immaginare: io facevo il servizio civile, o forse ancora le superiori a Sesto San Giovanni e poi me ne andavo in giro con loro...

Ora non c'è più discrepanza fra professione e vita, diciamo.
Mah, sai, quando si fa questo mestiere si transita per momenti diversi. Già all'epoca vivevo del mio mestiere, anche se ovviamente a stento. È un andamento sinusoidale. Ora continuo ad uscire e a fare le serate ma ho due figli perciò le cose sono cambiate. Me lo diceva anche Tom dei Chemical Brothers quando nacque il mio primo figlio: pensavi di esserti fatto il culo finora? Adesso vedrai!

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