Sugo Design: come trasformare un palco in un'incredibile allucinazione collettiva

Siamo stati nel quartier generale di Sugo Design, lo studio creativo dietro le visual incredibile del live di Mace (e tanti altri). Steve, suo co-fondatore e portavoce, ci ha raccontato com'è nato il tutto e il dietro le quinte di uno show del genere.

Mace dal vivo - foto di Giuseppe Antonelli
Mace dal vivo - foto di Giuseppe Antonelli

"Se trovi persone che condividono la tua energia, devi attaccartici e fare cose insieme". A pronunciare queste parole è Stefano Polli, detto Steve, direttore creativo dello studio grafico Sugo Design. Lo incontro dopo essere rimasta folgorata dai visual realizzati da lui e tutto il suo team per il concerto di Mace al Forum di Assago, lo scorso 30 aprile: 22 metri di LED inclinato, da cui prendeva vita un flusso continuo di immagini, movimenti, visioni. Il palco era un organismo vivo in dialogo con la musica e più che un concerto, mi è sembrato un rituale.

Anche il luogo in cui ci troviamo è un posto degno di nota. Siamo nel suo quartier generale a milano sud, un laboratorio di idee, circa open space, che sul citofono ancora conserva la dicitura “Reset!”, il collettivo di cui Steve faceva parte insieme a Mace e che ha dato il via a tutto. Da qui sono passati artisti che stimo profondamente e hanno preso forma dischi come Obe, Magica Musica e Scialla Semper. È uno di quei posti che sembrano contenere l’energia di tutto quello che ci è successo dentro.

Ed è proprio qui che Steve mi racconta la sua storia, dagli inizi fino a come si arriva a realizzare uno show visivo così incredibile.

 

Com’è iniziato tutto? E quanto ha influito la scena underground milanese di quegli anni lì?

Intorno al 2008-2010 c’era una scena milanese molto diversa da oggi. C’erano tantissime attività estemporanee. C’era il mondo dei centri sociali con la Pergola a Milano, che è stato fondamentale per noi come punto di riferimento. Era un centro sociale in Isola. C’erano sound system che mettevano musica che non si trovava da nessuna parte. Drum and bass, MC, rapper… ci trovavi Esa degli OTR, per dire. La domenica organizzavano anche hackathon: serate di hacking dove la gente portava oggetti e provava a romperli, modificarli, superare i blocchi. C’era un’aria veramente interessante. Quindi, Il primo approccio col mondo visivo l’ho avuto lì, con l’hip hop, con i graffiti. E il modo per trasformare quella cosa in qualcosa di meno disfunzionale è stato lavorare con la grafica. Però quei punti di riferimento iniziali sono rimasti addosso.  Poi, grazie all’incontro con ragazzi che facevano sperimentazione elettronica, ho iniziato anche a cimentarmi con i visual. I graffiti erano uno sfogo, una sublimazione dell’energia. Con la grafica e la sperimentazione video ho potuto incanalare quella spinta in qualcosa di più funzionale e strutturato. Il graffito è estetica pura; con il video invece puoi iniziare a raccontare qualcosa.

Poi cos'è successo?

Poi ho avuto un incontro meraviglioso con Claudio Sinatti, che era una mia leggenda personale. Ai tempi era un videoartista ma anche un regista storico della scena hip hop: ha fatto tutti i videoclip della golden age (Eiffel 65, Sarah Jane Morris, 99 Posse, Neffa, Articolo 31, per citarne alcuni). Ci siamo conosciuti e ho iniziato a collaborare con lui. Contemporaneamente ho incontrato i ragazzi di Reset!. Erano gli unici che vedevo passare dalle parole ai fatti. Le classiche serate milanesi finiscono spesso con gente che si lamenta della città senza fare nulla per cambiare le cose. Loro invece avevano idee assurde e cercavano davvero di realizzarle. Una volta volevano fare una festa dentro una piscina pubblica. Una roba folle: impianto, musica, bar, tutto. E il bello è che ci sono riusciti. In due o tre mesi hanno trovato contatti, organizzato tutto e fatto una festa notturna in una piscina comunale in Comasina. Ragazzi e ragazze in costume, musica, drink… una roba assurda.

Cosa facevi all'inizio per Reset!?

Lavoravo ai flyer. Ai tempi non esistevano ancora le visual come oggi. Però mi sono avvicinato a loro proprio per quell’attitudine costruttiva. Se trovi persone con quell’energia, bisogna attaccarcisi e fare cose insieme. Dentro il collettivo c’erano Mace, Alex Trecarichi, Rocco Civitelli, Matteo Ievolella… tante persone che poi hanno continuato a lavorare nella musica e negli eventi. Elena Grassi, che allora seguiva la comunicazione, era convinta che io fossi la persona giusta per riprendere in mano tutta l’identità visiva del progetto. Per il primo show che ho fatto con loro avevo creato un VJ set con dei QR code che permettevano al computer di capire l’orientamento nello spazio e costruire visual in tempo reale in 3D. Una follia. Non sapevo nemmeno che software usare: trovai un tool gratuito per Mac che teoricamente serviva per fare screensaver, ma era potentissimo. Le partenze erano veramente artigianali. Però era bello: se una cosa non funzionava, amen. E se invece funzionava, poteva diventare qualcosa di più serio. 

Nel frattempo lavoravi già in degli studi?

Sì, lavoravo in uno studio di architettura. Facevo museografia, mostre per la Triennale. La prima era su Star Wars, nel 2005. Di giorno lavoravo lì, la notte lavoravo ai miei progetti personali e nei weekend organizzavamo feste. Non dormivo praticamente mai. C’era tanta tensione, però mi piaceva troppo. La fatica la sentivi meno perché eri dentro qualcosa che ti sembrava importante. All’inizio i soldi non tornavano e ti chiedevi perché stessi girando a vuoto. Però la risposta era semplice: perché mi piaceva e perché sentivo che aveva senso farlo. Mi ricordo una conversazione con uno zio che ha un negozio di scarpe a Luino. Io ero frustrato perché un cliente non voleva pagarmi più di mille euro per un logo a cui avevo dedicato tantissimo tempo. E lui mi disse una cosa importante: “Il fatto che tu ci abbia speso tantissime energie non significa automaticamente che abbia quel valore per chi lo compra”. All’epoca mi arrabbiai tantissimo. Però aveva ragione. Mi stava insegnando ad avere uno sguardo più lucido e più empatico verso la committenza.

I tuoi capivano quello che stavi facendo?

No. I miei non provenivano da quel mondo, ma mi hanno sempre supportato. Mio padre faceva il rappresentante di scarpe. Mia madre lavorava in casa. Non sapevano bene spiegare che lavoro facessi. Secondo me l’hanno capito davvero solo quando ho fatto il primo tour con Jovanotti. Comunque, quando fai il primo video mapping in Italia o incontri i tuoi miti della subcultura da cui provieni, dentro sai che stai facendo il giusto e hai già vinto.

E con Mace come funziona il processo creativo?

Noi ci conosciamo da tantissimo tempo, quindi è difficile dire quando inizi davvero un progetto. Conosciamo bene i reciproci punti di forza e le fissazioni. La sua musica è molto visiva. Arriva dall’hip hop, passa attraverso l’elettronica, sa essere pop ma anche molto introspettiva. E ha un pubblico curioso, che vuole essere stupito. Il mio lavoro è dare un’immagine a un sentimento più che a un’allucinazione. Quando la musica diventa più psichedelica, provo a tradurre quella sensazione in immagini.

Una cosa che mi è piaciuta veramente tantissimo dello show è stato vedere le riprese degli artisti che venivano modificate in real time. Com'era possibile?

Durante la presentazione di un disco di Mace, avevamo già sperimentato un sistema per cui la gente si avvicinava a uno schermo e vedeva la propria immagine trasformarsi progressivamente. Poi questa cosa l’abbiamo implementata tantissimo nel tour di Jovanotti. Quando Lorenzo l’ha vista è impazzito. E considera che parliamo di un progetto gigantesco: 54 sold out. In contesti così grandi spesso le persone tendono a non prendersi rischi, invece lui ha fatto una scelta molto radicale e ha voluto portare questa tecnologia il più possibile dentro lo show. Chiaramente, è un approccio che può funzionare solo con certi artisti e Mace è ideale. Di fatto questa è un’AI in tempo reale: io controllo tutto live con un controller MIDI, apro, chiudo, alzo, mi avvicino e mi allontano dalla realtà. Poi improvviso con altri strumenti, quasi facendo DJing. Il gioco è proprio quello: entrare e uscire progressivamente dalla realtà. Per un immaginario psichedelico non può esserci rappresentazione migliore.

E altri "trucchi" che hai portato sul palco in quel live quali sono?

In questo ultimo show mi sono divertito a fare tante piccole cose appena percepibili. Alcune erano totalmente casuali, altre invece erano controllate. Per esempio usavo dei piccoli flicker basati sulla reaction diffusion, un pattern che si crea spesso in natura, nei contrasti degli animali, nelle texture organiche. È praticamente alla base della genesi di molti pattern naturali. A volte, durante certe allucinazioni — quando comincia a entrare l’effetto della psilocibina — inizi a vedere questi pattern che si generano. Io volevo ricreare quella sensazione: a volte li lasciavo appena percepibili, altre volte li facevo esplodere sullo schermo. E mi piaceva l’idea che il pubblico non capisse bene se quella cosa ci fosse davvero o se la stesse proiettando lui stesso. Alcuni ragazzi sono venuti a chiedermelo dopo lo show. Quindi vuol dire che il trucco aveva funzionato.

C'è stato un momento del live in cui tu ti sei particolarmente emozionato?

Sì, durante Espansione. Quella parte molto iridescente... è stato un momento fortissimo. Solo i video usati per quello show erano 760 giga. Espansione nasce proprio dalla sensazione di tante persone che volevano di più dal finale di Non vivo più sulla terra. Tantissimi ascoltatori dicevano che avrebbero voluto che quella parte strumentale continuasse ancora. Pensa che Lorenzo, un mio ex studente allo IED, prima che iniziasse a lavorare per lo studio, aveva già tatuato sul polso il simbolo ༻ di Non vivo più sulla terra. Quando è entrato, gli ho fatto uno scherzo terribile: gli ho chiesto di realizzare la creatività di quel brano per Assago. E così è stato.

Quanto tempo ci vuole a strutturare uno show del genere?

Per il primo show Mace ci ha dato una prima idea di scaletta sei-sette mesi prima. Ed è tantissimo. Di solito è molto meno. Però dopo il Covid si è velocizzato tutto: tempi di produzione, pre-produzione, progettazione. Perché durante il lockdown abbiamo capito che tantissime cose si potevano fare virtualmente, costruendo modelli 3D del palco e previsualizzando tutto. Da un lato è stato utilissimo, dall’altro però ci ha abituati a una velocità assurda. E nella creatività il tempo è fondamentale. Adesso siamo in un mondo pieno di AI, di immagini esteticamente belle ma spesso banali. Oggi chiunque può generare un’immagine che sembra uscita da una pubblicità. Però alla fine quello che farà sempre la differenza sarà l’idea. La genialità dell’utilizzo dello strumento.  Con questa ossessione della velocità rischiamo di dimenticarci perché stiamo facendo una cosa. Capisco benissimo le critiche verso un utilizzo superficiale dell’AI. Perché uno strumento così potente, senza pensiero, diventa solo rumore di fondo.

Avevo sentito che dicevi che la tua principale fonte di ispirazione sono gli incontri umani più che i lavori degli altri.

Sì. Sicuramente stimo tantissimi colleghi, però quello che mi accresce di più è il confronto umano. Alla fine  siamo animali sociali. Tutto quello che facciamo racconta relazioni. E stare in un posto come questo aiuta: questo posto era il quartier generale di Reset!. Abbiamo iniziato affittandolo per gestire tutte le “sbatte” delle feste. Poi ognuno si è costruito qui il suo studio. Sotto ci sono anche gli studi musicali dove sono stati registrati dischi incredibili. Qui è stato registrato "OBE", “Magica Musica”, il primo disco di Massimo Pericolo… Noi uscivamo dalla stanza e sentivamo nascere questi dischi in tempo reale. Crookers ogni tanto mi usava come “test” perché io non sono musicista. Mi faceva ascoltare le nuove demo. Mi ricordo perfettamente la prima volta che ho sentito “7 Miliardi” di Massimo Pericolo. Ero sconvolto dalla forza e dall’essenzialità di quel linguaggio. Essere in un posto dove nascono cose così vere ti fa stare bene.

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L'articolo Sugo Design: come trasformare un palco in un'incredibile allucinazione collettiva di Corinne Basile è apparso su Rockit.it il 2026-06-03 15:52:00

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