Omosumo - Come surfare su Gaza Intervista

OmosumoOmosumo
13/10/2014 di

Gli Omosumo sono un trio siciliano formato da Angelo Sicurella, Roberto Cammarata (Waines) e Antonio Di Martino (Dimartino). Hanno scritto un disco che guarda altrove: ad est, tra i suoni qawwali o dei raga indiani, e ad ovest, verso il music biz americano. Tra le tante storie da raccontare, anche quella del The Gaza Surf Club, un club di surfisti nato nel 2008 e bombardato nel luglio 2014, che è riuscito nell’impresa di far abbracciare a giovani palestinesi le tavole da surf al posto delle armi. Surfin’ Gaza è un album sull’abbandono, sul mare che diventa un altrove, luogo in cui rifugiarsi e lasciarsi andare, dolcemente alla deriva, lontano dalla costa e da tutto ciò che vi sta sopra. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Angelo Sicurella per farci raccontare un po' meglio questo nuovo album.

 

"Surfin Gaza" è un titolo piuttosto particolare, specialmente pensando che si tratta di un disco italiano. Siete mai a Gaza o nei territori occupati? (in alternativa, avete mai fatto surf?)
Il titolo parla del concetto che sta dietro al "Surf 4 Peace" a Gaza. In particolare dell’idea che palestinesi e israeliani surfino insieme lasciandosi alle spalle problematiche di tipo sociale o religioso, riconoscendo il mare come porto franco. E il fatto che sia il surf, piuttosto che uno sport diversamente competitivo come il calcio o il basket, lo rende ancora più interessante. Noi personalmente non siamo mai stati a Gaza, almeno finora; e non abbiamo mai fatto surf.

In che modo questa iniziativa di pace influenza il concept del disco?
Il concept del disco gravita attorno al tema dell’abbandono e della deriva come ricerca dell’altrove; del mare come luogo neutro, lontano da ogni tipo di volontà di supremazia, o di ideali di guerra e di morte (siano essi di carattere sociale o religioso). Questo è quello che nel caso specifico di Gaza e del suo surf club ci ha colpiti. Questo immenso tributo alla vita, al desiderio di sopravvivenza sopra ogni cosa, all’abbandono delle armi sulle spiagge (così come recita la traccia da cui ha preso il nome l’album).
Vedevamo foto di uomini in mare, ognuno con la sua tavola da surf, qualcuno con la bandiera stampata sul dorso della tavola, quasi a dichiarare la propria identità e a farlo in quel contesto specifico che non è quello della morte, per condividere invece la natura del mare insieme a un amico possibilmente palestinese, mentre dietro di loro, in città, le scie dei razzi vagavano in cielo disegnando strisce quasi come in un dripping di Pollock.

Il fatto che il disco, almeno nel titolo, porti un messaggio sociale è qualcosa che nella musica è sempre più raro. Quanto è importante per voi? Quanto la presenza o meno di questo messaggio determina il ‘peso’ di un album nel 2014?
Per noi è importante. Nel 2014 forse sotto certi punti di vista è più plausibile isolarsi o bypassare certe tematiche.
In questo caso noi abbiamo parlato di Gaza per affrontare un tema che potrebbe essere traslato su sfera mondiale.
Pensiamo che sia sempre importante dire qualcosa. Ancor di più nel 2014, che non sono gli anni settanta, dove i temi sociali erano all’ordine del giorno: nei teatri, negli incontri di poesia, ai concerti, al cinema.

Quando si mischiano suggestioni mediterranee, appelli alla pace, la sicilia, il mare e tutte queste cose qui, si rischia di sconfinare pericolosamente nel genere “tamburello etnico”. Voi invece avete un suono molto mittleuropeo: elettronico, a tratti indierock che però non disdegna influenze afro ed orientali. Rispetto al precedente ep però le atmosfere sono molto più gentili e pop. Che tipo di ricerca avete seguito per approdare a questo suono?
Dopo l’uscita dell’ep, siamo stati un po’ in giro, abbiamo fatto un paio di viaggi: Marrakech, Messico ecc. In particolare l’interesse che nutriamo nei confronti della musica africana – del Maghreb o del Mali, touareg – piuttosto che (rivolgendoci a oriente) del Pakistan e della musica qawwali o dei raga indiani, è un interesse che abbiamo cominciato a sviluppare da tempo. Quei viaggi e ulteriori ricerche su quel versante hanno consolidato la nostra volontà di proseguire in quella direzione.
Rispetto al precedente Ep sono sonorità diverse, perché entrambi rappresentano due momenti diversi di scrittura, due esigenze diverse del dire.

Siete una delle band italiane che ha avuto la fortuna e l’onore di partecipare al South By South West. Che tipo di esperienza è stata? Promuoverete questo disco anche all’estero?
Penso che l’esperienza del SXSW sia un’esperienza molto interessante. E penso che l’Italia rispetto a moltissimi altri paesi che lavorano per quell’evento e che vi partecipano sia molto indietro, per non dire assente da un punto di vista organizzativo e promozionale. Se l’Italia, così come gli altri paesi, avesse modo di sostenere un team (ben organizzato) che si muove da qui per espletare lo stesso ruolo di una embassy inglese o tedesca o spagnola o centrafricana per dirne un paio, di sicuro l’aspetto dell’utilità avrebbe esponenzialmente più senso e sarebbe proporzionato al livello di investimento da parte del Ministero della Cultura o da parte di investitori privati (in caso di ecg piatto da parte dello stato). Ma stiamo parlando ovviamente di fantasie. Poi, da un punto di vista personale, umano, è un’esperienza pazzesca. Suonare in uno dei locali del centro com’è successo a noi è una cosa che non puoi dimenticare. Ritrovarsi per strada fino a notte, con millecinquecento band che suonano ovunque; miriadi di locali; uno stesso locale al primo, secondo e terzo piano con tre band diverse, che suonano generi diversi. E mentre in un locale suona Damon Albarn, dopo lo show di St. Vincent, a cinquanta metri ci sono i Black Angels che stanno suonando il secondo brano in scaletta. Possibilmente domani alle 20 è previsto il tuo show, in un locale vicino, e allora ci vai, mentre mezzo mondo suona attorno a te, e per caso ci trovi i Tinariwen.
Hall degli alberghi e sale piene di gente. Palchi ovunque. Gente che suona per strada. Indefinibile! È certamente un sogno. Noi abbiamo avuto la fortuna di suonare un paio di volte durante la settimana e... che dire. Speriamo di ritornarci e di costruire ancora di più, dato il primo appuramento sul campo.
Sull’estero invece ci stiamo lavorando. È, in qualche modo, voler proseguire anche fattivamente quella che è l’idea del disco. Dall’Europa, sempre più verso oriente; e un Festival du desert che ci porta in terre africane. Questo sarebbe un bel progetto.

Nel disco si rintracciano due strade fondamentali, quella del viaggio e quella dell’altrove. Da dove sono spuntate fuori?
Sono spuntate fuori da sé. Sono temi che sono venuti fuori scrivendo. La necessità era questa. E lo abbiamo fatto in questo modo.

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