Suvari: la paura di non riuscire più a suonare Intervista

Suvari, foto © Lucia IuorioSuvari, foto © Lucia Iuorio
15/04/2019 di

Luca de Santis è prima di tutto un amico cresciuto con me nella Toscana costiera senza essere un assiduo del mare. Ci siamo incontrati un sacco di volte per scambiarci pareri su band o film e serie tv tutte strane, ho seguito il suo percorso musicale con interesse e abbiamo anche fatto un concerto insieme, chitarre e voci, culminato in una cover davvero sgangherata di Wrecking Ball di Miley Cyrus che i presenti, sono convinto, non dimenticheranno mai. 

Poi una malattia improvvisa, rara e autoimmune l'ha costretto al riposo forzato, senza possibilità di camminare correttamente, figuriamoci di suonare la chitarra. Un percorso lungo, fatto di pazienza e coraggio, da cui è uscito fuori per riuscire a fare di nuovo musica col nickname Suvari, per raccontare la sua esperienza nell'album Prove per un incendio del 2018 e nel nuovo ep Di cosa hai paura? che presentiamo in anteprima esclusiva qui sotto. Canzoni fresche, mai melodrammatiche, cariche di dolore reale e rinascita autentica, condensate nel pop sintetico come lingua universale: Di cos'hai paura? Ho solo un po' di sfiga. Una storia che merita di essere raccontata.

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Ciao Luca, domani esce il tuo ep Di cosa hai paura? ed è proprio di paura che vorrei parlare con te. Qualche anno fa cantavi nei Lags e in passato suonavi la chitarra, poi tutto è cambiato. Ti va di raccontarci cos’è successo?
Nel 2015 avevo già lasciato i LAGS e avevo smesso di suonare. Ho suonato per tanti anni ma in quel momento la mia priorità era il lavoro, abitavo a Londra ed ero grafico in una grande azienda che si occupava di marketing.Tutto è successo all’improvviso: un virus, un ricovero, e mi sono ritrovato paralizzato in ospedale. La novità era essersi ritrovato con una malattia autoimmune che mi ha causato una neuropatia motoria. In poche parole nervi motori danneggiati, incapacità di camminare o muovere le braccia. Ho deciso, dopo un lungo periodo tra ospedali e cliniche in Inghilterra, di tornare in Italia per stare vicino alla mia famiglia. Ho capito a quel punto che la musica è sempre stata per me il miglior mezzo di comunicazione, non tanto con gli altri, quanto con me stesso. Una valvola di sfogo, una compagna di molti periodi belli e brutti, quindi ho deciso di concentrare il troppo tempo libero e certe emozioni così forti facendo musica. Ero incapace di suonare qualunque strumento quindi grazie ad un computer mi sono reinventato come one man band. La cosa in più è stata anche seguire un percorso di musicoterapia al fine di riattivare il movimento e gli impulsi nervosi.

Foto © Lorenzo Rossano

Immagino hai avuto paura di non riuscire a suonare più
La prima paura è quando capisci che le cose non saranno più come prima, anche solo il modo in cui vedrai tutto ciò che ti circonda. La differenza però è stato capire che ciò che era diverso non necessariamente doveva esser peggiore: si può ottenere lo stesso risultato, se non migliore, seguendo strade diverse. È stato difficile ma fondamentale capire dove stavano le opportunità nel doversi reinventare. Ad esempio, non puoi suonare la chitarra, allora con un computer puoi essere una band intera. Ecco l’opportunità, creare delle canzoni curandole a 360°.

Senza entrare troppo nei territori di Barbara D’Urso, dove hai trovato la forza per provare e provare fino a tornare a fare di nuovo musica?
Un giorno stavo guadando la mia collezione di dischi e mi sono reso conto come la maggior parte di quei dischi nascessero da difficoltà o drammi personali. Mi sono detto che avrei potuto farlo anche io, col solo obiettivo di parlare a me stesso o di raccontare a qualcuno che la musica può essere la migliore terapia per superare momenti difficili. Poi ho pensato ad un’altra lezione fondamentale che ho imparato suonando e seguendo la musica punk da quando sono ragazzino, cioè quella di non preoccuparsi del come suonare, ma di farlo a modo tuo. La prima canzone che ho chiuso è stata “Punto Omega” e da lì ho capito che qualcosa stava funzionando.

Sei riuscito a suonare di nuovo la chitarra?
Si, non ancora bene. Diciamo che sto migliorando, ho trovato degli escamotage per ottenere un risultato decente. Proverò a fare qualche canzone acustica nei prossimi mesi, e chissà, magari un concerto da solo con la chitarra. 

Cosa hai portato di questa esperienza nella musica di Suvari?
Praticamente tutto. Dal sound alle parole. Oltretutto i primi provini che registravo erano canzoni molto veloci, quasi a compensare la mia immobilità. Una volta selezionate le canzoni che mi piacevano di più sono andato a finalizzarle in studio a Roma con Marta Venturini, ma ho deciso di mantenere tutto il più fedele possibile ai provini casalinghi, come ad esempio la batteria elettronica, o il suono dei synth che mi ero fatto.

Con un'esperienza come la tua, hai qualche consiglio da dare a chi, come te, si trovasse all’improvviso nella condizione di non poter suonare per lungo tempo?
Sì, certi eventi non segnano una fine ma un nuovo inizio. È sempre importante trovare una valvola di sfogo per comunicare o condividere, che sia suonare, o scrivere, o anche solo urlare fortissimo in un microfono. Non sarà facile, ma sicuramene sarà possibile!

Come stai adesso?
Bene, sicuramente meglio, anche se il percorso di recupero non è finito. La notizia buona di questa malattia è che passa, ma ci vuole tanta pazienza e attesa. Tra fisioterapia e altre terapie ospedaliere le cose sono migliorate. Rimanendo in ambito musicale la conquista più grande è stata cominciare a fare i live, viaggiare per la musica e suonare sopra ad un palco. Aver fatto più di 40 concerti è stata un’esperienza meravigliosa, per la quale devo ringraziare Locusta Booking che mi ha permesso di girare per tutta Italia.

Dopo un anno dall’uscita del primo disco “Prove per un incendio” esci con un nuovo Ep “Di cosa hai paura?”. Cosa è cambiato in questo anno?
Dal punto di vista dell’approccio musicale ho imparato tanto e ho affinato l’utilizzo dei mezzi tecnici per fare musica con un computer. Per quanto riguarda la scrittura il primo disco è figlio di un’esperienza introspettiva, influenzata dallo stare con se stesso, mentre il nuovo materiale è stato influenzato da condizioni esterne, dal guardarsi intorno e cercare di capire il mondo che mi circonda.

 

Cosa riserva il futuro per Suvari?
Questa estate continueremo con i concerti, stiamo preparando un nuovo live, sempre elettronico ma più elaborato. A settembre si vedrà cosa fare.

 

Tag: intervista anteprima

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