Joujoux d'antan - Telefonica, 02-10-2009 Intervista

04/10/2009 di

(Le illustrazioni sono di Paola Dutti)

Non proprio una band da indie-party. I Jouxjoux D'Antan si portano dietro la nomea di spigolosi sperimentatori, oltre all'ingombrante presenza di Sean Lennon, che da quando li ha scelti per il suo tour europeo i giornali parlano tanto di lui e poco di questo ultimo "MiVoglioBeneComeUnFiglio". In realtà li scopriamo come persone tranquille, ben lontane dalle intenzioni avanguardistiche, pur mantenendo una certa propensione alle varie rappresentazioni all'inquetudine, ai significati dei numeri, all'introspezione. Non proprio una band da indie-party, dicevamo. Ester Apa ha intervistato Marco Tonnicelli.



In India il 9 è un numero sacro. Nove è la totalità dei tre universi conosciuti: terra, inferi e cielo e 999 è considerato il simbolo del Signore, del Karma, la cerniera di un arco temporale. "MiVoglioBeneComeUnFiglio" esce il 09-09-09. La numerologia è volutamente ricercata?
Diciamo che speravamo ci portasse fortuna il concetto di chiusura di un cerchio ed è quello il significato del 999 che conoscevo, gli altri mi mancavano. "MiVoglioBeneComeUnFiglio" è l'impronta finale, l'ultimo anello che ferma su disco un lungo percorso. Questi pezzi ce li stiamo portando dietro da diverso tempo, chi più, chi meno. Ecco, dargli forma compiuta per noi è stata quasi una "purificazione". Avevamo bisogno di fissare quei concetti ed anche di trovare il modo di esprimerli dopo tanto tempo nella maniera che più gli si addiceva, l'abito giusto da cucirgli addosso. Siamo contenti di esserci riusciti, il 999 si spera funzioni da esorcismo.

Le stanze sonore in cui si muovono i Joujoux D'Antan sono camere crepuscolari popolate da visioni morfiche, suggestioni drammatiche modulate da vecchi carillon, sibili di maledizioni notturne. E' costante la sensazione di sentirsi intrappolati in un dormiveglia agonizzante…
Credo che questa possa essere certamente una chiave di lettura delle atmosfere, le suggestioni, i versi dei Joujoux. Le visioni sono scure, gli argomenti trattati non sono propriamente puliti, c'è più sporcizia che candore in quello che raccontiamo. Sono percorsi tortuosi, magari esistessero strade lisce e diritte. Per quanto mi riguarda, cantare è una sorta di redenzione. Pensare di essere riuscito a mutare in bellezza quello che si rompe, che è guasto, che ti divora è una sensazione appagante. Senza di lei... uhm non lo so probabilmente correrei nudo per Brescia.

C'è una ricerca del mezzotempo? La consistenza del suono che non si lascia masticare ma sfugge costantemente alla ricerca di aria, i desideri espressi e mai avverati, lo spazio che è sempre sospeso?
Interessante interpretazione. Il problema non sono però le cose che non riescono a prendere forma, ma quelle che tornano con una sostanza differente rispetto a come le avevamo conosciute. La sospensione che avverti è lo smarrimento, la croce di dover ogni qualvolta andare a scavare di nuovo su alcune esperienze che credevi fossero terminate e che invece sono ancora fortemente presenti. C'è però una forte delizia, un piacere carnale nel sapere di essere riuscito a sublimare in qualche modo lo spasimo.

Partenze, addii, ritorni. Io non sono una di quelle persone che rimane ad aspettare mentre suppongo invece che per te sia il contrario…
Già. Il problema non è però tanto l'addio quanto il ritorno. Certe cose sarebbe meglio non tornassero mai e lasciassero di loro il gusto di un bel ricordo. E sì, è vero io sono uno di quelli che al ritorno invece c'è sempre.

Il destino dei Joujoux è quello degli orchi mangiacarne allora?
No, no, infatti il secondo disco sarà diverso (ride, NdA).

Come si dischiude e poi si sigilla il primo cerchio di cui mi parlavi prima?
Il punto di partenza ideale è contenuto proprio "Nel mio armadio", la traccia numero uno di questo lavoro, l'apertura uditiva verso il mondo dei Joujoux e del mio in special modo, il nostro inizio di percorso musicale, il brano che ha segnato le prime coordinate e ci accompagna lungo la strada. Quello di chiusura, ma nello stesso tempo di rinnovata riapertura, è l'ultimo capitolo del disco: "Una gora", la traccia 00 e qui ritorna il concetto di cerchio. Tuttavia, non credo si possa parlare di concept album ma di 10 storie dell'orrore che si intersecano qua e là, senza toccarsi davvero.

Dei giocattoli del passato, l'infanzia come tempo musicale benigno, cosa conserva "MiVogliobeneComeUnFiglio"?
Rimane lo stesso bisogno di toccare, vivisezionare, tornare alle radici della nostra natura. Quell'occhio pronto a stupirsi ancora di fronte a quello che lo circonda e che non è capace di ragionare in termini pratici semplicemente perché non ne ha bisogno e non ha senso, dopotutto.

C'è una visione antropomorfica della natura forte in questi brani…
Si decisamente. E' un'interazione continua, sentiamo forte l'esigenza di rapportarci ad una natura vivificata e scorgiamo la sua presenza ovunque. Sentiamo soprattutto una voce minacciosa che è l'unico canto che oggi ha la natura per farci sentire la sua presenza, l'unico modo che ha per dirci: "State sbagliando tutto". Prima ce ne renderemo conto, e prima verremo a capo di una mole infinita di problemi.

Com'è stato fissare su disco pezzi ampiamente suonati in anni di live?
Mhmh... frustrante, in un certo senso. Io e Pietro (trombone, tastiere e arrangiamenti) ci siamo ritrovati a lavorare su 3 anni circa di materiale live che è passato attraverso il rimaneggiamento di svariate formazioni e un bel po' di esperienze. Posso dire che è stato come riscrivere i pezzi daccapo e allo stesso tempo, cercare di riconoscere lucidamente tutto ciò che di buono si era fatto in precedenza e provare a buttarlo dentro provando a limitare il senso di straniamento.

Da qui l'esigenza di allargare il collettivo di musicisti?
In realtà è da sempre che desideriamo lavorare musicalmente come un gruppo. Ora in effetti non possiamo certo dire di essere un duo. Il lavoro collettivo di questi mesi è stato fondamentale per i nostri pezzi che hanno finalmente assunto la dimensione che gli spetta grazie al contributo umano e creativo dei nuovi Joujoux.

Quali pezzi di congiunzione musicale, sinapsi, attitudine vi lega agli ultimi arrivati?
Ci si incastra, in senso buono. Ognuno viene da mondi musicali piuttosto diversi, chi dalla musica classica, chi dal jazz, chi da quella pop-olare e dintorni. Io posso dire senza timore di smentita...(ride, NdA) di essere "la scheggia impazzita" del gruppo, tutto ciò che è liscio, chiaro, tranquillo, io lo distruggo come fa un bambino con un castello di sabbia, poi i testi fanno il resto. Pietro è l'anima classica/eterea - a lui piace che gli si dicano queste cose - poi ognuno a modo suo viene a dare ai Joujoux quelle componenti che lo caratterizzano: è sufficiente un giro di basso, una parte di batteria o di violoncello e il tutto può assumere innumerevoli forme, da qui, suonando insieme, la canzone si prende quello di cui ha bisogno. La sensazione oggi è che in qualche modo i nostri brani siano già scritti da qualche parte e abbiano aspettato il tempo giusto, il loro momento, gli incontri musicali che gli hanno poi dato la sostanza che meritavano.

Vi portate dietro un dazio ingombrante: quello di diventare spesso i Joujoux-Lennon. Questo equipaggiamento che avete avuto in regalo non comincia a starvi stretto addosso?
Il fatto che Sean Lennon, musicista di grande talento oltre che dai natali illustri ci abbia intercettato qualche anno fa e apprezzando il nostro lavoro ci abbia dato la possibilità di dividere il palco con lui in tappe importanti di quello che all'epoca era il suo tour europeo è stata ed è ancora una ricchezza inestimabile. Ad oggi la collaborazione continua nel nostro disco dove Sean ci omaggia della sua stima suonando la sezione ritmica, per cui è innegabile che questo sia stato uno di quegli incontri che ti cambiano la vita. Detto questo io capisco che possa essere appetibile, fa notizia in un certo senso, scrivere e menzionare il suo nome a tutela del nostro progetto. Diciamo che i giornalisti devono pur trovare qualcosa da scrivere su di noi (ride, NdA), oramai ci siamo abituati. Parlando seriamente ti dico che non c'è nulla di particolarmente ingombrante, anche se è chiaro che soprattutto dopo l'uscita dell'album mi piacerebbe che parlassero di più di quello che i Joujoux d'Antan fanno, del nostro valore o non valore musicale.

Tutti conosciamo il dopo Sean Lennon. Mi racconti il prima invece?
Beh il prima è fatto perlopiù di ampli distrutti, concerti al limite della cacofonia e tante giornate passate in sala prove. Quell'esperienza è chiaramente uno spartiacque. E' evidente che essere catapultati fuori dall'Italia ancor prima di avere un repertorio ben definito e la certezza che il percorso intrapreso possa avere seguito non è stato semplice. Ma contemporaneamente trovarti davanti un pubblico così vasto, fuori da casa tua, ci ha convinto passo dopo passo e poi in versione definitiva che quello che facevamo poteva piacere a qualcuno oltre che agli stessi Joujoux. L'impatto è stato incredibile e fondamentale per essere dove siamo ora. La cosa bella del nostro rapporto con Sean è che quando ci ha scelti per accompagnarlo in uno strepitoso viaggio musicale, non ci ha solo concesso una mezz'ora del suo palco e poi via tutti in hotel ma ha gettato le basi per un'interazione reale. Si è creato un bel rapporto di stima e affetto, che continua tuttora ed è destinato a continuare. Credo che noi per lui rappresentiamo una strana creatura a metà strada tra l'infanzia e la perversione. Questo humus che aveva intercettato nel gruppo e che l'ha spinto a volerci vicino è stato un ulteriore incipit del percorso musicale che ha poi tracciato nel tempo con il suo progetto The Ghost of a Saber Tootheed Tiger di cui ti invito all'ascolto. Insomma penso semplicemente che ci siamo influenzati un pò a vicenda come d'altra parte con tutti i musicisti con i quali siamo venuti a contatto, in un modo o nell'altro.

Questo album è incredibilmente ricco di ospiti importanti. Quali e quante sono le collaborazioni di "MiVoglioBeneComeUnFiglio"?
Siamo onorati delle collaborazioni che attraversano il disco. Oltre che il già citato Sean Lennon e l'incredibile Yuka Honda, in rigoroso ordine casuale hanno partecipato : Zeno De Rossi (batterista di Capossela e di altri splendidi progetti jazz), Nicola Manzan (Bologna Violenta e Baustelle), Sara Mazo e Giorgia Poli (Scisma), Asso Stefana (Capossela e Guano Padano) e infine un'intera banda cittadina. In ultimo ma non certo in ordine di importanza, anzi: Marco Tagliola (Scisma, Capossela e Marco Parente) impareggiabile produttore artistico. Sono stati tutti incontri straordinari, la cosa importante per noi era che ogni persona che ha collaborato alla riuscita di questo lavoro si sentisse libera di interpretare e di dire la sua sulle nostre canzoni. Così è stato, il risultato finale è ricchissimo, siamo stati fortunati, mi auguro sinceramente che le nostre strade si incrocino ancora.

Un'altra macro categoria che vi portate dietro è "musica dal gusto internazionale". Spesso ci si dimentica però che siete uno dei pochi gruppi di nascita recente e del Belpaese ad essere stati convincenti fin dall'inizio in terra straniera utilizzando una componente testuale rigorosamente italiana. Che idea ti sei fatto di quest'altro leit motiv?
Devo dirti che questo è un gran bel complimento. Ci fa enormemente piacere sentire che la nostra proposta sonora ha un raggio d'azione e dunque un ascolto che possa superare i confini nazionali. Non credo assolutamente che per esportare un lavoro musicale si debba necessariamente utilizzare il cantato anglofono. Del resto l'italiano è l'unica lingua con cui riesco ad esprimere angolazioni e diverse sfaccettature per cui sarebbe per me impensabile non poterla utilizzare nella scrittura dei brani.

Nel blog che ha accompagnato la gestazione dell'album quando vi riferite all'immagine di copertina c'è un augurio che fate ai futuri ascoltatori di "MiVoglioBeneComeUnFiglio": quello che alla fine di questo percorso chi si avvicini al disco abbia le sembianze della maschera ritratta, una creatura deforme a metà strada fra Pinocchio, i sonetti di Blake e le opere di Munch…
Si dovete avere paura! No, la verità è che non mi aspetto nulla sul tipo di ascolto verso la musica dei Joujoux d'Antan. Vorrei che chi ci sente, riuscisse a trovare qualcosa che gli si addica, che sente simile alla sua storia e poi lo faccia proprio. L'unica richiesta che mi sento di fare è di non ascoltarlo in macchina. Non è un disco da macchina! Non abbiamo la pretesa assurda che la gente ascolti la nostra musica in un modo anziché in un altro e nemmeno l'esigenza di spostare quelli che sono i cosiddetti canoni della musica popolare in una direzione o in un'altra. Se poi questo accadrà, non sarà certo solo merito nostro. Quello che mi auguro, ecco, è che magari si trovi la voglia, il tempo e la beatitudine di concedere e concedersi 45 minuti della propria giornata, immergendosi nelle atmosfere che creiamo, evitando magari di ascoltare una canzone in particolare ma concentrandosi più che altro sull'idea del progetto in sé.

La parola avanguardia dunque riferita al vostro percorso musicale attuale o futuro non è una coordinata predefinita?
No assolutamente, anzi la parola avanguardia ci spaventa un pò. Quando scrivo una canzone non penso certo che farà parte di chissà quale branca della musica "indie-fesa", mi limito a raccontare quello che succede dentro e fuori di me, nella speranza che quello che sto cercando di dire arrivi in un modo o nell'altro a chi ascolta. Tutto qui. Che poi forse centriamo poco con una scena in particolare questo è vero, ma non è una scelta, ma più che altro, una necessità.

Vivete vicino a Garda. Cosa c'è nella vostra musica del richiamo del lago, quali suggestioni del posto in cui vivete?
Qualcosa sicuramente c'è, soprattutto dell'autunno-inverno lacustre. Ti ritrovi a passeggiare su questi lunghi litorali grigi a perdita d'occhio, ed è inevitabile che finisci su determinati pensieri... o almeno, per me è così. Ma c'è anche parte del casino, se vuoi, che invece ci ritroviamo qui in Estate e mi porto dentro nella psicofollia di alcune canzoni.

Quindi niente indieparty per i Joujoux d'Antan? Giusto
Uhm... indie che?

Chi stimate della scena musicale italiana?
Ho apprezzato molto il secondo disco dei Marta sui Tubi che è poi stato il motivo principale per cui abbiamo contattato Marco Tagliola. Il primo lavoro di Paolo Benvegnù è una gemma e infine Samuel Katarro che ha una voce assolutamente da sentire! Poi non saprei ci sono un sacco di musicisti di talento. Diciamo che tendo a mal sopportare tutta la nuova scena tweet o presunta tale... ma non faccio nomi (ride, NdA).

Quando partite in tour?
Il 1 Ottobre da Milano. L'intenzione è quella di toccare un po' tutte le regioni italiane, il Sud, perché la verità è che noi l'Italia l'abbiamo girata veramente pochissimo si può dire che ci conoscono molte più persone a Praga che a Bergamo!

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