Virginiana Miller - telefonica, 02-11-2006 Intervista

13/11/2006 di

(Scale e Virginiana Miller - Foto di Giovanni Canitano)

I Virginiana Miller non si muovono con clamore. Ma lavorano, bene, di cesello, acchiappamostri pieni di poesia. E dopo qualche anno di silenzio, tornano con un disco, “Fuochi fatui d’artificio”, piccolo capolavoro di “cantautorato rock” che li vede passare su una label importante come la RadioFandango (Pacifico, Petra Magoni e Ferruccio Spinetti). Di diritto tra i migliori dell’anno. Nel giorno dei morti, Simone Lenzi, cantante e autore dei testi, ci parla di un album di fantasmi.



Giusto per orientarci: tre anni di assenza e disco con una nuova etichetta (da Sciopero Records a Radiofandango). Cosa è successo in mezzo?
Ci siamo attrezzati per registrare il disco da soli, abbiamo comprato un po’ di apparecchiature e soprattutto imparato ad usarle, che è la cosa più difficile. Ci siamo messi alla prova, abbiamo iniziato a buttare giù un po’ di cose e da lì è nato “Fuochi fatui d’artificio”. Mentre stavamo registrando non avevamo ancora un’etichetta; ci chiedevamo a chi far sentire il disco e abbiamo concluso che Fandango sarebbe stato l’ideale per noi. Quando ci hanno detto sì, non abbiamo cercato oltre, perché quella era la situazione che ci sembrava più adatta a quello che facciamo.

Com’è la realtà di Radiofandango, etichetta piuttosto giovane ma con un organico di tutto rispetto (Massimo Zamboni, Pacifico, Pino Marino)?
Allo stato attuale non potevamo capitare meglio, il rapporto con loro è ottimo anche e soprattutto dal punto di vista umano, sono persone con cui è facile lavorare. Poi si capisce che siamo in un ambito indie, con un supporto e dei mezzi che funzionano soprattutto perché c’è gente che fa quel lavoro con passione e dà più di quello che ti aspetti.

Veniamo al disco. Rispetto agli album precedenti mi sembra ci sia meno contemporaneità e più uno sguardo al passato, ad esempio in “Per la libertà” e “Italia-DDR”.
Una fuga direi di no. Il disco, a partire dal titolo, è pieno di presenze spettrali, che tornano a più riprese e popolano le canzoni. È stato come fare i conti con qualunque atteggiamento nostalgico: gli spettri sono qualcosa che torna dal passato, ma anche qualcosa che non dovrebbe esserci, manifestazioni accidentali.

In realtà con il passato bisogna fare i conti, partendo dalla constatazione che viviamo in un tempo che non fa esercizio di memoria, che vive molto più sotto la categoria dello spazio che non sotto quella del tempo. Il passato quindi, se torna (e inevitabilmente torna), lo fa sempre più come un inciampo, come qualcosa che viene a parlarti ma che non dovrebbe esserci. Fondamentalmente siamo un po’ tutti illusi di vivere in una specie di presente eterno, dove non c’è né un prima né un poi, ma tutto ci sta davanti.

C64, idealmente, prosegue un percorso iniziato con “Merenderi” e proseguito con “Radioamatore” e “Telefilm”. Sembra quasi che stiate ricostruendo l’immaginario di una generazione.
Indubbiamente è vero. Quando componi parti sempre da quello che è il tuo bagaglio di vissuto personale, quindi è inevitabile che in questo bagaglio entrino oggetti che sono stati importanti per te e per quelli che hanno più o meno la tua età. Non è mai stato niente di programmato, nasce semplicemente dal fatto di avere condiviso con altri tutta una serie di cose che, ripensandoci, diventano poi fondanti. Credo che, per chi ha dai 35 ai 40 anni, l’esperienza di guardare la televisione o di giocare al Commodore 64 sia fondamentale tanto quanto lo è per mio padre l’aver giocato alla guerra tra i covoni di grano quando aveva dieci anni. Per chi ha la nostra età, molti dei ricordi che possiede sono ricordi televisivi o comunque legati a qualche strumento della tecnologia.

“Re Cocomero”, con i due pezzi che seguono, sembra costituire una sorta di trilogia interna sul tema della festa e della vacanza.
Per certe strade, tutti i pezzi sono collegati l’uno all’altro, per il discorso che si faceva prima sugli spettri, ma non solo. Credo che in generale tutto il disco possa essere visto come una sorta di romanzo a capitoli. Per quanto riguarda “Re Cocomero” e “Dopo la festa”, un legame c’è senz’altro, anche solo per il fatto che sono ambientate sul litorale laziale. “Re Cocomero” è una festa romana di metà Agosto romana, mentre “Dopo la festa” può ricordare il caso Montesi (ragazza assassinata sulla spiaggia di Torvaianica nel 1953, NdR). Ed è a sua volta legata a “Onda”, attraverso i versi stessi: nella prima si canta che “arriva l’onda” e poi l’onda arriva, anche se dalla parte opposta del mondo. È un’onda diversa, ma con un esito luttuoso come la prima. Si tratta di luoghi di vacanza, ma la vacanza in sé, se si pensa alla parola stessa, è abbastanza inquietante, vacanza dà un’idea di assenza.

In “La sete delle anime”, l’associazione tra due vittime sacrificali del petrolio (un servo di Alessandro Magno ed Enrico Mattei) rappresenta un volo intellettuale notevole. Com’è nata l’idea?
Stavo leggendo la “Vita di Alessandro” di Plutarco, in cui si parla di un episodio in cui Alessandro Magno, vicino a Babilonia, vede per la prima volta una pozza di questo liquido nero che ha la proprietà di andare a fuoco. Uno dei suoi consiglieri, per divertirsi, gli consiglia di buttarci dentro Stefano, il cantore di corte: prima viene inzuppato e poi gli viene dato fuoco, per dare diletto al re: i re si divertono così.

L’idea di questo cantore che canta con voce d’uccello e poi prende fuoco, per una serie di vie perverse dell’immaginazione, mi ha fatto venire in mente il fatto che Enrico Mattei (manager di stato morto bruciato 27 ottobre 1962 mentre cadeva con il suo aereo in fiamme, NdR) potesse considerarsi un altro uccello di fuoco. Quindi, rivedendo il tutto, è stato come se una linea nera, che è poi quella del petrolio, scrivesse in qualche modo il male della storia. Collegato a questo c’è poi il fatto che, nella tradizione occidentale, le anime sono sempre rappresentate come assetate, come se venissero da un luogo di grande arsura dove, per la presenza del fuoco, si trovano ad avere una sete incontentabile.

Esclusa proprio questa canzone, come detto, nel disco i riferimenti geografici sono legati esclusivamente a luoghi di vacanza, ovvero luoghi “altri” per eccellenza. Qual è invece, secondo te, la città che può spiegare meglio cos’è l’Italia oggi?
Il fatto che nel disco manchino delle città credo dipenda dal fatto che, al di là dell’eccezione di Milano, l’Italia è tutta provincia, quindi una cittadina vale l’altra, anche perché credo che in fondo si somiglino tutte.

Siamo passati per un decennio molto milanese, in cui la città ha rappresentato il centro di quello che stava succedendo in Italia. Non so se sia per la gestione amministrativa, ma credo che in questo periodo Roma stia rifiorendo, stia riprendendo un po’ di interesse e che l’atmosfera culturale sia molto attiva.

Sempre restando in ambito geografico, In “Gelaterie Sconsacrate” e “Italiamobile”, i vostri luoghi d’origine (Livorno e Toscana in generale) erano molto presenti. Con gli ultimi due album, invece, c’è stata una sorta di esplosione spaziale, con riferimenti a numerosi luoghi diversi. A cosa è dovuto questo cambiamento?
Questo è vero, in questo disco si spazia dall’Agro Pontino a Babilonia, quindi ci sono spazi tra i più svariati. Abbiamo iniziato chiaramente cantando quanto ci stava intorno, quindi le immediate vicinanze del litorale tirrenico. Questo disco forse è meno legato ad un luogo preciso proprio perché gli spettri vengono da un non luogo e appaiono dove vogliono.

Qualche anno fa avete realizzato una cover di Gaber per il Mucchio Extra e avete in cantiere un brano per un tributo agli Smiths. Che importanza hanno per voi le cover?
Le cover per noi sono state una bella novità. Siamo un gruppo piuttosto strano da questo punto di vista, perché non abbiamo iniziato a suonare facendo cover. Anche prima del mio ingresso nel gruppo, nel 1989, gli altri si erano messi insieme per fare pezzi propri. I Virginiana sono nati con l’idea di fare pezzi dei Virginiana. Questo ha fatto sì che la scoperta delle cover sia avvenuta dopo molti anni e con gran divertimento, anche perché le nostre cover non sono molto fedeli.

Quale artista italiano vivente meriterebbe un tributo?
Io ho un’ammirazione sconfinata per Paolo Conte, quindi farei a lui un tributo vivente. Mi sembra una delle penne più dotate che abbiamo e ho trovato molto giusta l’assegnazione del “Premio Montale”, se lo meritava molto più di tanti poeti che sono celebrati sulle antologie.

Nelle vostre canzoni c’è sempre un equilibrio tra narrazione e poesia. Nasce prima la storia da raccontare o la sensazione da passare?
Innanzitutto nasce la musica, questa poi suggerisce un verso, una parola, una situazione e da questa suggestione viene poi sviluppato il testo. L’idea di raccontare una storia generalmente non è il punto da cui si parte, anche se a volte è capitato: per esempio “L’uomo di paglia” era un fatto di cronaca che semplicemente buttammo giù in versi, partendo dall’idea di raccontare quella storia.

Mi sono soffermato con insistenza sui testi perché ormai sono diventati oggetto di studio e di pubblicazione (“Traccia Fantasma”, di Simone Marchesi, edizioni Erasmo). Che effetto fa vedere uscire un libro che parla di quello che avete scritto, suonato e cantato in questi anni?
È un effetto ambivalente. Da un lato fa molto piacere che una persona come Marchesi abbia deciso di dedicare del tempo a questo libro: per me è indubbiamente molto gratificante. Dall’altro, questo mi accomuna un po’ ai defunti e da questo punto di vista è un po’ inquietante.

Il fatto più strano è che l’autore sia un accademico e non un giornalista musicale.
Forse un giornalista musicale sarebbe stato più interessato a notizie biografiche, che nel nostro caso si riducono a nulla, perché nella vita non abbiamo fatto cose talmente interessanti da meritarsi un racconto di qualche tipo. Forse l’aspetto più interessante è il fatto che scriviamo canzoni, quindi molto meglio parlare di quelle.

Sul vostro sito qualche anno fa è comparso uno scritto in cui dicevi che non avete intenzione di diventare musicisti a tempo pieno. Sempre di questa opinione?
Se ne avessimo la possibilità, saremmo ben felici di farlo. Però se dovessimo sottostare ad una serie di compromessi di vario tipo (e non sto parlando solo della libertà di espressione) e adattarci ad una forma di vita che in qualche modo non ci appartiene, allora credo che non staremmo al gioco. Anche perché non saremmo più noi e quindi penso non ne valga la pena, mentre credo che valga la pena di continuare a fare tutto nei modi e nei tempi che ci appartengono.

Commenti (1)

  • DeliriumDoll 25/03/2007 ore 13:47 @deliriumdoll

    Gli album dei Virginiana Miller sono tutti estremamente geniali (interessanti anche le collaborazioni con i Baustelle, anche se i VM sono sempre i VM!! :D). Adoro il loro modo sarcastico di raccontare anni passati, il loro ironizzare la realtà e trasformarla, come quando si racconta della guerra ad un bambino, cercando le parole giuste e meno crudeli, meno "reali". Tanta tristezza sta nascosta tra i ritmi ballabili di canzoni come Curriculum, Malvivente, Tutti al Mare, Re Cocomero.. più esplicite Cerbero, Placenta, Dötlingen, etc.
    Un viaggio in anni passati seppur recenti, un viaggio in anni non troppo lontani ma, a me sconosciuti..
    Sempre grandi!!!!

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