Grey - telefonica, 05-09-2004 Intervista

19/11/2004 di Eliseno Sposato

Il quartetto mantovano dei Grey si è segnalato in questo 2004 con uno dei dischi d’esordio più convincenti degli ultimi tempi. Se è pur vero che nessuno inventa più nulla al giorno d’oggi, perlomeno quando si parla di musica rock, ecco che il loro “Sulphur” si discosta dalla massa per una pregevole scrittura che non trova molti epigoni nel panorama italiano. Ne abbiamo parlato con Luca Palleschi.



Il vostro disco d’esordio è per certi versi sorprendente, nel senso che gli si può attribuire la qualifica di ‘originale’, nel senso che siete forse gli unici a presentarvi con una formula sonora tipicamente british. Avete consapevolezza di essere un gruppo “fuori dalla norma”?
Non siamo mai riusciti a collocare il nostro gruppo in un ambito ben specifico del mercato italiano. Il nostro obiettivo in fase di composizione è stato sempre quello di scrivere delle canzoni che ci potessero soddisfare e trasmettere delle sensazioni giuste. Quello a cui tu ti riferisci, credo siano delle sensazioni che si avvertono dall’esterno, e sono cose di cui ci siamo resi conto una volta che arrivavano i primi riscontri dalla stampa. E’ lì che ci siamo accorti di quanto le nostre canzoni avessero più contaminazioni anglofone di quanto noi credessimo. Visto che poi i nostri interessi musicali sono sempre stati rivolti verso certo rock inglese di matrice pop, credo che siano stati una influenza che è scaturita in maniera molto spontanea. A noi fa piacere che venga citata questa originalità, perché diventa uno stimolo in più per migliorare e progredire.

Togliamo di mezzo la domanda più banale: con il tipo di sound che proponete, era davvero difficile non cantare in inglese?
Ci abbiamo riflettuto un po’ su ed abbiamo poi optato per la scelta più naturale dell’inglese, anche se non ti nascondo che, riuscire a cantare in italiano sui nostri pezzi, sarebbe stata una scelta realmente originale. Naturalmente cantare in una lingua più comprensibile a livello europeo, potrebbe aprirci delle strade che noi non disdegniamo, ed offrirci maggiori opportunità in futuro.

Partiamo dal singolo che avete scelto per trainare “Sulphur”, “My sweet hell”, in un certo senso il brano che suona molto più rock rispetto alle altre composizioni, quasi da risultare fuorviante rispetto al contenuto dell’ album....
In effetti su questo disco abbiamo proposto dei brani con un andamento più rarefatto e con tempi più dilatati. Con “My sweet hell” ci discostiamo dal resto del disco, visto che c’è una certa accelerazione, anche se poi credo che, all’interno dell’album, come matrice ci siano dei brani che abbiamo un andamento più rock di questo, perché hanno delle vibrazioni più forti. Poi sai bene che quando si sceglie un singolo, giocano altri fattori e si da più importanza a quelle caratteristiche che risultino più semplici, e favoriscano la programmazione. Comunque per cogliere le sfumature è sempre meglio ascoltare tutto l’album e scoprire di conseguenza le caratteristiche di ciascuna canzone, ed il mosaico che si compone con queste. Naturalmente il nostro lato più rock emerge dai concerti, dove si accentuano alcune caratteristiche dei nostri brani mentre le versioni presenti sul disco, ne mostrano il lato più elegante.

Del resto quando si lavora in studio, si arricchiscono sempre le versioni dei brani che escono più grezzi dalla sala prove. In questo senso quanto è stato importante il lavoro alla produzione curato da Giulio Casale degli Estra?
Lui è entrato con molta forza ed allo stesso tempo in punta di piedi sul nostro lavoro di pre produzione. Nel senso che non ha stravolto le nostre idee, ma le ha arricchite con la sua esperienza e soprattutto con la sua sensibilità. Il suo aiuto è stato prezioso in particolar modo sugli arrangiamenti e su alcuni dettagli della stesura finale di alcuni testi. In particolar modo nelle prime tre canzoni è riuscito a darci quel tocco in più che noi non saremmo riusciti a trovare. Anche perché quando sei alla prima esperienza in uno studio di registrazione, c’è molto entusiasmo ma allo stesso tempo ti devi misurare con un tipo di realtà alla quale non sei abituato. Lui con molta eleganza è riuscito a gestire i tempi, ad entrare nello spirito delle canzoni fornendo quei piccoli aggiustamenti che le hanno rese più mature.

In effetti la sua caratura di autore - se vogliamo possiamo anche definirlo poeta - lo rendono prezioso soprattutto per la parte letteraria…
E’ una cosa bizzarra questa se si pensa che chi è l’autore dei testi, abbia il completo controllo su di essi. Invece alle volte basta un suggerimento di chi lavora al tuo fianco, per offrirti prospettive nuove sul testo che tu hai scritto o la canzone che hai arrangiato. Questo ti permette di rivedere le tue composizioni sotto un’altra luce, le arricchisce molto e le rende canzoni nuove ai tuoi occhi. Con la collaborazione di Giulio, noi abbiamo provato a dare una diversa dimensione alle canzoni del disco. In questo caso credo che il suo aiuto sia stato importante per fare questo passo in avanti. E poi ci ha forniti spunti interessanti da utilizzare in futuro nella fase di composizione e che naturalmente utilizzeremo quando sarà terminata la fase biologica di “Sulphur”.

Restiamo ai testi. Mi spieghi meglio quali sensazioni o sentimenti hanno contribuito alla loro stesura?
Molto speso sono generati da stati d’animo momentanei, per cui gioca un ruolo fondamentale l’estemporaneità delle situazioni. Sensazioni di alienazione, tormento inteso non come impeto emotivo, ma più rarefatto e malinconico che si impadronisce lentamente delle persone, erano gli stati d’animo più presenti in noi al momento della scrittura dei brani del disco. Giulio che è molto vicino ad un certo tipo di letteratura musicale come può esserla quella di un Nick Cave, tanto per citare un nome tra i tanti, un autore molto vicino a questo tipo di sensazioni, è entrato nei nostri testi usando questo tipo di sensibilità. Credo che queste siano tra le emozioni più forti che ritornano nei nostri brani e principalmente in quelli che compongono “Sulphur”. Magari nel materiale nuovo che stiamo scrivendo, vedo che ci stiamo avvicinando ad immagini e sensazioni rivolte ad un rock più fisico, poi vedremo quanto questo influenzerà la scrittura dei nuovi testi.

Radiohead e Coldplay sono alcuni dei nomi utilizzati per far comprendere il tipo di musica che suonate, anche se - a mio avviso - ci sono alcune parti di chitarra su “Love, hours passing”che richiamano alcune ballate scritte dagli Alice in Chains. Cosa pensi di questi paragoni?
Sinceramente quest’ultimo è un accostamento che ancora non era stato fatto. Mi piacevano gli Alice In Chains proprio per questo modo di sapere unire i passaggi più adrenalinici accanto a delle ballate dall’andamento più psichedelico, soprattutto nell’uso della voce. Layne Stanley sapeva armonizzare le voci in maniera estremamente affascinante. Siamo molto legati al suono di Seattle, anche se nel disco questa influenza non emerge, e a gruppi come Soundgarden e Nirvana, per cui trovo interessante che tu abbia colto questo aspetto così poco evidente, il tuo è un punto di vista interessante.

Che risposte avete avuto dai primi concerti di supporto al lancio di questo disco? In fondo di voi non si era quasi sentito parlare per niente, prima della pubblicazione di questo ottimo album, per cui penso che vi siate presentati quasi come degli esordienti in senso assoluto.
Molto positiva. Credo che sia chi già aveva avuto modo di ascoltare il disco e sia ci ha scoperti in concerto, abbia colto le emozioni della nostra musica, perché questo è uno dei fattori che mettiamo in maggior risalto quando suoniamo dal vivo. Al di la delle capacità tecniche, credo che il pubblico abbia colto la sincerità tipica di un gruppo all’esordio, per cui si è subito stabilito un rapporto intenso e amichevole.

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