Paolo Benvegnù - Telefonica, 07-02-2008 Intervista

11/02/2008 di

(Paolo Benvegnù - Foto di Silva Rotelli)

Il 15 febbraio uscirà su la Pioggia Dischi "Le Labbra", il nuovo album di Paolo Benvegnù. Sono passati 4 anni dal precedente "Piccoli Fragilissimi Film", Paolo nel frattempo ha prodotto molte band, si è esibito dal vivo in reading e spettacoli comici e ha portato avanti un percorso di ricerca personale i cui frutti, adesso, sono maturi. "Le Labbra" ne è la prova. E' davvero il suo disco più riuscito. L'intervista di Marco Villa.



Sono passati quattro anni da “Piccoli fragilissimi film”, ma di certo non sei stato con le mani in mano in questo periodo...
No, purtroppo o per fortuna. Ho lavorato a parecchie cose, ho fatto un sacco di produzioni, ho scritto un po’ di canzoni e ho cercato di vivere la vita per come e per quanto mi è stato possibile, vedendo tutto un po’ dal basso, ma anche andandoci dentro in profondità, fino in fondo. Sono stati anni molto impegnativi. Poi ovviamente la percezione da fuori può essere che io mi sia sforzato poco; in realtà ho lavorato tantissimo, ho conosciuto un sacco di persone, ho ascoltato un sacco di musica, ho cercato di migliorarmi come essere umano, che in fondo è la cosa più importante.

Come ti sei trovato nel ruolo di produttore?
Mi piace molto fare il produttore e mettermi al servizio di qualsiasi progetto, mi piace andare a sondare le diversità di scrittura tra i vari gruppi, ma non nego di averlo fatto anche per mangiare e pagare l’affitto per qualche mese. L’esperienza bella è stata il mettere in relazione la mia sensibilità con quella di altri musicisti, lavorando ogni volta in modo diverso. Con i Marti si è trattato di costruire tutto da zero, mentre con i Perturbazione mi sono trovato di fronte un gruppo granitico e con convinzioni difficili da incrinare. Mi è piaciuto molto, ma non credo di produrre ancora molti dischi. Smetto perchè quando faccio produzioni mi impegno più di quanto non faccia con un mio disco. È come un attore che per quattro mesi recita un personaggio e poi, finito il film, torna se stesso. Personalmente è una cosa che non mi giova, perchè mi metto troppo nei panni delle persone con cui lavoro e questa sorta di transfert mi tocca molto, perchè cerco sempre di vedere tutto secondo il punto di vista oggettivo del produttore e quello parziale del musicista. È una cosa che mi riesce, ma che mi costa molto. Vorrà dire che andrò a lavorare all’Autogrill di Peretola oppure a fare il pornocasellante al casello di Pian del Voglio, che tra l’altro sono due posti molto interessanti dopo le tre di notte.

Sia per le musiche che per i testi mi sembra un album più concreto e fisico rispetto a “Piccoli fragilissimi film”, meno rarefatto e sospeso.
È vero: è molto più fisico, meno metafora, meno accennato. È un disco che va più in profondità ed è più evidente anche dal punto di vista ritmico. Adesso ho un’età in cui o le cose si dicono o si sta zitti e io vorrei riuscire ad essere il più evidente possibile nello scrivere canzoni. Evidente non dal punto di vista mediatico, ma nell’andare veramente in profondità in ogni parola che dico. Avendo la fortuna di suonare con persone piene di talento, loro hanno fatto in modo che anche dal punto di vista armonico e di mondi queste parole abbiano un peso giusto. Mi sento molto contento del lavoro che abbiamo fatto. Poi non deve piacere a tutti, abbiamo fatto questa cosa più per noi che per il mondo esterno. È la prima volta che mi capita, perchè prima ero un po’ ossessionato dal piacere a tutti. Per fortuna non è più così e quindi il disco l’abbiamo fatto con più tranquillità e ci siamo divertiti.

Altra caratteristica del disco è l’affrontare il tema dei rapporti umani, in particolare dei rapporti di coppia, declinati con un tono quasi angoscioso.
Io mi trovo a vivere una vita strana e questo si riflette nel mio modo di scrivere. Ho una sensibilità spiccatamente femminile, ma sono imprigionato nel corpo di un pastore bergamasco... e magari fossi un cane, perchè intendo pastore bergamasco nel vero senso della parola, di Bergamo. È come se avessi un corpo diverso dal mio sentire. Questo mi procura angoscia e l’accettare questa discrepanza tra quello che sento e quello che sono mi è costato 40 anni di lavoro su me stesso. Il mio è un percorso di liberazione da questo ma anche da una serie di esperienze vissute, partendo dalla nozione di sacrificio che mi è stata insegnata: non è una cosa sbagliata, ma quando diventa troppa non ti fa godere niente della vita. Per quanto riguarda questo disco, è come se il brano “Suggestionabili” di “Piccoli fragilissimi film” si fosse espanso: questo disco è una sorta di percorso di liberazione e di nuova costruzione. Un percorso finalmente puro, sano. Da questo punto di vista mi sento pronto a costruire perchè ho demolito tutti i blocchi e tutti i problemi che ho avuto. È come se avessi 40 anni di handicap: un concorso ippico in cui io parto con 40 anni di differenza rispetto alla maggior parte delle persone. Quindi sicuramente c’è di mezzo l’angoscia di pensare di non farcela, però ora sono contento e il disco testimonia tutto questo. Sinceramente non so bene a chi possa interessare; non so in quanti siamo ad essere felici in questo momento storico, ma forse esiste da sempre un periodo in cui non si riesce a capire perchè siamo fermi, muti e immoti e non viviamo la nostra vita. Io adesso la sto vivendo.

Nel disco si avverte di essere costantemente nei pressi di un annullamento, di un dissolvimento, di una divisione. Pensavo ti riferissi a qualcosa in arrivo, invece mi sembra di capire che si tratta di una presa d’atto di qualcosa che è accaduto e da cui ripartire.
La scrittura per me è una cosa inconscia, purtroppo: vorrei essere conscio di quello che scrivo e di come lo scrivo, ma in realtà quello che sto cercando è la completa follia. Andando a leggere consciamente quanto ho scritto inconsciamente nell’ultimo anno e mezzo, sicuramente troverei che parla di questo: non riesco a fare del male (riesco volentieri a riceverne), però a volte è giusto pulire i meccanismi di compassione. In realtà oltre a parlare di questo disco come se fosse un percorso umano (mi interessa relativamente), si può dire che parla del tentativo delle persone di essere giuste, della giustezza nel vero senso della parola. Di non essere invaso e non invadere, di essere liberi di poter usare ogni proprio pensiero – anche il massimo del bene o il massimo del male – e di poterlo usare verso gli altri con purezza, senza dietrologie, senza che ci sia una persona dietro ad ogni pensiero. È questo che sto cercando di fare nella mia vita e ci sto riuscendo: ovviamente ho fatto del male e ho ricevuto del male, però solo quando arrivi in fondo al male riesci a capire la bellezza del bene. Oggi ho fatto questa scelta, magari in futuro tornerò ad essere un genio del male. In fondo mi piacerebbe.

Questa tua scelta di esporre totalmente la tua persona e la tua esperienza interiore mi ha fatto pensare all’ultimo album di Morgan. Cosa pensi del suo disco?
Credo che sia un gran bel disco, come il precedente del resto. Marco è molto bravo perchè riesce ad essere profondo, ma sempre cristallino: a me ricorda sempre i Beatles. Io sono molto più drammatico, ma forse perchè la mia vita – dal punto di vista fisico, non esistenziale – è un po’ più difficile: sono povero dalla nascita, non ho una lira, dormo in sala prove. Marco si è guadagnato con le proprie mani la possibilità di non dovere badare a tutti i costi alla sopravvivenza, anche grazie ad un talento che io mi posso solo sognare. È questo che fa sì che un intellettuale sia un intellettuale: io invece sono più un contadino, un artigiano che cerca di arrivare in fondo a se stesso. Il suo disco mi è piaciuto molto, credo sia una persona che ha un talento spropositato e più pulisce questo talento, più arriva dove deve arrivare. È forse uno dei pochi continuatori della tradizione di scrittura italiana; penso a lui e a Bobo Rondelli come esempi in questo senso.

Tu ti senti un cantautore?
In teoria sono un cantautore, in realtà da soli non si fa nulla. Io sono il cantante, l’autore dei testi e in qualche caso dei pezzi. Non mi sento un cantautore classico o un cantastorie, perchè non sono capace di raccontare delle storie che narrino dei fatti. Mi piacerebbe poterlo fare, quantomeno per poter poi scegliere. Invece quando scrivo è diverso, perchè i miei pezzi procedono di sfumatura in sfumatura. Io penso di scrivere delle ninna-nanne mancate: non posso fare dei figli, quindi faccio delle canzoni per loro. Credo poi che la scrittura debba essere in qualche modo assoluta: se fai descrizioni di persone o luoghi, la scrittura stessa termina nel tempo, quando invece scrivi in modo traslato tutto dura nel tempo. A volte mi capita di essere colpito da quello che vedo in un film – mi è successo di recente con “Kinski, il mio nemico più caro” di Herzog – ma poi quando cerco di traslare la narrazione in una canzone tendo sempre ad essere più vago. Adesso dico così, poi magari tra due giorni scrivo: “Ieri sono andato a Milano in Piazzale Cordusio e ho ucciso la tal persona perchè mi stava sui coglioni”. Ci sta che debba crescere ancora e spero di poter migliorare molto. Ora sono fallibile, spero di arrivare alla fallibilità totale o all’infallibilità. Ho scelto di vivere questo caos tentando di riordinarlo, ma solo per poi poter scegliere di nuovo il caos.

Hai fatto una serie di spettacoli con il giornalista Massimo Del Papa. Lui si occupa di inchieste, tu eviti l’attualità nei tuoi pezzi: come funziona il vostro rapporto?
Massimo fa un reading di poesie e scritti di rapporti umani. Non c’è inchiesta. In questo senso, il nostro rapporto funziona molto bene. L’avevo visto leggere queste poesie in modo molto ingenuo e mi è piaciuto. Al di là di questo, Massimo in Italia è uno dei pochi giornalisti che si possano definire tali: è ovvio che sia scomodo, è ovvio che faccia polemiche anche eccessive, ma chi in Italia può dire di essere davvero un giornalista che parla sia di mafia che di boy scout senza la paura di essere tagliato fuori da tutto? Da quello che so lui scrive solo per Il Mucchio e penso sia pagato pochissimo: è stato tagliato fuori da tutti proprio perchè è davvero un giornalista e va a controllare le fonti. Ovviamente questo me l’ha reso molto vicino: quando scrivo canzoni non lo faccio come i Subsonica o i Linea 77, che mandano i loro fan a distribuire gadget e pubblicità nei locali. È una roba veramente orrenda. Questo è fare musica? È ovvio che io e Del Papa andiamo d’accordo: eticamente siamo ineccepibili. Uno se ne può anche fregare di essere eticamente ineccepibile, ma mi viene da pensare: se un falegname non è ineccepibile nel fare una sedia o una cucina e ti vende qualcosa che un anno dopo devi buttare, tu sei contento? Questo è il problema grosso di questo paese. Non c’è nessuno che abbia il coraggio di fare la propria cosa per il gusto di farla: tutti sono pagati e tutti usano furbizia nel proprio lavoro. Questa è una cosa di questo paese che mi dà veramente noia e che mi strugge. Tutto viene distrutto dalla mancanza di amore, di passione e di coraggio. Così vanno le cose in questo momento, così vanno le cose da trent’anni e io mi sono un po’ rotto i coglioni.

Sei ormai un nume tutelare della – mille virgolette – “scena indie”. In che direzione sta andando in questo periodo?
A parte che non mi sento certo un nume, dove vuoi che vada? Va in una direzione in cui ogni 10 persone che fanno le cose con passione e secondo la propria coscienza, ce ne sono novanta che cercano solamente uno spazio. Questo è terribile, è la sindrome del lebbroso, per cui tutti cercano di essere toccati dalla grazia. Io sono passato da questa fase, l’ho avuta anche io con gli Scisma e l’ho pagata tutta per poter ripartire da zero e poter dire quello che ti sto dicendo adesso. Basta con la ricerca dello spazio a tutti i costi: vogliamo metterci a scrivere bene e a scrivere cose che abbiano un senso? Vedo che ci sono tanti under 25 che fanno cose con purezza, ma poi i posti vengono occupati da progetti che non hanno un senso proprio, che non hanno senso fin dal nome del progetto stesso e che esistono solo per perpetrare il rito del “sono giovane, sono figo, ho una bella chitarra, bevo la birra, mi faccio le canne e scopo con questa che ho davanti”. Se questa è la maniera di essere indie, per quanto mi riguarda non lo sono mai stato e non lo sarò mai. Poi per carità, ci sono molte isole felici: penso ai Marta sui tubi, che hanno fatto qualcosa di veramente diverso e importante, oppure alcuni gruppi della zona di Prato, come Baby Blue o Samuel Katarro. È gente che suona seguendo una propria purezza, non come fanno tantissimi gruppi di cui sento parlare soprattutto su Rockit. Mi sono rotto le palle di andare a sentire concerti e non trovarci niente. Io ho sempre bisogno di trovare qualcuno che mi dia un pugno in faccia e mi dica che non ho capito un cazzo e più è giovane chi lo fa, più sono contento. Invece ogni volta che vado ad un concerto è una delusione assoluta e non perchè io pensi di essere superiore: voglio solo che qualcuno arrivi, mi prenda lo stomaco, me lo rivolti e mi faccia uscire cambiato dal concerto, ma questo accade raramente, perchè raramente c’è profondità e consapevolezza nel fare le cose. Le luci della centrale elettrica è uno così: ho ascoltato il suo demo e si sente che ha qualcosa da dire, spero che lui e Canali riescano a tenere dritto il timone della barca. Però per uno come lui, ci sono centocinquanta progetti che non hanno niente da dire. Il problema allora non sono le case discografiche, il problema è che noi musicisti non abbiamo né il coraggio né i coglioni di fare cose belle e finché non alziamo il livello si andrà avanti così. A volte mi capita che arrivi gente a chiedermi di dare una mano, allora io sento il disco e poi mi viene da chiedere loro in cosa posso aiutarli: a guadagnare spazio? Prendetevi il mio che tanto non ce l’ho neppure, visto che non sono né indie, né giovane, né vecchio. Non ho uno spazio, quindi spero che qualcuno venga a prenderselo e a dimostrare che vale più di me e più di tutti. Il problema è che manca il coraggio di fare cose belle. Se volete arrivare ad avere spazio con il taglio di capelli o scimmiottando chi è già importante, allora è meglio che andiate a giocare a calcetto o a bere all’osteria. È meglio per voi ed è meglio per tutti.

Chiudendo, come sarà il tour?
Vorrei provare a fare concerti belli senza scenografie o ammennicoli: andare fuori e suonare su un piazzato bianco e vedere se abbiamo un senso o qualcosa da dire. Perchè quello che ho detto prima riguarda anche me: non posso alzarmi e pontificare rispetto agli altri se poi sono come loro. Per quanto mi riguarda devo vedere se sono così cialtrone da avere solo un colore con cui suonare. Così all’alba dei 42 anni sono qui a chiedermi se sono capace di scrivere, di suonare dal vivo, se sono capace di avere un senso. Quindi ciò che vorrei ora è fare concerti che possano toccare qualcuno. Finora penso di essere stato molto lontano dai miei limiti, questo è il periodo in cui devo andare a cercarli, sondarli e magari spostarli di un bel po’.

Commenti (9)

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  • Faustiko Murizzi 11/02/2008 ore 16:23 @faustiko

    ...cazzo che botta!!!

  • Nicola Bonardi 12/02/2008 ore 11:50 @nicko

    "non posso fare dei figli, quindi faccio delle canzoni per loro"
    ho i brividi.

  • Faustiko Murizzi 13/02/2008 ore 09:38 @faustiko

    sì, ecco... quello che mi colpisce di più di benvegnù é proprio l'umiltà... a volte fin troppa! :]
    però é una persona adorabile proprio per quello...

  • Sara Loddo 13/02/2008 ore 16:28 @sasara

    è proprio superiore. impossibile non amarlo.

  • max 16/02/2008 ore 21:38 @max

    cosa dire?
    sono commosso e grato che esistano persone del genere.
    probabilmente finirà in carico ai servizi sociali di qualche comune o al friggere patatine al mc donalds, ma sarà una persona integra e con la coscienza sfolgorante.
    che Dio lo benedica. lo benedirà di sicuro.

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