Mirsie - telefonica, 09-03-2004 Intervista

04/04/2004 di Eliseno Sposato

Riemersi dall’oblio nel quale erano apparentemente caduti dopo la pubblicazione dell’ottimo “Aliens in Bra”, sorte comune a quasi tutti i gruppi che amano e suonano il rock poco convenzionale, i Mirsie si sono ripresentati con uno strepitoso album come “El Santo” che miscela ancora indie rock e blues deviato, con l’accento più marcato verso quest’ultimo.

Quella che segue è una lunga chiacchierata telefonica svolta attraverso il microfono di RLB - Radio Libera Bisignano, la radio più ascoltata in Calabria. Gli interlocutori ai microfoni sono stati per l’occasione Lu (voce) e Pie Love (chitarra).



Ascoltando le nuove canzoni di “El Santo” si ha l’impressione che abbiate virato ancora di più verso il blues. E corretta quest’analisi?
LOU: Fondamentalmente sì. Vista la lunga gestazione che ha avuto l’album, c’è stata una partecipazione collettiva alla stesura dei nuovi brani. Mentre in “Aliens in Bra” le composizioni erano quasi tutte di Pietro, per “El Santo” posso dire che il suono che si ascolta è più rappresentativo di questa fase del gruppo. L’ingresso in formazione di un nuovo batterista (che suona anche in gruppo hardcore torinese, gli Arturo), ha contribuito a stabilizzare la formazione e fare dei Mirsie un gruppo a tutti gli effetti.

Tornando al blues possiamo affermare che è sì presente, ma in egual modo ad un suono indie-rock (inteso come quello suonato da Blur, Pixies, ecc.) che fanno parte del mio background in particolare, anche se non suonano propriamente blues. Alla fine l’elemento blues appare preponderante.

Comunque sia, non intendo che il vostro sia un blues canonico, quanto piuttosto lo definirei ‘futurista’ - impregnato com’è dell’elemento indie di cui parlavi - al quale accoppiate una notevole ricerca melodica. Altro elemento che emerge è il noise
LOU: Il nostro approccio alla scrittura è molto libero, nel senso che non determiniamo nulla a tavolino. All’inizio il problema più grande era determinato dal fatto che bisognava trovare una omogeneità tra i brani composti, proprio perché ricchi delle influenze più diverse, anche se complementari. Pensa che le passioni di Pietro variano dal metal all’hc, mentre io amo di più le musiche inglesi tipo il brit-pop. Non è quindi stato facile amalgamare queste influenze...

L’influenza britpop si sente in un brano come “White and conventional” con quei cori che richiamano molto i Blur.
LOU: Sì, perché, se vogliamo, i Blur sono stati il gruppo che ha saputo, meglio degli altri, interpretare i canoni del pop inglese, risultando forse il più originale, ed é stata anche la formazione che ha avuto più coraggio nello scrivere album diversi l’uno dall’altro. Quella è stata una scena che ho vissuto profondamente, ed alla quale guardo con un po’ di rimpianto perché rappresenta la mia giovinezza. Accanto aggiungerei band che non facevano parte di quel filone, come gli Swevedriver o i gruppi ‘shoegaezer’ tipo i Ride, anche se a dire il vero il ritornello di “White and conventional” a me ricorda di più i Black Rebel Motorcycle Club.

Questo per trovare un paragone attuale…
LOU: Si, anche al limite del plagio, visto che quella frase loro la utilizzano anche in un altro brano. Mentre la suonavamo ci siamo accorti di questo, ma visto che ci piaceva, l’abbiamo lasciata così com’era.

In questo brano in particolare, c’è una bella linea di basso, molto ipnotico che, se possiamo azzardare, potrebbe far pensare ad un futuro utilizzo in chiave dub.
LOU: Quella linea di basso piace molto anche a me perché si incastra a meraviglia con il pattern di batteria suonato da Ciuski, che è stato il nostro prima batterista ed ha suonato in tutto il disco. E’ uno dei miei brani preferiti ed indica una strada che mi piacerebbe percorrere in futuro. Il problema è che la nostra formazione non prevede il basso; in realtà è suonato con una chitarra e non sempre è facile riuscire a riprodurre quel suono.

Tornando alle citazioni precedenti, anche se tu non l’hai citata, a me sembra di sentire che siete influenzati dai My Bloody Valentine...
LOU: Proprio qualche sera fa, assistevo alla proiezione di “Lost in translation” (film di Sophie Coppola con Bill Murray, ndi): in una scena si ascolta un brano di “Loveless” ed è stata come una folgorazione. Mi sono reso conto di come il gruppo di Kevin Shield, con quel disco, fosse avanti di secoli, visto che suona rivoluzionario ancora oggi. La semplicità con cui univano il noise (sorta di rumore composto da sovrastrati di chitarre) alle melodie riverberate in lontananza é sorprendente.

Ovviamente siamo lontani anni luce da quel gruppo, difficile arrivare a quei livelli, ma il paragone ci piace, visto che sono uno dei gruppi amati da Ponch (l’altro chitarrista). Molto lusinghieri comunque i tuoi paragoni.

Ritornando al blues, non trovi che mettere in scaletta come primo brano con l’armonica molto dura sia fuorviante?
LOU: L’armonica é stata suonata da David Lenci e abbiamo scelto questo brano come primo perché ci identifica molto bene e poi pensiamo crei una continuità con il precedente lavoro “Aliens in Bra”. Poi la tracce si alternano e creano un certo stile.

Il lasso di tempo trascorso tra “Aliens in Bra” e “El Santo” da cosa è stato determinato oltre al cambio di formazione?
LOU: Fondamentalmente dal fatto che non riuscivamo a trovare un’etichetta interessata alla pubblicazione, anche se il materiale era pronto da tempo. Una volta giunti all’accordo con Audioglobe, tutto si è svolto molto rapidamente. A questa necessità si sono poi sommate una serie di cose, come ad esempio quella di mettere in piedi il nuovo live show, anche siamo ancora riusciti ad inserirci in un circuito di concerti. Adesso vedremo con questa nuova ripartenza come si svilupperanno le cose.

Eppure voi musicisti del nord dovreste essere facilitati ad entrare nei circuiti dei club dove si suona dal vivo. Pensi che sonorità come quelle dei Mirsie non siano ancora nelle grazie del pubblico dei concerti?
LOU: Il problema sono gli spazi per i gruppi medio-underground come il nostro, che non ci sono. I locali che ospitano la maggior parte dei concerti, qui al nord, sono spesso sovradimensionati per gruppi come i Mirsie. Sono le location più piccole che mancano, e quelle poche che esistono hanno sempre dei problemi. A questo aggiungi che c’è molta gente che suona in questo momento, per cui diventa difficile trovare spazio. Non credo ci siano grossi problemi di ricezione: in fondo ci sono gruppi che fanno molte più date di noi, ed hanno suoni anche più estremi. Penso conti molto il fatto di essere italiani ed avere una produzione indipendente che va a scapito, mentre tutto ciò che viene dall’estero gode di maggiore attenzione sia da parte dei media, sia da chi organizza i concerti. Se un gruppo come Julie’s Haircut o One Dimensional Man riuscisse ad uscire con un singolo capace di ampliare il mercato, probabilmente ne godremmo in positivo un po’ tutti. Speriamo succeda.

In Italia non si è innescato il meccanismo di visibilità nato in America quando gli Hüsker Dü firmarono per la Warner e vennero poi seguiti a ruota da R.E.M., Sonic Youth e tanti altri fino all’esplosione del grunge. Pensi che sia colpa della stampa specializzata che raramente mette in copertina un emergente italiano, e quando succede, molto spesso ha varcato la soglia della musica leggera - vedi Elisa piuttosto che One Dimensional Man?
LOU: Tu sai meglio di me come funziona la stampa: se l’etichetta degli O.D.M. fosse la Sony, probabilmente avrebbero già avuto la copertina. C’è poi da considerare che la crescita dei gruppi italiani che cantano in inglese si è sviluppata negli ultimi 6/7 anni. Mentre prima erano delle realtà ultra nascoste, oppure il livello qualitativo era più basso da non meritare una grossa visibilità. I CCCP, il movimento delle posse, i Marlene Kuntz, hanno goduto con merito di questa visibilità, mentre la generazione successiva, cioè la mia, sta mettendo a frutto adesso i dischi assimilati in adolescenza. Mi ripeto: quello che serve è un ‘singolo’ che possa mettere in luce tutta la scena ancora oggi ancorata a livello underground. Poi l’attenzione della stampa è come un gatto che si morde la coda: se succedesse come in Inghilterra, dove c’è un bacino d’utenza molto più grande, capiterebbero cose come quelle che fa NME, che prende una band come Franz Ferdinand, la mette in copertina cinque volte, questo fa eco nel mondo e viene ripreso da tutti. Il loro disco è carino, ma se fossero di Sassuolo piuttosto che inglesi, credo che non se li sarebbe filati nessuno.

Pensi che i giornalisti dovrebbero recitare un mea culpa?
LOU: Le riviste alla fine devono vendere, per cui se metti i Julie’s Haircut in copertina vendi un numero di copie, ma se ci metti Courtney Love, magari con le gambe scoperte, ne vendi molte di più. Sono politiche diverse che hanno entrambe ragione di esistere. Per fortuna adesso esistono i siti web dove c’è spazio per molte più cose, non ci sono problemi ne di stampa ne di ascolti, c’è molto più interesse. E’ un canale nuovo, e adesso sta cambiando tutto, per cui non si può neanche fare paragoni con il passato.

A questo punto cambia l’interlocutore e a Luca si avvicenda Pie Love, uno dei due chitarristi, per concludere la chiacchierata.

Sappiamo che il vostro sound è imperniato sulle chitarre e non prevede l’utilizzo del basso, se non sporadicamente. Avete pensato di allargare la formazione anche a questo strumento?
PIE LOVE: Questa è una vecchia diatriba all’interno del gruppo. Inizialmente abbiamo pensato di utilizzarlo solo quando ce ne fosse reale bisogno, mentre in seguito abbiamo ‘caricato’ di più la chitarra in modo da avere tutte le frequenze coperte, e così lo abbiamo bandito per sempre.

In fondo non è una novità e comunque il suono non ne risente
PIE LOVE: Non è per essere originali - in fondo ci sono decine e decine di gruppi che suonano senza basso - ma si tratta di una scelta, perché pensiamo che i pezzi suonino meglio con l’utilizzo di due chitarre.

Finora abbiamo parlato principalmente del suono di “El Santo”. Mi spieghi perché avete intitolato così l’album e quali riferimenti al titolo troviamo nelle canzoni?
PIE LOVE: Generalmente i temi delle canzoni nascono in modo casuale, molto spesso dopo la musica e senza un legame apparente. Nello specifico “El Santo” nasce da un sogno che ho fatto io, una cosa che mi ha segnato in modo particolare. Poi il senso d’infinito, di luce che rimanda il titolo, ci sembrava appropriato al nostro momento, per cui stava bene e lo abbiamo intitolato così.

Cosa vi aspettate da questo disco?
PIE LOVE: Abbiamo patito un po’ lo sconforto, perché sono passati molti anni dal primo lavoro. Ora siamo molto fiduciosi anche perché, sin dai primi contatti, l’Audioglobe (distributore del disco ndi) e le persone che lavorano per essa, ci sono sembrati molto serie, ben disposte a sostenere il nostro progetto, per cui siamo molto ottimisti. Ovviamente non ci aspettiamo un successo enorme, quanto piuttosto una maggiore visibilità e l’opportunità di portare in giro il nostro live show.

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