Marti - telefonica, 09-09-2006 Intervista

16/10/2006 di

(Marti e una pianola - Foto di Gianluca Moro)

Inaspettato come un incontro in un club di notte, dopo un vagheggiamento durato ore. E’ “Unmade Beds”, l’opera prima dei Marti - un gruppo genovese guidato da Andrea Bruschi, già attore di buon livello - pubblicata dalla Green Fog dei Meganoidi. Un disco nel quale il giorno esiste solo dalla sera fino alla mattina. Fra Tindersticks e Bowie senza dimenticarsi i Soft Cell. Siamo andati ad intervistarlo con il gusto della scoperta. E con entusiasmo ci ha detto di coltivare ancora più d'un sogno. Ve lo presentiamo. A luci soffuse.



Marti. Una sorpresa inaspettata. Da dove venite fuori?
E’ un mio progetto personale, ma non mi andava che si chiamasse Andrea Bruschi. Volevo uno pseudonimo. Ho seguito tutto fin dall’inizio, dal video alle fotografie, ma tutti i musicisti si sono molto integrati e quindi si tratta di qualcosa di collettivo.

Credo che “Unmade Beds” sia un titolo bellissimo per presentarsi al pubblico. Dà un senso di vita e disordine. Di cose successe e di ingresso in medias res. Perchè l’hai scelto?
E’ un disco molto autobiografico. Le canzoni sono nate al Rhodes, e il disco si chiama così proprio per tutti i letti sfatti che il mio piano ha visto in questi anni. E’ molto intimo. Quando entri in una stanza e c’è un letto sfatto, provi sempre imbarazzo e curiosità. Lo canto anche nella ghost track: la vita è un libro di letti sfatti.

Parliamo un po’ di te. So che fai l’attore, anche. Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti mi ha detto che questo è il disco della tua vita.
Io nasco come musicista prima che attore, perchè là è più facile partecipare a tanti progetti, per pagarsi l’affitto. Ho cercato di realizzare questo progetto per tanti anni, e non è stato facile. Non ho mai smesso di sognarlo e volerlo. Poi ho trovato dei musicisti fantastici, e una grossa mano in Paolo Benvegnù. I soldi per la produzione li ho trovati in Svizzera... una mia amica - che oltre a film pubblica anche dischi, conosciuta grazie al mio lavoro di attore - ha ascoltato i miei demo ed è impazzita: “ti do una mano io”, mi ha detto. Quando inizi un progetto a 38 anni deve essere consistente, serio.

In che film hai recitato?
Sono nato a Genova, in Italia di importante ho fatto il “Partigiano Jhonny” (2000) di Guido Chiesa, facevo uno dei partigiani coprotagonisti. Conoscendo bene l’inglese, lavoro più all’estero. Tra gli altri, ho fatto film con Peter Greenaway e Catherine Hardwicke.

Che ne pensi del cinema italiano? C’è qualche regista che stimi in maniera particolare?
La televisione docet, ed è evidente che il nostro Paese non sia all’altezza. Guarda i telefilm americani tipo “Carnivale”. Per quanto non possano piacerci gli States, laggiù si fanno cose serie. Di italiani stimo tantissimo Lorenzo Vignolo (autore anche del suo primo video, NdR). Con lui siamo amici da vent’anni e ancora al cinema deve trovare il modo giusto di esprimersi. Poi mi piace Sorrentino. E Guido Chiesa. Anche Bellocchio.

E Muccino?
Muccino non rappresenta un’Italia che mi interessa, non è un mondo che trovo vicino. Non mi piace come vengono rappresentati i giovani, non descrive una realtà che conosco io. Forse è una realtà che c’è, ma non ci interessa. Sorrentino invece racconta personaggi in maniera molto immaginifica, mentre il cinema mainstream è disastroso. Ad esempio pensa a “La notte prima degli esami” (film di Fausto Brizzi con Giorgio Faletti, 2005, NdR)... è un incubo. Ci piacerebbe vedere un “Donnie Darko” italiano ma niente.

Torniamo sulla musica. In questo disco non esiste giorno. Tu sei di Genova, eppure questo disco mi sembra molto più newyorkese o berlinese.
A New York ho soggiornato per un po’, e Berlino è una città che ho nella testa e nelle vene. Tra i miei artisti ci sono persone che hanno descritto quel mondo.

In “Unmade Beds”, tra l’altro, il concetto di “casa” acquista una dimensione perdutamente metropolitana, cioè slegata al valore tradizionale di famiglia. Qual è la geografia emozionale che sottende le storie di “Unmade Beds”? Quali sono i luoghi di questo disco?
E’ una bellissima domanda. Il disco è iperurbano. Le canzoni sono delle microstorie. I paesaggi sono i bar aperti tutta la notte, i cabaret, gli stripclub. I diner, i ristoranti aperti sempre. I locali proibiti durante il proibizionismo, gli speakeasy. Questi li ho scoperti a NY, sono posti dove andava gente come Kerouac. Bussi e ti si apre un locale. Lo stesso mio video evoca Dennis Hopper (attore americano di "Easy Rider", NdR): il mio mondo è quello. Pochi giorni fa ero a LA, e giravo di notte e gongolavo. Nel prossimo video cercherò una Genova che mi riporta a queste cose.

Genova dei vicoli, New York che non dorme e Berlino dei grandi spazi. Quale urbanità più ti appartiene?
Quella tardo-contemporanea. Sono stato più affascinato dagli anni’50 che dal 1500, perciò più NY che Genova... Che poi NY è perdutamente europea. Berlino invece è la città europea più notturna che c’è. Ma molto mi affascinano anche gli anni ‘30 e ‘40, quella che è stata l’Europa in quegli anni: il preguerra, l’espressionismo, la pittura... pure l’Italia con il futurismo. Erano anni molto creativi. Sono state buttate le fondamente per tutta l’arte del secolo. Anche musicalmente, pensa a Kurt Weill. Mi piacciono tantissimo un certo tipo di erotismo nella pittura con i pittori tedeschi ed austriaci. L’esplosione popolare del cabaret e della musica suonata, erotica. L’emancipazione è nata con la psicanalisi proprio in quegli anni.

Paolo Benvegnù mette sempre mano a dischi nei quali prevalgono tonalità scure ai colori. Stessa cosa è successa in “Unmade Beds”, sicuramente non un disco da spiaggia. Che ruolo ha avuto nella gestazione del disco?
Paolo è un mio amico da più di dieci anni. Quando sono nati i Marti gli feci ascoltare i demo e lui disse: questo è un disco da fare. E’ stato fondamentale anche negli arrangiamenti. Volevo trovare un produttore come lui. C’è tanto di Paolo, non solo le canzoni rock-cantautorali. Ha un background che permetteva di far suonare il disco in maniera internazionale. E’ stata una forza trainante. I responsi infatti sono grandi. Oggi per esempio mi ha scritto una rivista canadese: hanno sentito i pezzi e vogliono fare una recensione. Devo però aggiungere che anche Andrea Franchi è stato determinante, come produttore e anche nella scrittura.

David Bowie. Tindersticks. Soft Cell. Depeche Mode. Nick Cave. C’è altro nel passato musicale dei Marti? Niente di italiano?
I nomi sono quelli, certamente. Però ho fatto di tutto perchè Benvegnù fosse dentro questo disco. Paolo era una delle poche persone in Italia che poteva condurmi in determinati paesaggi... lui e gli Scisma sono un punto di riferimento per me. Ma anche tutto il dark-wave italiano anni ottanta sono nella mia teca. Poi ho il DNA anche i cantautori genovesi, come Tenco eccetera. C’è Brel. Anche Scott Walker.

Ti è capitato di conoscere Bowie?
No... ma ci sto arrivando. Un mio amico sta facendo un documentario su Scott Walker. Come sai Walker è un recluso, ma lui è riusciuto a documentare interamente la realizzazione dell’ultimo disco. Ha intervistato tutti, compreso Brian Eno. Questo documentario lo produce proprio Bowie... quindi sarà il mio gancio! Ho conosciuto però Martin Gore, un altro dei più grandi compositori di dark-pop-wave degli ultimi trent’anni.

Come è nato l’incontro con i tipi della Green Fog Records?
Il disco è stato per un po’ di mesi fra le scrivania di etichette di Milano eccetera. Destava interesse me nessuno mostrava attenzioni come la Green Fog. Al contrario di altri, che volevano infilare synth ovunque, mi hanno lasciato libertà artistica. E alla fine sono contentissimo di essere uscito per loro, devo solo fare loro i complimenti. Noi e i Meganoidi facciamo generi molto distanti, ma hanno avuto una mentalità così aperta da abbracciare tanti generi diversi. Secondo me sarà un’etichetta che avrà lunga vita. Spero che anche il mio disco gli dia una mano. Quanti gruppi hanno fatto successo e si sono poi buttati in una etichetta? Pochissimi. Meritano rispetto.

C’era qualcuno che diceva: domenica mattina e non hai pensieri strabilianti in testa. Qualcun altro invece cantava: sunday morning brings the dawn in, it’s just a restless feeling by my side. Tu invece canti: no sundays, or sunday every day, e anche sad is the morning. Che rapporto hai con le mattine?
Eh eh, mi sveglio tutte le mattine alle sette perchè sono appena tornato dall’America. Ma non è la prassi. “No Sundays” è poi una canzone d’amore, ma anche la definizione di una vita creativa: ogni giorno è un giorno creativo. Non esistono giorni santi, non esiste giorno di riposo. Alzarsi la mattina e lì farsi le domande vere, e’ un atto di fiducia mettersi in moto. E la domenica non m’è mai piaciuta.

In questo disco non esiste una love song in senso stretto (a parte “Rose”, quasi un mantra). Vengono raccontate molte situazioni (per esempio in “Walkout Of This Club With Me”), e quasi mai viene focalizzata l’attenzione sul rapporto o sull’altro, ma sempre sulle sensazioni. Spesso personali. Sei d’accordo?
Si ci sono molti discorsi interiori, di stomaco. Raccontano storie che sono iniziate o finite. O che potrebbero essere. Sia “September In The Rain”, che racconta un amore finito, che “Walkout Of This Club With Me”, una storia potenziale che esiste solo nella testa del protagonista. “Rose” invece si basa sulla storia di Euridice al contrario: sono morto molte volte ma lei è sempre venuta. Non c’è una canzone d’amore tout court, ma c’è questa consapevolezza: nessuno ha più tempo di essere vulnerabile. I media passano la vulnerabilità come una cosa brutta. Invece è ciò ci rende persone. Le canzoni sono improntate su quello.

Devo farti i complimenti perchè credo che il tuo sia un disco d’esempio per molti altri artisti italiani. Che dimostra personalità, racconta un immaginario, non si millanta la confusione di stile come una pseudo-avanguardia.
Grazie. Credo che questo sia un disco che puoi fare a trent’anni suonati, ma in Italia è difficile. Spesso i discografici non hanno una visione artistica, non gli interessa la persona, gli interessa un discorso su quello che va di moda al momento. Non gli interessa un musicista che può fare venti album...

Al di là di questo, però, penso che i migliori percorsi dell’arte contemporanea passino necessariamente per il DIY e non per la grande produzione. Pensa a “Me and You And Everyone We Know”, quell piccolo-grande film capolavoro firmato Miranda July.
Hai ragionissima. Lei è bravissima, mamma mia.

Che farai ora?
Promozione, tour. Stiamo cercando di far uscire il 2° singolo “September”: ho già l’idea per il video. Ora suoneremo molto dal vivo. L’idea base del disco era di fare un disco che avesse certe sonorità ma che fosse tutto suonato. Tante cose del synth le ha fatte l’oboe, il sax, la chitarra acustica... e ne sono contentissimo. Il mio sogno è che mi dia la possibilità di fare altri dischi... speriamo!

Ultima curiosità. Sempre in “Walkout Of This Club With Me” riecheggia “Tainted Love” dei Soft Cell. Citazione o mezzo plagio?
E’ il primo pezzo che abbiamo inciso per l’album, il brano più cinematografico. E’ un pezzo chiave perchè spacca in due il disco. Sembra elettronico, ma è tutto suonato, come d’altronde tutte le canzoni. Ci siamo detti: volevamo citare delle atmosfere e quel giro di basso in fondo è northern soul, il giro di basso storico di quei vecchi brani. Paolo ha deciso di inserirlo per impreziosire una canzone che già esisteva di suo. E così ci siamo detti: seguiamola questa cosa. Si può citare avendo storie da raccontare. Credo che un conto sia campionare il sonetto, un altro citare... perchè no? E poi uno dei miei sogni è fare un duetto con Marc Almond. I Soft Cell sono molto più rock di tanti altri gruppi.

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