Franklin Delano - telefonica, 10-03-2007 Intervista

05/06/2007 di

(Paolo Iocca e Marcella Riccardi - Foto di Stephanie Johnstone)

Tornare a casa, scegliere un luogo, decidere dove mettere radici. I Franklin Delano sono italiani ma appena possono se vanno in America, è quella la loro patria ideale, è li che si sentono a casa. Una lunga è appassionata intervista con Paolo Iocca dove ci racconta del recente tour americano, delle registrazioni di "Come Home" negli studi di Chicago e dell'amore per un paese tanto affascinante quanto contraddittorio.



“Come Home”. Tornare a casa. Oppure è da prendere come un imperativo, un ordine?
Un ordine paradossale, quasi un koan senza soluzione, perché non c’è una casa a cui tornare. Non ci sono radici, se non quelle che ognuno decide di “mettere”, ovunque voglia e nel modo in cui lo desidera, tutte le volte che lo desidera. Questa volta abbiamo scelto di confrontarci con la tradizione che ispira la nostra musica più da vicino. La prossima volta chissà…

Facendo una rapida e semplice analisi dei testi del disco, non si può non notare che i campi semantici di riferimento ruotano attorno al tema del viaggio: macchine, treni, motel, ritorni, partenze, case. La maggior parte delle canzoni, dunque, viene dal vostro tour negli Stati Uniti?
Sì. I brani sono stati composti di getto al ritorno dal nostro primo tour americano, durante il quale presentavamo “Like A Smoking Gun In Front Of Me”, uscito negli States per File 13. Alcuni brani, e soprattutto i testi, sono stati abbozzati già on the road, e poi ripresi e sistemati più tardi. Abbiamo tentato di conservare un certo tipo di “freschezza” compositiva, senza lasciar sedimentare troppo le cose, proprio come era avvenuto per il precedente album.

Com’è suonare negli States? Quant’è diverso suonare in un locale italiano, anche in termini di accoglienza?
Suonare negli States è “estremo”. Talvolta può darti delle grandissime soddisfazioni, così come può frustrarti all’ennesima potenza. L’accoglienza è stata spesso molto calorosa, e gli americani sono molto più abituati ad ascoltare i concerti attentamente. I dj set negli States non esistono, per fortuna. L’altra differenza fondamentale con l’Italia è che non ci sono, se non in rari casi, gli interminabili sound checks. C’è quasi sempre da condividere il palco con un altro paio di band, e ci sono 5 minuti per montare le proprie cose e fare un rapido line check. Altri 5 minuti per tirare giù dal palco il tutto, mentre l’artista successivo è già su a montare il proprio backline.

E’ inevitabile che “Come Home” sia un disco da viaggio nel vero senso della parola. Il vostro, di viaggio, è stato un “tornare a casa”? Quanto dovete alla musica d’oltreoceano?
Inutile dire che questo disco deve molto alla musica Americana. L’abbiamo voluto e pensato come un nostro umile tributo all’alt country, ma anche alla tradizione rock. Abbiamo sentito la necessità di un confronto serio con le radici a cui abbiamo sempre attinto, senza farci troppi problemi.

E sull’amore per questo paese non ci sono dubbi… poi, però, nel disco trova posto anche una certa ironia sui fast food e sulle povere mucche che presto finiranno in un piatto con qualche patata fritta intorno. Tanto per fare un esempio. Dove finisce il fascino americano e dove iniziano le contraddizioni?
Le contraddizioni sono dappertutto, totalmente inserite nello scenario, pur affascinante e sempre mobile, di un tour. E’ incredibile come gli U.S. siano diventati il paese delle contraddizioni. Il sogno americano non esiste più, la povertà è dappertutto, e ci sono terribili mostri di cemento e luci al neon che si ergono proprio lì dove la natura ha creato panorami mozzafiato. Non c’è nulla da fare, gli Stati Uniti sono la terra che rappresentava il sogno e da cui è iniziata la decadenza dell’Occidente. Tutto questo allo stesso tempo fa rabbia, ma è in un certo senso (e ovviamente) anche affascinante, in senso lato. Le gas stations e i motel non sono altro che il simbolo della contraddizione americana: vitto e alloggio omologati per tutti. Se astrai dalla coscienza il sapere dove ti trovi, ogni gas station o motel sono incredibilmente uguali tra loro – rassicuranti ed inquietanti allo stesso tempo. E sono davvero uguali a quelli che si vedono nei film o nelle serie televisive; le stesse che, quando torni in Italia, guardi con occhio profondamente diverso.

Chi è Giuseppe Scalise, il personaggio citato nella penultima traccia dell’album?
Giuseppe Scalise è il proprietario dello stabile dove risiedono i Clava Studios, nel quartiere italiano di Chicago. Un vecchietto che parla ancora correntemente l’italiano, con accento siciliano. Non ci pareva vero averlo incontrato fuori dallo studio e parlare italiano con lui. Il resto dello stabile era affittato a studenti di un vicino college. Fantasticavo di pagargli anch’io l’affitto. Abbiamo incontrato altri vecchietti italiani a Philadelphia, è davvero bellissimo quando succede, ed è un momento di rara intensità. Gli italiani all’estero seguono molto le vicende politiche del nostro paese, e hanno le idee molto più chiare di noi. Forse tutti noi dovremmo per un periodo andare a vivere all’estero…

Com’è stato tornare a collaborare con Brian Deck (già produttore del precedente "Like A Smoking Gun In Front Of Me", NdR) ? In che modo la sua produzione ha influito sulle sonorità del disco?
E’ stato come tornare a casa! Brian ha un atteggiamento stupendo. È divertente lavorare con lui, il suo senso dell’umorismo è coinvolgente. Ha anche un perfetto senso del ritmo nel lavoro: sa esattamente quando fare o far fare pausa, e quando chiudere la giornata lavorativa.

E girare un video con Jeremy Johnstone?
J.J. è una persona squisita e piena di entusiasmo. Si è preoccupato poco del budget, nonostante lavori per marchi famosi e sia sempre superimpegnato. Abbiamo imparato da lui a fare le cose senza concentrarci troppo sull’apparenza e sul look, ma pensando solo all’idea di fondo. J.J. quando ha un’idea la insegue come un pitbull con il sangue agli occhi. Abbiamo avuto molta sfortuna durante le riprese, perché continuava a piovere e sembrava proprio che Dio volesse impedirci di portare a termine questo progetto. Poi, proprio quando avevamo deciso di lasciar perdere e di ripiegare su qualcos’altro, ha smesso di piovere e abbiamo deciso di far tutto.

Eccoci arrivati a Dio. In due pezzi ci sono riferimenti a “God” e a “Jesus”. Fa parte delle radici musicali di certe culture radicate anch’esse negli States o c’è qualcosa di più profondo, a livello spirituale? O magari è qualcosa di ironico…
E’ inevitabile, se parli dell’America on the road, che il discorso cada sul senso di religione – anch’esso paradossale – degli americani. Alla radio, specie in alcune zone del sud, ci sono predicatori che parlano in modo folle. La gente ci crede, è pazzesco. Non ho mai visto tanta follia negli occhi dei credenti come lì negli States. La gente potrebbe commettere qualsiasi cosa per Gesù o Dio. I riferimenti nei testi sono certo ironici, ma vogliono essere comunque sinceri: non affermo niente di nuovo, ma qualcosa che credo possa – a certi livelli – essere condivisibile da tutti, compresi i credenti freaks del sud degli States o, anche se pervasi da un certo senso della religiosità, dagli atei-agnostici…

Scusate, ma il paragone con Sufjan Stevens mi viene decisamente spontaneo. Sarà che c’è pure l’Illinois di mezzo... e anche qualche suono che me lo ricorda. Sbaglio?
Non so. Non mi è mai capitato di ascoltarlo. Non siamo consapevoli di somiglianze con Sufjan ma immaginiamo che la sua produzione sia nello stesso calderone in cui possiamo infilare anche la nostra.

Scriverete mai un pezzo in italiano?
Perché no? Però la nostra lingua madre (se così scherzosamente la possiamo definire) non sarà mai l’italiano. Stiamo pensando di sperimentare con lingue differenti dall’inglese, questo sì.

Vittoria ha abbandonato il progetto… ora quanti siete nell’attuale tour? Com’è andata, invece, con lei?
Con lei è andata benissimo, nonostante la fatica e, quindi, il nervosismo comprensibile che si è accumulato alla fine del tour americano. Abbiamo tutti sentito l’esigenza di staccare per un po’. Ora però Vittoria è tornata al suo posto dietro i tamburi, e siamo più carichi che mai. Al momento siamo in 5, con Marcello Petruzzi al basso e voce, e Nicola Manzan (aka Bologna Violenta) al violino ed elettronica. A sentire chi viene ai nostri live, siamo in forma smagliante.

In cantiere c’è un altro tour americano o per ora avete deciso di allontanarvi un po’ da “casa”?
Ci stiamo lavorando. Per un periodo abbiamo voluto prendere le distanze dall’America. Ora, inevitabilmente, ci è tornata la voglia di tornare lì. Un po’ come quando si sta lontani da casa per troppo tempo forse?

Un’ultima curiosità, che voglio togliermi da tempo: davvero si legge Franklin Dèlano?
In realtà sì, ma non penso sia una cosa vincolante. Ogni tanto anche negli States lo pronunciavano con accento differente. Io personalmente lo metto sempre sulla e, ma ognuno fa bene a fare come gli pare.

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