Marta sui Tubi - Telefonica, 10-09-2008 Intervista

18/09/2008 di

(I Marta Sui Tubi - Foto di Alice Pedroletti)

Esce il 3 ottobre "Sushi e Coca", il terzo album dei Marta Sui Tubi. Come era già stato per il Dvd "Nudi e Crudi" anche questo lavoro è autoprodotto e targato Tamburi Usati. Giovanni Gulino - voce della band, nato a Marsala ma trasferitosi da poco a Milano - ci racconta quanto ama e quanto odia la sua nuova città, ci parla di bigottismi e di religione, e di una scena musicale italiana a suo avviso inesistente. L'intervista di Ester Apa.



Sono passati tre anni da "C'è gente che deve dormire". In questo periodo avete continuato senza sosta l'attività live. Ad ottobre tornate con un nuovo disco, dove avete trovato il tempo per registrarlo?

In tre anni il tempo per fare quello che ti piace di più al mondo lo trovi. In realtà la composizione dei pezzi era già stata ultimata alla fine del 2007, poi abbiamo registrato tutto l'album a febbraio alle Officine Meccaniche, per cui alla fine il disco era già pronto da sei mesi. Solo che non volevamo farlo accavallare con l'uscita del Dvd "Nudi e Crudi", per questo abbiamo deciso di posticiparlo ad ottobre. Abbiamo lavorato con molta tranquillità, verificando i tempi, senza fretta.

Queste dodici tracce hanno un'urgenza comunicativa e una cattiveria decisamente più spiccata rispetto ai due album precedenti. Volevate che il disco suonasse così carnale?

Abbiamo ottenuto il suono che volevamo da tempo. Artisticamente non c'è stato nessun cambio di direzione: abbiamo provato semplicemente a trasferire l'energia che trasmettiamo nei live su disco, cosa che negli album precedenti era un pò mancata. Il primo lavoro era un esperimento che avevamo fatto io e Carmelo interamente in studio, senza batteria e suonando tutto da noi; il secondo è un disco acustico e intimo, questo qui è quello che siamo quando saliamo sul palco.

Il titolo rimanda ad uno dei brani più crudi di questo lavoro: "Milano Sushi e Coca". Il ritratto che fate di questa città è spietato. Viverci è così difficile?

Questo è soprattutto il mio modo di vedere Milano, perché in realtà sono l'unico dei tre ad abitarci. E' un posto magnifico per certi versi, ma per altri crudele. E' la città più europea che abbiamo in Italia, è cosmopolita, multiculturale. Qui si respira poco l'aria del Belpaese ma c'è anche un fascino un pò sinistro fatto di fantomatici ambienti esclusivi, di una vita votata all'apparire più che all'essere. Ho cercato semplicemente di buttar giù delle frasi molto forti, di cogliere delle sfumature. Personalmente l'adoro, ho scelto di vivere qui e non me ne sono pentito, la considero come la mia seconda città natale ed è per questo che sentendola mia ho pensato di poter scrivere quello che penso di questo luogo. In generale posso dire che Milano non finisce mai di stupirti, nel bene e ben male.

Molti dei brani di questo disco sono costruiti come delle piccole suite musicali che rimandano all'istrionismo che avete sul palco…
Si assolutamente. I ritmi sono più veloci, i tempi quasi tutti dispari: ci sono delle cose particolari dal punto di vista della ricerca artistica. Solitamente quando provavamo a mettere queste cose su disco suonavano in modo diverso rispetto al live, in cui si sentiva di più l'impatto, l'energia, la libertà. Abbiamo deciso così di voler catturare quella sensazione, suonando in studio tutto dal vivo, tranne le voci che sono state registrate in un secondo momento. La botta, la potenza che senti è figlia di questo modo di lavorare, che è stato diverso rispetto agli altri dischi.

La collaborazione con Paolo Pischedda (l'attuale tastierista, NdR) ha cambiato qualcosa in fase compositiva? Dobbiamo aspettarci la sua entrata in pianta stabile nel gruppo?

Siamo una creatura che cresce, va in divenire, per cui quello che succederà non lo sappiamo neanche noi. Adesso collaboriamo con lui perché è un musicista molto dotato, di una grandissima sensibilità e il modo che ha di suonare si mescola perfettamente al nostro. Con il suo aiuto abbiamo potuto sperimentare soluzioni che ci hanno aperto diverse strade. Soprattutto l'uso del pianoforte, ci ha dato la possibilità di coprire alcune frequenze di basso, che fino a poco tempo fa faceva Carmelo con la chitarra. Ha dato un grosso contributo in fase di arrangiamento, perché i pezzi in realtà erano già stati scritti prima del suo arrivo. Cerchiamo sempre di non ripeterci. Il fatto di far entrare qualcun'altro all'interno del gruppo è un modo che utilizziamo per non riproporre lo stesso modo di suonare. Direi che le distorsioni col pianoforte suonate in questo modo e dunque non in maniera invasiva ma sottolineando delle sfumature della nostra musica hanno dato un ottimo risultato.

Le guerre che si combattono più spesso per i Marta Sui Tubi sono fatte di armi "che inventi tu". L'invito a scrollarsi di dosso le paure è il leitmotiv de "L'unica cosa" che invita costantemente al risveglio…
La canzone è imperniata su quest'esortazione. E' un modo per invitare tutti quanti a prendere coscienza del fatto che molto spesso le cose che ci capitano sono figlie di una credenza negativa interiore. Ognuno di noi attraverso le proprie esperienze elabora una coscienza di sé che a volte viene veramente macchiata da esperienze negative che ti bloccano non permettendoti di provare cose nuove. C'è gente che pensa anche all'amore in questo senso. Credo che sia importante espandere i propri limiti e sperimentarsi in tutte le situazioni che la vita ti offre. Non bisogna mai smettere di scoprirsi e un modo per farlo è quello di uscire dalle righe di come si è abituati a vedere sé stessi.

In "Cinestetica" la lingua sceglie di non dire niente e ricercare solo il gusto del sapore sensuale. Alla fine del pezzo urlate "Puoi toccarmi finchè vuoi". Perché la gente oggi ha così tanto timore di sfiorarsi?

La società ci spinge a non abbracciarci. Il contatto fisico è visto come la conferma dell'empatia e spesso la vicinanza è una forma d'apertura non semplice. Da noi in Sicilia appena conosci una persona accompagni alla stretta di mano il bacio sulla guancia. Più a Nord vai meno trovi questo modo di fare. La comunicazione con il corpo è però essenziale. Soltanto quando tutti i nostri sensi vengono sollecitati, riesci a farti veramente un'idea di chi hai di fronte. Io personalmente sono molto olfattivo: se non sento l'odore di una persona non mi sembra di conoscerla. Altre persone sono più visive e poi ci sono i cinestetici, che sono quelli che ricercano un contatto forte, epidermico, carnale per capire chi hanno davanti.

Da dove viene fuori l'intro di "Non lo sanno". Di chi sono le voci bianche del brano?

E' una citazione di una canzone dello Zecchino D'Oro di trent'anni fa. L'ho ripescata perché mia sorella amava suonarla al pianoforte da ragazzina e perché si sposava bene con l'aria del pezzo. Le voci che senti sono de I mitici angioletti, un collettivo di ragazzine che vanno dagli undici ai quattordici anni, particolarmente dotate vocalmente. Ci piaceva l'idea di fare un duetto con delle voci bianche.

Dedicare un brano al peccato originale come meccanismo di controllo alla base di alcuni credo religiosi ("Dio non sa"), è un retaggio culturale dell'infanzia siciliana o una chiave di lettura con cui guardare all'Italia di oggi?

L'altro giorno facevo una considerazione. Guardavo dei film anni 70, dei B-Movie, e pensavo che il costume nell'Italia di quei tempi era meno bigotto. Il nudo era visto in chiave ironica, non additato come qualcosa di blasfemo. Oggi c'è una forma di bigottismo inquietante. Pensavo che ci fossimo affrancati da questo potere morale della Chiesa di Roma e invece in qualche modo dopo l'esplosione del "pericolo" musulmano, sono tornati ad influenzare i nostri costumi culturali. Per quanto riguarda gli argomenti del testo devo dire che il senso di colpa è una cosa che ti porti dietro, soprattutto se nasci in una famiglia credente. Io non sono cattolico, credo in una forma di divinità, ma penso anche che non gliene freghi molto di noi. E' un pezzo provocatorio. Come a dire Dio: cosa stai facendo? Perché non ti interessi a noi?

Perchè "La spesa" può parlarci della miseria del quotidiano?

Il momento in cui vai a comprare le cose che ti servono per vivere è una metafora dell'atteggiamento che hai nella vita. Puoi conoscere le persone da quello che comprano e poi i processi di decisione che la gente ha scegliendo i prodotti mi affascina. E' un microcosmo formidabile. Il tripudio della morte: surgelata, zuccherata, sottovuoto. Ci sono tutti gli animali squartati, manca solo l'uomo che però paradossalmente si annulla in tutte queste scatolette colorate.

Come "Nudi e Crudi" anche "Sushi e Coca" porterà la firma dell'autoproduzione?

Si decisamente. Oggi le case discografiche non hanno grandi potenzialità di investimento. Quello che ti possono mettere a disposizione (ufficio stampa, pubblicità) possiamo permettercelo da soli. Abbiamo preferito semplicemente gestire tutto da noi. Questo ci procura molto più lavoro dal punto di vista organizzativo ma è soddisfacente. Non ci andava più di mediare con qualcuno le nostre scelte professionali e artistiche. Anche il Dvd non era proprio una scelta commerciale. Abbiamo voglia di sperimentare: pensa che adesso usciremo contemporaneamente con due video.

Riuscite oggi a vivere di musica?

Fino a qualche tempo fa io lavoravo in un altro settore. Adesso ho fatto una scelta importante, che è quella di sbarcare il lunario solo con la musica e lo stesso ha fatto Paolini (Ivan, il batterista della band, NdR). Stiamo provando a dedicarci esclusivamente a questo. C'è da dire però che per un gruppo delle nostre dimensioni oggi non è semplice. Ci riusciamo soprattutto grazie ai concerti.

Che stato di salute pensate che abbia al momento la scena musicale italiana?

La qualità degli artisti che vedo in giro non è eccelsa. Ci sono dei buoni gruppi che però fanno veramente difficoltà a trovare una via originale. Il 90% delle cose che sento è sempre riconducibile a qualcos'altro. La via italiana alla musica non è semplice, dovrebbe essere qualcosa di più elaborato, personale che si avvicini alla tradizione di quei grandi artisti che in passato in Italia si rifacevano alla poesia. Tranne qualche isola felice, avrei voglia di sentire qualcosa che mi stupisca davvero. Non sento in giro tutta questa grande scena musicale, non credo ce ne sia una vera in Italia.

C'è qualcosa della tradizione siciliana che resiste in questo album?

In realtà non credo sia mai entrato nulla di strettamente siculo nelle nostre composizioni. Non si ricavano suggestioni esotiche, meridionali. E' solo un modo che abbiamo di esprimerci. Traduciamo in musica le nostre sensazioni, una cruenza, un'animosità che si può condurre all'indole meridionale ma non a dei punti cardine di sicilianità.

E' vero che presto tu e Pipitone esordirete sul grande schermo?

Abbiamo fatto una cosa per divertirci. Ci hanno invitato a fare una piccola parte in una fiction che andrà in onda fra non molto: "L'ispettore Coliandro" dei Manetti Bros. Facciamo due sicari per la malavita. Moriamo dopo tre secondi, io ho davvero quattro o cinque battute, però è stata una bella esperienza.

Vi riposerete un po' prima di portare in giro il nuovo album?

In realtà non ci fermiamo dal 2002 se non per piccoli periodi. Io non credo alle strategie del non fare troppi concerti, perché la gente poi si stufa e nemmeno alle isole promozionali legate solo all'uscita di un nuovo album. Bisogna suonare il più possibile e dappertutto. E' straordinario raggiungere le persone che ti ascoltano. Dalle Alpi alla Sicilia è sempre bellissimo.

Commenti (11)

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  • tif 02/10/2008 ore 07:46 @tif

    Io ti amo!

  • drew 03/10/2008 ore 11:05 @drew

    sicuramente una tra le migliori band della scena italiana!
    e la sperimentazione e l'autoproduzione aiuta!
    bravi boys!:)

  • francesco lotta 04/10/2008 ore 20:37 @francccp

    davvero una bella realta', sempre su questa via.

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