Ten Thousand Bees - telefonica, 10-11-2006 Intervista

12/12/2006 di

(I Ten Thousand Bees e le api)

Quando chiamo Andrea Poddighe (voce e chitarra) sono già le nove di sera. Ha appena finito di mangiare, chiedo se lo disturbo. Qui non è come nelle interviste programmate dalla casa discografica: per i Ten Thousand Bees - età media 23 anni, anche se Andrea ne ha qualcuno in più - è la prima volta in assoluto. Nessuno prima d'ora aveva mai voluto approfondire le delicate malinconie che contraddistinguono "Polar Days", il loro disco d'esordio uscito per Knifeville, l'etichetta che produce solo gruppi di Maniago (PO). E nessuno era mai andato a capire che cosa stesse dietro quella manciata di belle canzoni psycho-folky rinchiuse in un gioiello di digipack. Ma Rockit ha un cuore che si sgretola facilmente. E adora le cose di provincia fatte con cura. Quella cura che Andrea, "montanaro", nasconde dietro una timidezza dolcissima.



Diecimila api e in copertina ci sono dei fiori. Da dove sbucano i Ten Thousand Bees?
Ci siamo formati nel 2004 ma veniamo tutti da precedenti esperienze in gruppi maniaghesi. A noi tre maschi si è aggiunta una ragazza alla prima esperienza, Cristiana, che aveva suonato solo un po' di metal da adolescente. Ci siamo esibiti un po' in zona con svariati cambi di nome e alla fine una invasione di api in sale prove ci ha dato battesimo.

Un'invasione di api?
(Ride, NdR) La nostra sala prove - che poi è la sala di mia nonna - è dove hanno provato tutti i gruppi maniaghesi. Mio zipo fa l'apicoltore. Un giorno ha lasciato le armie aperte; eravamo usciti a fumare la classica sigaretta fra un pezzo e l'altro, e rientrando ci siamo ritrovati migliaia di api addosso. Per risolvere il problema siamo stati anche un po' incoscienti, abbiamo addirittura acceso un falò per far fumo e molte ci si sono suicidate dentro.

"Polar Days" è un nome che dichiara amore verso le sonorità indie-pop nord-europee. Ci stiamo sbagliando?
Il riferimento nordico come omaggio al genere non c'è. Se intendi il freddo che patiamo qui d'inverno, si. Le take sono state fatte nel periodo più freddo dell'anno, inizio dicembre. In più ha un significato... (Pausa, poi ride, NdR)... Quando abbiamo scritto quei pezzi il nome del gurppo era Polar. E' molto meno poetico di come sembra!

Atmosfere indietroniche. Tocchi glitch. Atmosfere folk. Matrice pop. Tutto molto umano e molto delicato. Quali sono gli ascolti che più vi hanno caratterizzato?
Ognuno di noi ha ascolti differenti. Penso che l'unione dei gusti e delle personalità abbia creato questa amalgama. E' una domanda difficile: io ho un po' più di esperienza degli altri, ma le più grosse influenze che abbiamo avuto penso siano riconducibili a musica del passato, specialmente anni '60-'70, dai gruppi tedeschi fino alla psichedelia. Beatles, Love, Can. Ma abbiamo ascoltato anche tanto punk-hardcore. E da buoni ragazzi di profonda provincia anche tanto metal.

Cazzo, sono anche io un ragazzo di provincia. Ma io lo odiavo, il metal.
Facevi bene. Ma dipende da dove vieni... qui ci sono le sacche di resistenza!

Penso che voi sintetizziate in maniera elegante tanti di quei sentimenti d'amore e di malinconia che sono propri a tanti di noi. Vi sentite un gruppo adolescenziale? Non è un insulto.
Penso che come fase non l'abbiamo mai superata. Anche io che sono il più anziano.

Ogni adolescenza coincide con la guerra?
Ho vissuto un adolescenza molto tranquilla. Fino a 19 anni sono rimasto in città dove problemi adolescenziali ci sono, ma non gravi. Forse nella mia visione dell'adolescenza c'è una sorta di visione nostalgica: la perdita di innocenza.

Cos'è rimasto di Pasolini nel Friuli da cui venite? C'è qualcosa di lui in voi?
Questa domanda dovresti farla a Cristiana, è lei la sua "fan". Ti dico: tante cose che sono state scritte da Pasolini nel periodo friulano descrivono perfettamente una certa realtà della zona. Per esempio sul rapporto Pordenone-Provincia: c'è un passaggio - non ricordo dove - in cui lui sale sul treno e vede la gente delle campagne - i friulani veri - con i "veneti" di Pordenone. Descrive molto bene come siamo.

Ritenete che il vostro essere così delicati e melodici, mai esagerati e mai sopra le righe, c'entri con la città da cui provenite?
Sicuramente si. Un po' probabilmente dipende... Rischio di dire grosse stronzate, scusami, è la mia prima intervista... Insomma, è un po' una caratteristica del friulano, ma non saprei farti un'analisi socio-musicale. Dalle nostre parti - specialmente dai pordenonesi - siamo considerati un po' montanari. Infatti c'è sempre stata una grossa differenza con la musica che si ascolta a Pordenone: là il Great Complotto, qui Doors e Devo.

Il filo che vi lega alla vostra città (Maniago, città dei coltelli) è quello di una lama di un coltello (Knifeville, la vostra etichetta). Pensate che un giorno questa lama possa rivoltarvisi contro? Che Maniago possa starvi stretta?
Domanda difficile ma bellissima. Dal punto di vista dell'etichetta, il problema maggiore è che deve pubblicare dischi solo di Maniago e dunque non ce ne sono tanti. Ma fin' ora noi siamo contentissimi e grati a Knifeville di averci pubblicato il disco.

Come può Maniago - 10 000 abitanti- sfornare tanti gruppi così buoni?
In realtà si tratta di un gruppo di 15 persone con le stesse passioni. Se uno aveva un disco lo girava agli altri su cassetta. Non so se c'è stato un opinion leader... Sicuramente la presenza di altri contatti con Pordenone, tipo Enrico Molteni che già suonava coi Tre Allegri Ragazzi Morti (Enrico è fra i fondatori della Knifeville, NdR), è indicativa.

"Sette" è un numero a cui ciascuno di noi potrebbe dare un significato. Senza tirare in ballo i peccati capitali, qual è il senso che i TTB danno a questa canzone strumentale?
E' il titolo di prova... All'inizio ne avevo messo uno lunghissimo, come i gruppi post rock anni novanta che davano l'imprinting al pezzo con il titolo. Prima di andare in stampa ho poi visto che faceva cagare e ho lasciato l'altro, fornito dal batterista. Tra l'altro il brano è nato proprio da un suo groove, poi abbiamo tolto il groove e abbiamo solo il vibrafono.

In "June" tirate fuori la parte meno pop di quel che siete. In che direzione orienterete il vostro futuro dopo questi episodi così curati?
Non sappiamo assolutamente. Nessuna direzione predefinita. Una cosa che abbiamo sempre fatto e che ci ha sempre caratterizzato è quella di trovarci in sala prove della nonna e cominciare a suonare quallo che ci viene più spontaneo. Una cosa che mi ha dato sempre fastidio è invece tentare di assomigliare a qualcuno e fare qualcosa di predefinito. Lo trovo poco buono per la scena italiana, soprattutto anglofona, che risulta parecchio derivativa. Sono contento se nella mia musica riesco a trovare meno punti di riferimento possibile. Ti posso dire che abbiamo due metodi di scrittura che si riflettono sulla struttura dei brani: quando suoniamo in sala prove vengono fuori pezzi più rock; quando provo io da casa viene fuori il lato più folk.

"Water Circles" rimanda per assonanza - perlomeno testuale - a una canzone di Paolo Benvengù. Date la stessa importanza ai testi?
I testi non hanno avuto importanza fino a pochissimo prima delle session di registrazione. Prima eravamo un gruppo praticamente strumentale. Poi abbiamo deciso di inserirli e ho visto, con mio sommo stupore, che sono stati apprezzati. Io, come anche Cristiana, non mi sono mai considerato un cantante, ma un chitarrista, però il fatto che siano arrivati degli apprezzamenti mi ha convinto che siamo sulla strada giusta. Ci sarebbe da fare poi un discorso sull'inglese. L'abbiamo scelto per vari motivi: gli ascolti, la musicalità e la metrica. Purtroppo ci ha precluso di poterci esprimere al 100% come sfumature, anche perchè chi non è madrelingua non può. Però era giusto così. I testi sono molto importanti, come lo è la musicalità. Tento di bilanciare le due cose.

Ultima domanda. Vedo qualcosa che succede nell'indiepop. Qualcosa di bello. Tanta roba buona. Vi sentite parte di qualcosa? Con quali gruppi vi sentite più affini in Italia?
Essendo ai confini dell'impero non abbiamo mai avuto grossi rapporti con i gruppi della scena italiana. Ci sono dei gruppi che conosciamo da tempo, per motivi geografici, come quelli della Riotmaker di udine. Altri ne abbiamo conosciuti ultimamente suonando in giro. Vedo che la qualità media si sta alzando, ci sono sempre più possibilità. Ma non vorrei che fosse una mia visione di uno che vive solo ora le cose di prima persona. Io però non mi sento parte di una scena perchè viviamo ancora un po' da outsider.

Perfetto.
Un unico appunto.

Prego.
Volevo dire che noi non facciamo niente di elettronico. Nel disco è assolutamente tutto suonato. Mi sono chiesto anche io cosa abbia tratto in inganno i giornalisti... forse il vibrafono suonato con l'archetto.

Ascolta il Promo Digitale di "Polar Days"

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