il Pan del Diavolo - Telefonica, 11-04-2009 Intervista

Cecilia Ibañez - il Pan del DiavoloCecilia Ibañez - il Pan del Diavolo
14/04/2009 di

Dei Il Pan del Diavolo sappiamo pochissimo: in due, palermitani, una predilezione per i suoni acustici ma un'irruenza da band punk. Buscaglione e Gaetano come padri putativi ma anche Tenco e tutta la canzone italiana degli anni 60. A questo aggiungete un esordio a dir poco fulminate: un ep di quattro pezzi che arrivano diretti, potentissimi, e con testi caustici. Nell'attesa di ascoltare un vero album - attualmente in lavorazione - abbiamo tentato un primo approccio: Ester Apa li ha intervistati e in più abbiamo chiesto a Pietro Alessandro Alosi di dirci quali dischi italiani gli hanno cambiato la vita.

La prima immagine che viene in mente ascoltando Il Pan del Diavolo sono i fotogrammi di "Amici Miei" di Mario Monicelli. La "Supercazzola con scappellamento a destra" di Tognazzi e Del Prete, ha più di un'analogia con la scrittura del duo palermitano: entrambe nascondono infatti dietro la goliardia, un umorismo nero che sbeffeggia e ridicolizza i luoghi comuni, bandisce la retorica quotidiana e il lieto fine delle relazioni amorose che afferrano spesso il veleno molto più che l'idillio. Raggiungo Pietro Alessandro Alosi (voce, chitarra e grancassa) telefonicamente mentre insieme a Gianluca Testani (chitarra) è in viaggio verso Siracusa, dove stasera Il Pan del Diavolo terrà "uno di quei concerti che ti possono rimettere al mondo". Nonostante Pietro veda nel mio riferimento cinematografico un accostamento puramente casuale, non pensato (e promette di rivedere al più presto il film citato), io continuo a credere che parole come "Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché, divento subito vegetariano" pronunciate da Perozzi nella pellicola del 1975, sono veri e propri padri putativi di un ritornello come quello di "Coltiverò l'ortica" ("Coltiverò l'ortica, il caffè avvelenato, non faccio mai all'amore, guardo poco dentro agli occhi, molti studiano a Bologna ma non tratto cose serie, ballo allo specchio l'hully gully e poi mi salta il cuore in gola"). Dei Pan del Diavolo che nascono ufficiosamente nel 2004 come trio di musica beat anni 60, utilizzando due chitarre elettriche e una batteria, non rimane nulla se non il nome. Il gruppo di oggi all'elettricità preferisce infatti le corde acustiche, alla batteria una grancassa che dà il tempo con tanto di sonagli al seguito. Viscerali, stramaledettamente fisici nel suono proposto, il folk'n roll del duo palermitano prima di arrivare nelle mani dell'800A Records, passa per il main stage di Italia Wave Love Festival e per l'incantevole cornice dell'Ypsygrock, che insieme alle decine di live portati in lungo e in largo per il Belpaese e ad un passaparola di quelli capillari, in due anni gli permettono di acquisire grande credibilità e un seguito notevole di estimatori per "un gruppo emergente". Il cantautorato sui generis di questo "Pan del diavolo che scaccia la zecca che hai nell'orecchio, rompe le balle ai vicini, ma all'occasione piace anche ai bambini che possono così gustarlo anche a merenda" (dal brano "Il Pan del Diavolo") è figlio di due personalità musicali italiane ben definite: Fred Buscaglione per l'immaginario e Rino Gaetano per la scrittura testuale. Il primo per quella sua stupenda audacia e per il suo saziarsi di piaceri, il secondo per l'apparente non-sense; due autori questi che come conferma Pietro non solo fanno parte del background musicale della band ma a cui il gruppo guarda consapevolmente, specificando però che "l'analogia con Buscaglione c'è nella caricatura del personaggio, del racconto, nella teatralità musicale, mentre con Gaetano condividiamo non tanto il non-sense quanto quella libertà di scrittura che dà vita all'ironia sottile, al racconto sagace di ciò che ci circonda". Il riso e il pianto, la satira e l'amarezza vivono una commistione perfetta in queste quattro tracce, che sono interamente percorse da una vena dissacratoria inarrestabile sia quando la lente musicale è rivolta ai personaggi che si muovono all'esterno, che quando specchia la loro stessa immagine: "Siamo tutti saltimbanchi, baristi, sindacalisti. Facciamo qualsiasi cosa pur di mantenerci". Dimenticatevi gli orpelli, le voci flebili, il cantato qui è sorretto da una voce che è un vero godimento, mentre due chitarre acustiche e una grancassa imbastiscono una trama folk che si contamina di rock, di accenni bluegrass, suonato però con piglio decisamente punk.

"Diciamo pure che le suggestioni sono quelle del folk americano, anche se vorrei che si sentisse molto del folk nostrano, quel pozzo senza fondo, come diceva Tenco, dal quale tutti possono attingere tutti i suoni possibili, creando cose nuove e originali. Le melodie sono certamente meno figlie della nostra tradizione, ma le intenzioni si spingono verso il suono italiano, il proto-punk di Ghigo Agosti".

Di Palermo, città d'origine in cui sia Pietro che Gianluca vivono, parlano come di "un posto in cui ci sono poche strutture e investimenti inesistenti dal punto di vista musicale. Una città fatta di buona musica, in cui esiste oggi più che mai la volontà di creare qualcosa di duraturo da parte delle band e di alcuni promotori in loco come i ragazzi de I Candelai, ma i conti in rosso delle amministrazioni e il disinteresse dei privati non facilitano di certo le cose". Nessuna voglia di allargare invece la formazione a due, che nonostante stia lavorando già al primo album sulla lunga distanza, "inserendo quando la composizione lo richiede qualche linea di basso e una batteria", non sente la necessità almeno per il momento di allargare la famiglia. Di queste quattro canzoni infine, che hanno l'effetto di una raffica, dolciastre come amori consumati fra i fienili, e "figlie di un grande lavoro e di tanto sudore", ne parlano con meraviglioso imbarazzo, come brani da mangiare nonostante siano avvelenati (come il Pane da cui prendono il nome), che sperano siano presto divorati pur raccontando di uomini che muoiono per piacere, che hanno corpi pieni di rimorsi e strofinano il viso a volte per cancellare il volto.

CINQUE DISCHI (di Pietro Alessandro Alosi)

Fred Buscaglione
Fred Buscaglione
"The original recordings of Fred Buscaglione"
Fremus, 1993

Partiamo da quando avevo 16-17 anni e a casa di un'amica mi capita sottomano con copertina scura e profilo rosso: "The golden age, the original recordings of Fred Buscaglione". Io ascoltavo e suonavo garage rock americano, ero torturato, senza appartenza e senza speranza. Dalla notte in cui ho messo nel lettore quel disco penso di non essere più tornato a casa. Ho preso assolutamente sul serio le parole di Buscaglione e Chiosso, Elgos e Malgoni e poi ancora Buscaglione e Chiosso. "Che notte" era la canzone della mia vita, Porfiorio Villarosa il personaggio che sarei dovuto diventare. Era bizzarro e teatrale.

Adriano Celentano - Furore
Adriano Celentano
"Furore"
Jolly, 1960

Cronologicamente dopo Fred non ho potuto fare altro che inciampare su Andriano Celentano e una versione di "Furore" che credo aver pagato non più di 3 euro. Adriano era vitale, rock'n'roll e per le mie orecchie assolutamente originale. Da questo punto in poi ho cantato solo in italiano, mi sarebbe anche piaciuto mettere su un gruppo che si rifacesse al suo stile, che suonasse americano ma che fosse cantato in italiano. Mi ha spinto a scrivere in italiano, a cercare altra musica italiana dell'epoca, a credere nella musica italiana. Grazie a lui cominciavo ad avere i primi punti di riferimento per il mio lavoro musicale dei prossimi anni.

Rino Gaetano - Ingresso Libero
Rino Gaetano
"Ingresso libero"
It, 1974

Quando ho ascoltato Rino Gaetano ero felice di aver scoperto che in Italia ci fosse stato un urlatore sgraziato ma con una voce calda come la sua. I primi suoi dischi che ascoltai non mi colpirono particolarmente né per gli arrangiamenti né per i suoni scelti in studio. Ma con "Ingresso libero" in mano mi sentivo nello studio di registrazione con lui, insieme alle speranze della sua prima uscita discografica e in compagnia di quelle canzoni per me veramente misteriossime, immagifiche e romantiche. Il Plate analogico utilizzato in questo album è lo stesso che ho scelto in studio per riverberare la mia voce e non sto parlando di un effetto digitale. Mi sono concentrato su questo disco per cominciare a fare musica nel modo in cui avrei voluto realizzarla: senza un vincolo stilistico nei testi e semplice nella forma.

Luigi Tenco - Luigi Tenco
Luigi Tenco
"Luigi Tenco"
Jolly, 1965

Ho passato mesi ad ascoltare attentamente i testi, mi concentravo anche sulle pause del suo cantato. L'ho subito idealizzato come un artista altissimo a cui chiunque nel mondo della musica leggera (come la mia) deve qualcosa. Usando parole semplici riusciva a scolpire un testo dal significato profondo e sincero. Ovviamente una musica così non può che entrare a far parte del bagaglio culturale ed emotivo di una persona, figuriamoci poi di uno pseudo musicista romantico come me. Tenco inoltre aveva una visione molto precisa di come il patrimonio folkloristico italiano fosse un pozzo dal quale i nuovi artisti potessero attingere con risultati originali. Voleva dare linearità al percorso musicale italiano che piano piano spariva sotto i colpi della musica d'importazione. Questo pensiero lo approvo e lo condivido.

Vinicio Capossela - Ovunque Proteggi
Vinicio Capossela
"Ovunque Proteggi"
Warner, 2006

E' un disco realmente epico in cui c'è spazio per il Minotauro e per gli "assassini del colosseo". Secondo me, scritto con estrema fantasia e sforzo compositivo. Ogni parola in quel disco è un mattone di una costruzione molto più grande, artisticamente solida come un tempio, in cui all'esterno vivono i personaggi di fantasia e all'interno ci sono canzoni dal tratto intimo e personale. Un disco che mi fa pensare a chi si impegna tantissimo per la musica e per il pubblico che, grazie al cielo, è riuscito ad accoglierlo. Questo mi rende motivato un po' di più ogni mattina.

Ghigo Agosti
Ghigo Agosti

Dopo questi 5 super classici sono obbligato a specificare che la mia vita musicale non è stata influezata solo da questi dischi. Infatti in ambito italiano l'attitudine live proto punk di Ghigo Agosti mi ha dato tanta linfa vitale quanta quella degli album di cui ho parlato poco fa. La sua grinta era incontenibile. Quando ho visto alcune registrazioni dei suoi concerti sono rimasto a bocca aperta. La sua influenza per me, anche se non si riferisce specificatamente ad un unico album, è forte e viva.

Commenti (2)

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  • supermaxwax 14/04/2009 ore 15:06 @supermaxwax

    boia! complimenti per i 5 dischi...e per il vostro ep!
    non vedo l'ora di venire ad un vostro concerto!

  • supermaxwax 14/04/2009 ore 15:06 @supermaxwax

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