Black Eyed Dog - Telefonica, 12-01-2009 Intervista

18/01/2009 di

(Illustrazioni di Fabrizio Festa)

L'avevamo conosciuto con l'esordio "Love is a dog from hell". Ora è pronta la seconda perla: "Rhaianuledada (Songs to Sissy)", in uscita il 22 gennaio sempre per la Ghost Records. Due chiacchiere al telefono con Black Eyed Dog: il nuovo album, le difficoltà a trovare date dal vivo. Il grunge, l'onestà dei suoni. La "rinascita" a Palermo e ora, un bimbo in arrivo. A ruota libera, "anche a costo di sembrare un romantico del cazzo". Di Sara Scheggia.



Scambio di sms, e finalmente riesco a parlare con Fabio Parrinello, Black Eyed Dog: una conversazione molto piacevole, che parte con una breve spiegazione dei miei spostamenti tra la capitale e l'Emilia. E' che ci suono a Roma, il 28. Te non ci sei?
Fabio sarà al Circolo degli artisti per la serata Sporco Impossibile. Mi hanno affiancato ad altri due gruppi punk rock e ne sono contento. A Roma non ho mai suonato, mi aspetto lanci di pomodori, anche perché non c'entro niente con gli altri. Suonerà insieme a Masoko e Armstrong?, ed è un po' preoccupato. Ma lo rassicuro: al Circolo ormai ogni serata porta tanta gente, a priori, e questo gioca a suo favore. Una visibilità che in questo momento fa al caso suo. Meritatissima, peraltro.

Subito, chiede se mi piace l'album, quali pezzi preferisco. E allora gli chiedo come lo vede lui, questo secondo disco.

Per me è più semplice capire il punto di vista degli altri: se già ne avessi uno mio, sarebbe qualcosa di fin troppo pensato. La stesura è stata più o meno simile a quella del primo, molto spontanea. Mi ritrovo di più in questo disco, nel precedente non mi ci riconoscevo più neanche dopo un mese. In questo ancora adesso c'è qualcosa che mi piace. Sono continuamente insoddisfatto: è una cosa buona, ma anche un po' devastante, perché finisce che non so più se ho qualcosa che ho fatto io o che ha fatto qualcun altro. I riferimenti musicali credo siano sempre chiari, ma io faccio le cose cercando di non pensarci: non sono il tipo che sta lì a lavorarci sopra, credo nel momento. Il momento fa tutto. Rivedere una cosa a posteriori, a scapito di dire una cosa non professionale, non fa parte di me. Sono troppo istintivo, come lo sono nella vita.

Stoppo il registratore per capire se questo relitto funziona. E' che preferisco le cassette. Fabio è d'accordo con me e mi racconta com'è difficile trovare i vinili dei cd che ha, della sua passione di spulciare ai mercatini. Perchè il vinile… beh, è qualcosa di fisico. Poi mi parla dei paesi in cui ha vissuto, di come ha assorbito in giro musica e passioni.

Sono arrivato a Palermo da circa tre anni, è dove sono rinato. Il primo album era quasi… forse è esagerato… un testamento. Perdonami il termine, ma ero davvero senza la minima speranza. Vestivo di nero, ma non nel modo in cui lo faceva Johnny Cash. Vestivo di nero perché erano sempre gli stessi vestiti. Gli stessi con i quali avevo visto per l'ultima volta la persona che amavo. A costo di sembrare un romantico del cazzo, sempre lì a parlare di amore… ma da quando sono tornato a Palermo ho riscoperto i colori, e non è una cosa da poco, soprattutto per lo stato d'animo in cui ero arrivato. Ho riscoperto la luce, la gente. I miei genitori sono di qui vicino: si sono conosciuti all'università a Palermo e a 24 anni sono andati a Varese, in questa "isola felice", per loro. Io sono nato lì.

Di giri poi ne ho fatti tanti: ho imparato a stare meglio con me stesso vivendo situazioni diverse. Per esempio, credo di essere cresciuto a Londra: ci ho vissuto dai 20 ai 25 anni, prima c'è stata l'America, ma ne avevo 18. Il primo viaggio a Seattle, soprattutto, è stato importante: era il '98, e quella scena era ancora piuttosto fervida. Ero in un college, non a caso: la mia passione, che non abbandonerò mai e che mi ha fatto scoprire quel lato di me che mi fa comporre (sottolinea comporre aggiungendo "tra grandissime virgolette", NdA) sono stati i Nirvana, i gruppi Sub Pop degli inizi, come i Green River, cose completamente diverse da quello che faccio adesso. Ma stare lì mi ha fatto immedesimare bene in un tipo di mentalità che va al di là del suono che uno produce o riesce a fare suo. E cerco di farlo ancora adesso, anche se non c'entra niente con la musica con cui sono cresciuto. E' l'attitudine: l'onestà.

Londra: musica, studio.

Sì, ero alla London Music School, una bella esperienza. Ma per come ero fatto, sono riuscito ad attingere dagli insegnamenti fino a un certo punto: è stato più un modo per imparare a relazionarmi con quello che mi sta attorno, scriverne. Imparare ad essere al servizio della città, della giornata. Fare una canzone alla luce del mattino, o al servizio della sbornia notturna quando torni a casa, con la chitarra o al pianoforte. Dare a queste canzoni un inizio o una fine.

Mi incuriosisce il modo in cui si insegna canto nel Regno Unito.

Studiavo proprio composizione vocale. Ma se ti devo dire la verità, ho più studiato gli effetti del whisky sulla voce.
Ridiamo, parliamo della tecnica.

C'è sempre bisogno di conoscere la tecnica per poterne poi fare a meno. Ai tempi facevo esercizi tutti i giorni: adesso quando canto non penso al diaframma, ecco. Lì c'erano cantanti devastanti, bravissimi, che ora insegnano lì o in altre scuole. Però di loro stessi non sanno niente. Si tratta di conoscere le regole, per poterle poi infrangere.
Penso a questa frase, e in tre secondi mi scorrono davanti il vecchio Miles (Davis) e quel rastone di Bobby Mc Ferrin. Il primo non sapeva nemmeno com'era fatta una tromba. Il secondo ha studiato talmente tanto per poi buttare nel cesso libri e dettami. Giudicate voi i risultati.

Poi Sara, alla fine… riassumendo... la differenza la fa quello che hai dentro. Se riesci a tirarlo fuori, bene. Sennò ti limiti ad essere didattico, perfetto. A non sbagliare mai, a sapere come espirare per arrivare a quella nota. Come dicono a Bologna: "da quelle parti si fanno un sacco di pugnette".
Un accento quasi migliore della mia vicina ficcanaso.

Intervalliamo con chiacchiere che, anche se sembrano da ascensore, sono belle lo stesso: sua mamma a Varese che racconta delle temperature polari, il vento e la pioggia a Palermo con la consapevolezza di giocare sempre 13 gradi più su di tutti. Ti cambia la giornata. Poi io sono troppo meteoropatico.

"Rhaianuledada (Songs to Sissy)": che titolo è? Mi sembra un disco di quei vecchi cantautori folk americani, quasi country. Un po' western, insomma. Una sensazione che più sbagliata non poteva essere.

Rhaianuledada è un termine che abbiamo coniato io e la mia compagna, che tra l'altro adesso, a settembre... mi renderà papà (la voce si emoziona, e io pure, NdA). E' meraviglioso. L'abbiamo saputo da poco. Comunque, sai quando c'è tanta gente e tu sei con la persona alla quale vuoi bene… e non sai come dirtelo, "ti amo". Questo è il modo che abbiamo, io e la mia signora, di dirci ti amo. Basta. L'abbiamo inventata su un divano una sera, così.
Io mi sciolgo e sorrido. Pensavo fosse un riferimento geografico… bellissimo.

Lo hanno paragonato a grandi cantautori come Nick Drake, Tom Waits, Will Oldham: lui che ne pensa? Ci si ritrova, gli fa piacere o sono riferimenti scomodi?

Io non invento niente. So bene che faccio cose che sono già state fatte, molto meglio di come le faccio io. Essere accostato a nomi come questi mi fa arrossire: in alcuni casi sono quelli che mi hanno forgiato dall'età dell'adolescenza e hanno lasciato solchi profondi dentro di me, dai quali attingo. Ma non è che arrivo e dico: questo deve suonare come un pezzo di Leonard Cohen o di Dylan. Servono delle coordinate, ma mi dispiace scomodare certi nomi perché non ne sono degno. Io quello che faccio, cerco solo di farlo in modo onesto.

Suonerà tutto da solo nell'album?

Nel primo sì. Ora sono stato affiancato in alcune parti comuni di batteria e di basso da un ragazzo che vive qui in Sicilia, Fabio Genco: ho registrato nel suo studio. Poi al clarinetto c'è il ragazzo che suona con me dal vivo. Nel primo disco facevo tutto io, anche un pezzo con la fisarmonica: l'avevo comprata il giorno stesso, e si sente. Nessun tecnicismo, ma più o meno ero arrivato a fare quello che volevo.

Altri concerti, a parte Roma?

Sì, ma pochissimi. E' una cosa frustrante: è interessante fare album, a livello di studio e di suoni, ma mi interessa suonarli poi dal vivo. Purtroppo si va incontro a degli scogli che ti tolgono la voglia. Avere feedback positivi dai locali è sempre più difficile. In parte li capisco: io non ho una base ritmica, non ho la batteria, coinvolgere pubblico non è semplice e devono pur vivere anche loro... è la realtà ed è triste. Per me è un bisogno fare musica, ma ho quasi 30 anni, un figlio che sta arrivando… onestamente preferisco fare ninne nanne per lui, piuttosto che fare album, che poi vengono recensiti anche bene, e non poterli suonare davanti alla gente. E' una merda, te lo assicuro.

Parliamo di compromessi, di quando ci devi scendere. Perché, come dice Fabio, a volte devi avere la pellaccia, ed io non sono sicurissimo di avercela. Scherziamo. Lo so mia cara, è un mondo difficile. Ha anche talento per le imitazioni.

E in Sicilia che succede?

La scena palermitana è molto fervida, in assoluto uno dei miei "cantautori" preferiti è Fabrizio Cammarata, cantante, chitarrista e compositore dei The Second Grace. C'è un caffè letterario che sta tra casa mia e la sua, e abbiamo preso l'abitudine di vederci lì la mattina, c'è questo pianoforte e facciamo un sacco di cose. C'è grande quantità di talento, di quello puro, che è difficile trovarlo. C'è Herself, poi... ma i Second Grace te li consiglio vivamente se ho un po' capito quello che puoi apprezzare tu. Diventerei troppo di parte, mi fermo.

Non sono mai stati fatti video dei suoi pezzi. Per il nuovo album c'è qualcosa in cantiere?

Del primo no, forse di "Salina's" in questo, ma è solo un progetto per ora. C'è qualche script in giro, sarebbe bello farlo ma non so se ci riusciremo.

Insomma, un'altra conferma targata Ghost Records.

Sono assolutamente contento: Francesco e Giuseppe hanno creduto molto in me, so che posso contare su di loro, e spesso non va così. Prima che essere la Ghost sono amici. Anche qui divento di parte, ma un altro gruppo per cui impazzisco sono i Merci Miss Monroe, meriterebbero molto più dello spazio che hanno. Non solo in Italia: sempre quei discorsi lì, se fossimo in un altro paese…

Ci salutiamo, con gli auguri più sinceri per il futuro, professionale e soprattutto personale. E Fabio quasi si emoziona di nuovo, e anche io. Ché queste son robe che non riesci a spiegarle bene a parole. Però si sente, anche dal registratore che sta andando a puttane e io non sento più niente, voci distorte, la sua sempre più grave, la mia che sembra quella dell'avanzamento veloce, e mi sento una dei Muppets. E mi scuso se manca qualche dettaglio ma non si capiva veramente più nulla. In più le onde del cellulare ci mettono l'ultimo carico.

Ma al digitale non ci passo: i rumori, a volte, aiutano. E come in questo caso trasmettono molto di più.

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