Vanessa Van Basten - Telefonica, 12-01-2009 Intervista

18/01/2009 di

(Foto di Simone Pesce)

Toccare i tasti più profondi della condizione umana. Creare il disco perfetto. Restare orgogliosamente underground. Morgan Bellini, chitarrista e fondatore dei liguri Vanessa Van Basten, traccia le linee guida di un progetto che con "Psygnosis Ep" (due lunghissimi brani strumentali a metà strada tra metal e post rock) è giunto al suo terzo capitolo. E che ancora non sembra aver esaurito la vena creativa. Di Manfredi Lamartina.



Chi sono i Vanessa Van Basten?
I Vanessa Van Basten nascono da me. Ho avuto un percorso abbastanza lungo e mi sono ritrovato con molte idee che mi hanno spinto a creare un progetto nuovo. Avevo un paio di pezzi che avevo registrato da solo e che non facevano parte del repertorio dei miei precedenti progetti. Le persone che avevano sentito le canzoni mi avevano spinto a farle girare tra gli addetti ai lavori. Io non avevo nessuna esperienza con etichette o roba simile. Ho seguito questi consigli e ho cominciato a spedire il demo, che avevo registrato con l'aiuto di un amico, Stefano Parodi, l'attuale bassista. Qualcuno mi ha risposto positivamente e così abbiamo portato avanti questo progetto underground che a poco a poco è diventato un gruppo vero e proprio. Ora però stiamo tornando al vecchio stile, perché ci siamo resi conto che è difficile gestire una band.

Perché è difficile?
Tutti noi abbiamo una trentina d'anni. Abbiamo un lavoro impegnativo e non abbiamo più lo stesso tempo di prima. Calcola che per fare quello che facciamo noi, inteso come genere musicale, hai due strade: o fai una cosa improvvisata in sala prove, cercando di arrangiare più che puoi, oppure ti devi mettere a tavolino a casa e studiare i pezzi. Noi siamo per questa seconda opzione. Abbiamo bisogno di tantissimo tempo. Non siamo molto prolifici. Eppure non abbiamo smesso un secondo di lavorare.

Come conciliare lavoro e musica?
Non si può prescindere da lavorare, ovviamente. È un problema che fa parte della maggior parte dei musicisti. Questo ha anche un lato positivissimo. Se fai una vita di lavoro, che magari non ti piace, torni a casa che hai qualcosa da dire.

Non c'è il rischio che la musica si trasformi in un semplice hobby?
Dal mio punto di vista la musica deve essere un hobby. Nel senso che deve essere disinteressata. Chiaramente chi ha delle capacità particolarmente sviluppate di fare musica merita anche di poter trasformare questo in un lavoro. Però la musica deve essere presa come una passione.

Ma se suonando non si riesce a pagare le bollette, come creare un progetto che possa avere una lunga prospettiva?
Dipende dalle occasioni che ti si propongono. Noi non abbiamo mai disdegnato l'attitudine totalmente underground. Abbiamo ricevuto tante proposte da diverse agenzie di booking e management, che avrebbero potuto garantirci più concerti e più promozione. Ma non ci interessa molto questo aspetto. L'obiettivo mio e di Stefano è sempre stato quello di fare un ottimo disco. È una chimera che stiamo inseguendo da quando abbiamo cominciato. Questo perché il disco lavora da solo. Un album infatti è in grado di parlare a tutti e spalanca le porte. E magari lì decidi di fare il grande salto e fare solo musica.

Come può crescere la musica se i primi a soccombere sono le band che fanno gli album più creativi?
Il punto è che sta cambiando il mercato in sé. A me comunque interessa fare un buon disco e che chiunque voglia sentirlo lo possa comprare.

Parli di avere come obiettivo fare un ottimo disco. Ciò significa che non sei soddisfatto di quello che hai fatto finora? Come deve essere un buon album?
Di recente ho ascoltato tutti i nostri lavori e ho avuto un grande piacere nell'ascoltare i primissimi brani dell'ep. Se oggi ripetessi una cosa simile sarei abbastanza soddisfatto. Un disco secondo me deve essere però più profondo, deve comunicare quelle che sono le cose importanti dell'esistenza. Noi vorremmo rivolgerci a quelle persone che hanno una profondità e una sensibilità non comune. Vorremmo toccare quei tasti della condizione umana come fanno i miei gruppi preferiti, i God Machine, gli Swans. Band che sanno fare solo questo, perché non vogliono divertire o intrattenere.

Come si toccano i tasti della condizione umana con una canzone strumentale?
Si toccano usando certi cliché, come in tutta la musica, d'altronde. Un buon punto di partenza è sicuramente viverle, queste sensazioni. E non è che tutti sono sintonizzati su questa lunghezza d'onda. Al di là del fatto che il disco sia uscito per Eibon, che è un'etichetta di area palesemente gothic, ai nostri concerti sono venute tantissime persone che bazzicano aree dark, gente abituata a cercare questo. Nonostante la nostra musica non possa essere accomunata col gothic.

Ma come si esprimono questi concetti senza avere un testo che le interpreti?
Io penso che la musica stessa sia un testo. Non è un caso che a noi piacciono usare campionamenti di film, cosa che faremo anche in futuro. Il rock secondo me ha questo cliché: è composto da un testo che viene espresso dal cantante, e un sotto testo strumentale che sottolinea i concetti che il cantante sta esprimendo. Non c'è nulla di male nel voler togliere questa parte del testo e dare un altro significato e importanza al sottotesto. L'assenza del testo significa qualcosa. Non considero i Vanessa un gruppo strumentale. Fino a un certo punto, almeno.

Avete mai fatto colonne sonore?
No. Mi piacerebbe farne, se avessi del tempo a disposizione. In effetti però ho già fatto una colonna sonora, da solo. Era per un documentario di una tv locale di Genova, un dvd sulla storia della Liguria. È un suono totalmente Vanessa Van Basten. Manca la batteria, però l'atmosfera è quella. Non oso pensare quelli che l'hanno visto come avranno reagito all'ascolto del pezzo. Quei vecchiacci genovesi che guarderanno il documentario mugugnando perché sentono in sottofondo queste note di sofferenza (ride, NdR).

Come nasce l'ep?
Questo ep nasce durante il periodo successivo alla "Stanza di Swedenborg", quando abbiamo cominciato a suonare in giro con la band. Avevamo quattro o cinque brani composti in due anni. Abbiamo inciso i due che ci piacevano di più. Volevamo pubblicare qualcosa perché erano passati quasi due anni dall'uscita dell'album. Io poi ho una quarantina di pezzi che non sono mai stati conclusi, ed è una cosa drammatica per me. L'ep quindi vuole essere un modo per dire alla gente di ricordarsi di noi. Un cd di poche pretese.

Hai citato più volte questo termine. Che cos'è per te l'underground?
Posso definirlo solo contrapponendolo al suo contrario, il mainstream. Non è underground una promozione ricercata, una immagine ricercata, il voler far sentire la tua musica a tutto il mondo. Secondo me bisogna far sentire le proprie opere a chi mostra un segno di interesse. Poi c'è anche un'estetica nell'underground. Che per quanto mi riguarda credo sia riconducibile al punk originario e al black metal in Norvegia. Sono sempre stato affascinato da una certa forma di misantropia che ha caratterizzato queste due scene. Come quando c'è stato un giro commerciale sempre più grande intorno al black metal e le band migliori per tutta risposta hanno inasprito ancora di più i suoni e i testi.

E l'indie? Ha un'estetica e un approccio underground?
Devo dire che il concetto di indie non mi è chiaro, per lo meno quello attuale. Per me indie era un discorso di dieci anni fa di etichette americane.

Che pensi del nuovo Rockit?
Se devo fare una critica devo dire che non mi convince molto l'interfaccia. Dal punto di vista dei contenuti invece Rockit è utile perché cerca di unire l'underground e il mainstream. Il fatto che tu oggi stai intervistando me e ieri c'era un pezzo su Cremonini è qualcosa di interessante. Io penso comunque che qualsiasi magazine sia composto da persone, quindi è difficile forzare le cose. Rockit probabilmente è come deve essere.

Il gruppo non esiste più?
Il batterista per ora se ne starà a casa a riposare, perché ci siamo accorti che in fase di composizione avevamo bisogno di molteplici livelli sulle canzoni. Basso, chitarra e batteria per un progetto come il nostro è un po' limitante. Abbiamo poi difficoltà a trovare persone che siano sulla nostra stessa lunghezza d'onda, sia musicalmente che dal punto di vista umano. Quando uscirà il prossimo disco riprenderemo a fare concerti.

Prossimo disco?
Penso fra un anno.

Sai già per chi uscirà?
Abbiamo un paio di etichette americane che si sono interessate a noi. Una non ha voluto pubblicare "Psygnosis Ep" perché non l'ha ritenuto maturo ma ha lasciato aperte le porte a una futura collaborazione. L'altra invece avrebbe voluto fare subito l'ep ma noi abbiamo preferito di no perché vorremmo giocarci meglio questa carta, dato che avremmo l'opportunità di raggiungere un maggior numero di persone, soprattutto negli Stati Uniti.

Qual è questa etichetta?
La Robotic Empire.

È una scelta, quella rivolgersi all'estero?
In Italia non ci sono molte case discografiche specializzate sul nostro genere, se di genere si può parlare. Più o meno sappiamo tutti quali sono e chi le gestisce. Evidentemente si sarebbero già fatte avanti, se fossero state interessante.

Commenti (2)

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  • psic 20/01/2009 ore 18:05 @psic

    Una cosa che ammiro tantissimo è la presenza di una maglietta degli At The Gates.

    Comunque bella intervista!:)

  • marigold98 21/01/2009 ore 19:55 @marigold98

    ottimo...mi procurerò il vostro disco su shuffle distr.


    ciao


    M.

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