Marco Parente - Telefonica, 13-03-2007 Intervista

06/09/2007 di

(Marco Parente - Foto da internet)

Musicista originale e ispirato, non ha mai messo freni alla sua creatività e non ha mai lasciato inesplorate le tante e possibili vie della sperimentazione musicale. Federico Linossi fa una lunga chiacchierata telefonica con Marco Parente.



La tua opera più recente è il doppio Dvd “Neve Ridens Un Giorno + Il Rumore Dei Libri”, come ti è venuta l’idea di realizzarlo?
In realtà i due progetti che lo compongono non sono nati per diventare un Dvd… L’evento di Firenze è stato concepito come presentazione del disco “Neve Ridens”; ed io in maniera del tutto indipendente ho deciso di documentare l’evento perché volevo che rimanesse una traccia di quella follia. Una follia che alla fine ho sviluppato (sia nella parte audio che in quella video) con amici e persone che si sono prestate ad aiutarmi. “Il rumore dei libri” è uno spettacolo che esiste da parecchio ed alla “Casa 139” (locale di Milano, NdR) c’è stata la possibilità di registrarlo.

Da questo Dvd traspaiono interessanti fusioni tra diverse forme d’arte… e ciò mi fa venire in mente alcune tue passate “divagazioni”. I libri, ad esempio…
Guarda: intanto, io tendo a non considerarli dei libri, perché un libro presuppone un “mestiere”, una professionalità che io non ho e della quale ho un profondo rispetto. Io sono un musicista, sono curioso e spesso faccio incursioni in altre forme d’arte. Ma sempre attraverso il mio mezzo: la musica.

I miei primi progetti letterari sono stati “Work in progress/work in regress” e “Libro Trasparente” e sono nati dall’incontro con Antonio Bertoli il fondatore della casa editrice City Light Italia. E dalla partecipazione ad alcuni eventi che ho condiviso con poeti, più o meno della beat generation…

Ecco, volevo proprio chiederti dei tuoi incontri con questi artisti e della tua partecipazione al “PullMann My Daisy” (tour itinerante svoltosi nel 2000 che raccoglieva molti artisti della Beat Generatio, NdR)…
Beh, PullMan My Daisy è stata una bella esperienza che fra l’altro mi ha permesso di confrontarmi e condividere il palco con artisti come Ferlinghetti o Jodorowsky

Jodorowsky è sicuramente un personaggio particolare e carismatico...
Sì, sicuramente lo è; però è anche circondato dalla sua aurea, è abbastanza riservato ed accentrato nel suo ruolo. Per cui, non ti dico che è difficile da avvicinare perché non è vero, è una persona piacevolissima con la quale conversare, però sempre molto nel suo mondo che è un mondo particolare ed articolato. Con lui, poi, c’è stata una cosa molto bella in occasione dell’uscita del singolo “Lamiarivoluzione”: un evento a Genova con il lancio di milioni di poesie dalla torre del Palazzo Ducale. Una rivoluzione poetica con lui e Ferlinghetti a performare ed io a suonare, accompagnandoli sul palco.

Sempre per rimanere in ambito letterario, hai pubblicato un libro all’estero: in Belgio.
Sì, “Cuore distillato” che è stato pubblicato dalla Maelstrom Editions, sempre correlata alla City Lights ed entra nel progetto “bookleg”: un ricalco dei famosi bootleg. Cioè piccoli libri che dovevano testimoniare su carta quella che erano i testi di performance appena viste. In questo caso io stavo portando in giro con Antonio un reading composto da canzoni mie e suoi testi; era una specie di percorso guidato dall’immagine del cuore e quindi ho, poi, usato il titolo di una mia canzone. E’ stato pubblicato solo in Belgio anche se poi ha una doppia trascrizione: italiano e francese.

Poi, ci sono altre tue interessanti collaborazioni artistiche: come quella con gli Agushevi...
Un gran bella esperienza: in quel periodo avevo una manager francese che aveva portato in Italia questo gruppo macedone, un tipico gruppo balcanico composto da fiati e percussioni. Ci fu l’incontro in occasione di un festival di beneficenza per l’infanzia. Loro vennero a Firenze e ci fu un bel “incastro”: suonammo una canzone di Bregovic e poi una canzone mia. Sono dei forsennati, dei grandissimi musicisti che davvero mi hanno sorpreso perché in questo mondo dove tutti tendono a dare un valore al mestiere, loro erano solo musica. Musica che camminava, musica che suonava. Suonavano continuamente, non si fermavano mai e solo per l’amore della musica e per il piace di farlo. E cose del genere ti rimettono su binari che spesso tendiamo a perdere.

Invece il tuo modo di fare la musica? Riguardo i tuoi dischi, ti va di commentarmeli?
Questa domanda per me è un po’ difficile perché tendo a non guardarmi indietro, ma il più possibile ad ora ed avanti. E questo non perché giudichi i dischi del passato vecchi e quelli imminenti migliori… Comunque hanno testimoniato quello che stavo vivendo in quel momento: “E pur non basta”, ad esempio è stato un inizio, per me, folgorante perché avevo da poco scoperto il mezzo della voce e quindi ha grande freschezza ed impeto. Nel secondo, invece, c’è stata una grande virata per cui è molto istintivo, ha molte sovrastrutture: avevo molte influenze, molte cose da dire, e molte cose sulle quali curiosare. E’ uno dei lavoro ai quali sono più legato perché è stato il parto più impegnativo. Il terzo “Trasparente” è stato un disco che definirei quasi di passaggio, nel senso che è stato sì importante ma anche un passaggio nel mio lavoro: dal punto di vista discografico stavano cambiando delle cose…

E’ il disco del passaggio alla Mescal
Sì il passaggio alla Mescal e la chiusura con il Consorzio e con Sonica. E' stato un periodo di grossi dubbi che fortunatamente mi hanno traghettato (a tutt’oggi) ad una felice collaborazione con la Mescal. Poi arriva un’altra virata: sembra quasi uno-due, uno-due ed è la volta di “Neve Ridens” che è la cosa più estrema che ho fatto: non ho cercato popolarità (tra virgolette) o fruibilità, ma sono andato in fondo ad un mio periodo piuttosto inquieto.

Il fatto di stampare il lavoro in due dischi era anche un esigenza rispetto al numero di canzoni, vero?
Sì, soprattutto: mi sono trovato con parecchio materiale e molto organico. Non ci volevo rinunciare però non volevo pretendere né da me stesso né dall’ascoltatore un’attenzione eccessiva… mi sembrava presuntuoso e così ho pensato di dividere il lavoro in due parti.

Tornando ai tuoi dischi prima del contratto con la Mescal, immagino siano assolutamente fuori catalogo…
In realtà il secondo è stato ristampato dalla Mescal. Per il primo, invece, siamo in altro mare. Perché dopo il fallimento del Consorzio, tutto il catalogo è stato venduto alla Virgin; io non sono padrone del master e per riuscire a ristamparlo dovrei fare tutto una lunga trafila burocratica… per ricomprarlo fondamentalmente.

Ho visto “Eppur non basta” in vendita su Ebay a 170 euro.
Veramente? 170 euro. Ma il “Taccuino” o la ristampa?

Quello dei “Taccuini”: è diventato una gran rarità, evidentemente. Tornando a noi: il tuo sito ospita “Il libro mercato delle idee”, di cosa si tratta, esattamente?
E’ un "contenitore” dove vengono messi a disposizione singoli file che compongono una canzone: quindi tracce di chitarra, di voce… Il tutto per creare un enorme archivio condivisibile e disponibile all’ascolto.

E’ ci saranno anche delle performance?
Sì, il manifesto programmatico si compone di vari punti e l’ultimo, forse il più importante, si propone di creare un evento annuale o biennale dove creare una enorme band per misurare la salute dell’archivio. Una band estemporanea… di open source.

Ripercorrendo la tua vita artistica si trovano molte opere “divise” in due: “Neve Ridens” proposto in due cd, “Work in progress-work in regress” con due copertine, il doppio Dvd… C’è un motivo particolare per cui c’è questa costante nella tua proposta artistica?
Non lo so: forse sono schizofrenico ed allora mi divido in due. No, penso sia proprio la mia natura. Anche nell’approccio alla musica: una parte vuole essere maniacalmente tradizionale, l’altra vuole scardinare le tradizioni. E’ una dualità, probabilmente non ho ancora deciso…

E riguardo Firenze? Come è la città? Che aria si respira?
E’ una città dove io vivo bene, però sono contento di non lavorare a Firenze, nel senso che il mio lavoro non è incentrato in questa città. Dal punto di vista del fermento artistico sono contento di trovarlo altrove anche se è un posto dove suono tantissimo. Fondamentalmente è un posto un po’ dispersivo. Succedono delle cose bellissime, eventi fantastici ma questo non riesce a creare un trait d’union, un corso, qualcosa che accomuni, dia forza che alimenti e si autoalimenti. Tutto rimane un po’ isolato: un bel evento e poi, il giorno dopo è finito.

Nella performance alla Casa 139 suoni un libro di Borges: è una scelta causale?
Casualissima: è un tascabile di quelli da 3.500 lire… Però, poi con il fonico abbiamo scoperto che è uno dei libri che suonano meglio. L’altro che uso è di Neruda.

Attualmente in che progetti sei coinvolto?
Sto cercando di fare delle cose all’estero tramite gli istituti di cultura, i teatri e luoghi trasversali. Per il resto sono in fase creativa e sto lavorando per un nuovo lavoro. Sono fra l’altro reduce da quattro giorni di studio.

Riguardo l’estero che differenze ci trovi rispetto all’Italia?
Maggiore rispetto. Poi, in tutte le cose ci sono dei ruoli più precisi ed una maggiore professionalità. Riguardo il pubblico per me è curioso vedere come viene recepita una lingua non conosciuta e se basti il suono delle cose a coinvolgerli… ed alla fine mi accorgo che è sempre, assolutamente, così.

Non mi resta che salutarti sperando, magari di vederti dal vivo: magari nella mia città: Udine). Dove, mi sembra, tu non abbia mai suonato…
No, a Udine non ho mai suonato: è una delle poche zone d’Italia che non ho ancora battuto.

Sarà il caso di rimediare, allora.

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