Don Turbolento - Telefonica, 16-02-2008 Intervista

18/02/2008 di

(I Don Turbolento - Foto da internet)

C’è una nuova scena dance, là fuori, e i bresciani Don Turbolento ne sono tra gli esponenti principali. Tra i complimenti della Dischord, tra le madri dell’hardcore punk, e l’amicizia con gli Offlaga Disco Pax, l’atipico percorso di due ex chitarristi post punk e quasi grunge verso i lidi del dancefloor italo-disco. Tipi strani. Che ci piacciono per questo. Renzo Stefanel li ha intervistati.



La prima cosa strana è che voi siete due ex chitarristi e cantate “Non voglio sentire la tua chitarra”
Beh, il nostro progetto nasce nel 2005, quando Dario, il batterista attuale, aveva appena sciolto il suo gruppo, i Blank Dirt in cui suonava il basso e prima ancora la chitarra, mentre io la suono ancora nei Black Eyed Susan. Volevamo vedere come si poteva andare verso qualcosa di diverso: prima i brani erano interamente electro, però ci mancava l’impatto live e quindi siamo arrivati alla formula attuale che è più nelle nostre corde, vicino all’elettronica ma con animo rock o punk. Per cui questo brano, “Idwhyp Guitar”, è nato per gioco, per invitare a fare una cosa del genere, a rimettersi in discussione. Non è una vera polemica, anche perché tuttora ascoltiamo musica incentrata sulle chitarre.

È per questo che il nuovo disco contiene una cover di “I Wanna Be Your Dog” degli Stooges, uno dei pezzi per chitarra per eccellenza?
“I Wanna Be Your Dog” ha fatto parte della nostra formazione musicale e gli Stooges sono stati un gruppo importante per la nostra crescita. Ad alcuni la nostra cover pareva improponibile, ad altri era piaciuta. Così l’abbiamo inserita nel disco.

Negli ultimi tempi in Italia c’è una rinascita sia dell’elettronica (penso agli Atari) che della gioia di far ballare la gente, anche con le chitarre (e qui penso ai Trabant). Quanto si deve agli esempi stranieri e quanto invece all’esempio dei Subsonica?
Piacciano o non piacciano, effettivamente i Subsonica sono gli unici già da tempo ad aver intrapreso una strada del genere. Per quanto ci riguarda, quando sei sul palco, abituato a fare rock, con una reazione del pubblico anche sentita, ma di un certo tipo, e poi invece cominci a vedere il pubblico che balla, con una reazione diversa, ma molto bella… L’elettronica e la dance stanno vivendo un momento felice un po’ per i gruppi che hai citato tu, ma io citerei anche gli Amari o gli Ex-Otago, che sono meno electro, ma hanno un impatto live molto danzereccio che mi piace molto. Ognuno ha i suoi riferimenti, ma la strada è un po’ quella ora in Italia, mentre all’estero già da tempo c’è una scena più capillare. Qui l’etichetta “indie” racchiude di tutto, mentre all’estero l’electro conta a marea di sottogeneri. Per conto nostro, ci troviamo molto bene sia con le nostre componenti electro che con quelle più rock e punk.

Un’altra cosa che mi ha colpito è la recente riscoperta dell’italo-disco. I Trabant citano Daniele Baldelli, voi P.Lion, tutti e due Giorgio Moroder…
L’italo-disco è un genere spesso snobbato perché la gente pensa a Sabrina Salerno e alle cose più trash: in realtà ricercando si scoprono cose interessanti come i Chrisma, i Gaznevada, lo stesso P.Lion, che a livello internazionale sono più “sentite” che qui, specie ora che c’è una ricerca di tutto ciò che è Eighties… In ogni caso l’italo-disco non è necessariamente trash o poco fine: basta pensare a Moroder che ha posto le basi dell’electro anche fuori, con il suo lavoro di produttore a Monaco per Donna Summer, la regina della disco anni 70. Cioè: tanto di cappello! È un discorso che vale la pena approfondire…

È incredibile come tanta gente non lo consideri… eppure ha scritto “I Feel Love” che non è solo un grande pezzo dance, ma una delle più grandi canzoni di tutto il 900…
Assolutamente sì.

Altra cosa piuttosto strana, ma eccitante, è che voi pigliate il nome da una canzone degli svizzeri Yello… Voglio dire, solo un vecchiaccio di 43 anni come me si ricorda degli Yello…
Li abbiamo conosciuti casualmente poco dopo esserci formati perché nessuno ne parla e li conosce: eppure nella loro discografia ci sono cose molto interessanti, specie i primi tre dischi, impeccabili. Poi andando avanti si sono persi in una techno più discotecara, ma sono comunque una miniera di idee, con un sacco di arrangiamenti e di strumenti diversi, linee vocali ora esilaranti, ora tristi e serissime… Sono un gruppo dai mille volti e non mi spiego come siano rimasti in sordina da noi. Pensa che esiste un mix di brani degli Yello e dei Kraftwerk, che mette in evidenza come tante cose tra i due gruppi si rispecchiano. Certo, i Kraftwerk erano più seri e gli Yello avevano più ironia, cosa che a noi piace un sacco. Ma ci sono anche altre band che ci piacciono, come i Supersystem, che si sono formati 20-25 anni dopo e nel loro primo disco hanno una freschezza e una intensità notevoli.

A ogni modo il mix di ironia e cupezza degli Yello c’è un po’ anche nella vostra musica…
Sì, anche noi siamo gioiosi e cupi al tempo stesso. C’è questa combinazione di melanconia e melodia che da sempre ci accompagna, alternando momenti più ruvidi ad altri più danzerecci.

Siete stati benedetti dalla Dischord e dagli Offlaga Disco Pax. Della vicenda colla prima sappiamo già tutto, ma coi secondi?
Combinazione stasera suoniamo con loro. Mah, è un rapporto nato casualmente sul palco un anno e mezzo fa allo “Zero” di Bergamo: era uno de nostri primi concerti e uno dei loro centesimi del tour di “Socialismo tascabile”. Ci siamo conosciuti, scambiati i nostri rispettivi gusti scoprendo di avere tantissime cose in comune e così qualche giorno dopo, visto che avevano una data dalle nostre parti e dato che ci eravamo trovati bene anche per ragioni logistiche (noi facciamo il check in fretta e abbiamo una strumentazione elettronica a parte la batteria, quindi si era creata un’empatia anche a livello lavorativo), ci hanno richiamati. Poi è successa la data all’“Hana-bi”di Ravenna, una serata molto bella, in seguito alla quale è cresciuto l’interesse del pubblico verso di noi, e in cui gli Offlaga Disco Pax in pratica ci hanno fatto da vetrina. Così appena capita suoniamo insieme dal vivo. Prossimamente magari ci piacerebbe concretizzare la collaborazione anche dal punto di vista musicale.

E qua vi volevo! Ora poi che hanno risfoderato la lezione kraut del “motorik” di Düsseldorf…
Eccezionale.

Avete dichiarato che i testi per voi sono secondari. Eppure alcuni invece sono interessanti: penso a “No Charlie” e “Alien”, che se li unisci allo strumentale “PKD” mi fanno sospettare l’influenza di un certo scrittore…
Eh già... Philip K. Dick… Però “No Charlie” ha una storia sua, è uno dei testi meno impegnati: parla dell’amicizia con un cane che si chiamava Charlie e impazziva per prendere la pallina…

Ah, ma sai che c’è un racconto di Dick tutto dal punto di vista di un cane, come il vostro testo?
Ah, sì?

Sì, “Roog”… per questo pensavo che anche “No Charlie” fosse ispirata a Dick…
No, invece lo sono “Alien” e “PKD”. Stimiamo moltissimo questo autore: “PKD” è un elogio strumentale, a cui poi abbiamo attaccato le registrazioni dell’allunaggio e temi spaziali. “Alien” è una narrazione dal punto di vista di un alieno che non viene compreso dagli umani e per questo distrutto da loro.

Un altro testo interessante è “Disappointed”: sembra quasi una parabola biblica…
È il testo magari più ermetico, interpretabile, ma che trae spunto da esperienze personali, per cui non entro nei particolari proprio per essere interpretato da ognuno nel modo più consono alle proprie esperienze.

Sulla prima copertina c’era il famoso biglietto della Dischord. Ora invece il vostro nome, scritto al neon come all’epoca dello Studio 54…
Volevamo un sapore disco anni 70, da dancefloor, mirrorball… un progetto semplice ma efficace, che rispecchia un po’ la reazione del pubblico dal vivo, dove le cose che funzionano di più sono le cose che fanno ballare.

Un po’ la filosofia che vi ha portato a registrare il nuovo disco in uno studio pop commerciale…
Sì, proprio per sganciarci dalle sonorità indie: è uscita una cosa interessante al di là delle aspettative sia nostre che del fonico.

Eppure ogni volta che un artista prova ad aggredire il mercato mainstream, pur senza cambiare la propria ispirazione, viene aggredito dalle critiche degli integralisti nostrani… Perché esiste questa gente?
È una domanda che ci siamo posti spesso. Suonando abbiamo conosciuto molte persone e in tanti fanno questo tipo di ragionamento. Invece bisogna andare al di là degli schemi mentali che più legano per cui se non suoni così non vai bene. Sono un limite perché sono un presupposto, al punto tale che non te ne rendi conto, che ti sembra naturale fare le cose solo in una data maniera. Invece se si osa si possono scoprire territori nuovi. Poi c’è sempre il rischio di non venire accettati. Per le nostre sonorità abbiamo ricevuto delle critiche che rispettiamo, ma che lasciavamo intravedere che a monte c’era il limite di cui ti parlavo.

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