My Awesome Mixtape - Telefonica, 16-09-2009 Intervista

21/09/2009 di

Chiamo Maolo la sera della partenza del tour, lui parla con me e contemporaneamente carica il furgone, controlla che non manchi niente, saluta vecchine che gli fanno gli auguri per la nuova serie di concerti. E la telefonata si allunga, a momenti quasi scazziamo - punti di vista differenti, dice lui - mi racconta del nuovo "How Could A Village Turn Into A Town" e di quante cose sono cambiate dalla prima volta che ci siamo sentiti al telefono. Alla fine parliamo per un'ora e ci diciamo di tutto: l'Italia, i valori, la storia, gli Zu, le città piccole ed i grandi paesi. Ecco una sintesi.



Perché odiate l'Italia?
Perché l'Italia è un paese di merda. Penso sia una frase alla portata di tutti, no? Non è nemmeno così scandalosa.

Non mi servono per forza frasi scandalose. Ovviamente mi riferisco al fatto che i vostri comunicati stampa sono solo in inglese, che le vostre magliette sono disegnate da illustratori stranieri e che il tour parte dalla Germania e non da qui.
Semplicemente... E' un paese retrogrado, ottuso. Ti basti pensare a chi c'è al governo. E poi al fatto che rispetto ad altre nazioni siamo davvero indietro, su qualsiasi livello: informativo, politico, culturale. E la cosa bella è che siamo indietro anche rispetto a paesi che noi per primi consideriamo arretrati. Ad esempio molti paesi dell'est: abbiamo molti preconcetti nei loro confronti ma in realtà sono decisamente più avanti di noi.

Fammi qualche esempio.
Molto banalmente: un centro sociale ceco o un centro sociale polacco sono mille volte meglio rispetto ad uno dei nostri. Senza nulla togliere all'importanza storica che hanno avuto i nostri centri sociali, sia chiaro. Non è un'accusa al centro sociale in sé, ma ad un modo di gestire le cose tutto italiano. Lo vedi nella pulizia, nella gestione delle attività. L'unico esempio di centro che abbia un'organizzazione "europea" è l'Interzona di Verona. Purtroppo non sono mai stato al Leoncavallo di Milano. Tu sei mai stato all'estero?

Si, l'ultimo posto è stato Berlino, quest'estate.
Avrai notato tutta una serie di differenze?

Certamente. Ma perché non far partire il tour dall'Italia?
In realtà è stata una cosa molto spontanea: avevamo prefissato da tempo che a settembre avremmo fatto altri concerti all'estero, sono saltate fuori le date e abbiamo organizzato il tour. Poi c'è da aggiungere che il disco è uscito contemporaneamente in Italia e in Germania. Siccome qui da noi tutti i locali sono chiusi fino ad ottobre mentre in Germania sono già aperti, ci sembrava una cosa intelligente iniziare a presentare il disco lì e poi partire con il tour italiano il prossimo mese.

Nella scorsa intervista era emerso che pativi parecchio il paragone con le band estere, sottolineando come fossero distanti anni luce da noi per capacità e attitudine. Ora, con tutta l'esperienza accumulata, avrai capito che esistono brutte band anche fuori. No?
E' chiaro. E' come buttare bombe in mezzo al mare e vedere quali pesci muoiono e vengono e galla. Sicuramente anche all'estero ci sono delle brutte band. Ma è proprio diversa la mentalità di tutto l'ambiente musicale. Non è immaginabile da noi. Perché la nostra è una realtà davvero piccola, in cui tutti si conoscono e, nel bene o nel male, convivono la stessa cosa. All'estero no, c'è un'eterogeneità tutta diversa, anche solo per la varietà di tipologie di persone che decidono di fare musica.

Perché non lasciate il paese allora?
Perché siamo cinque persone, non una. L'hai visto anche tu con Alessio dei Disco Drive: quando ha scoperto di poter continuare con il gruppo anche se si trasferiva a Londra, se ne è andato subito. Lo apprezzo tantissimo per questo. Ma vale per una persona sola, per cinque è diverso. E poi non abbiamo ancora abbastanza esperienza per dire: siamo indipendenti, facciamo che cazzo ci pare.

Avrai sicuramente letto l'intervista che ho fatto agli Zu. Riassumendo, per loro siete una band diventata famosa solo grazie a Myspace. Vuoi rispondere?
Agli Zu direi... (ride, NdA) Beh, credo che tutta l'intervista fosse una gag continua.

In realtà in quel momento sembravano parecchio seri.
Fare polemiche ora non ha tanto senso. Li reputo un'ottima band, se quello è il loro pensiero cosa vuoi che gli dica? E solo un po' triste che delle persone molto più grandi di me se ne possano uscire con delle battute del genere.

A prescindere dall'intervista, ti cito questo esempio perché a volte ho la sensazione che la "vecchia guardia" abbia il timore che le nuove generazioni mandino tutto all'aria, che crescano senza valori. Per questo mi è sembrato strano sentire attaccare voi, a mio parere siete una delle band che rappresentano meglio l'applicazione del concetto di do it yourself.
Guarda, sul DIY temo che io e te la pensiamo diversamente. Tenendo presente cosa significava quella parola in Italia negli anni 90, ti posso assicurare che non siamo assolutamente DIY. Puntiamo ad un pubblico mainstream, siamo un gruppo pop, la scena DIY era prettamente hardcore. Se vogliamo traslare il senso letterale del termine, ok, ci puoi definire così, in sostanza autoproduciamo ogni nostra cosa, ma storicamente non siamo DIY.

Ma scusami è una parola, per te è più importante il suo significato o la sua storia?
Io credo che la storia di una parola sia molto importante.

Certamente, ma per prima cosa è un valore, un'attitudine che poi dovrai insegnare ai tuoi figli.
Si, ma basta usare un termine diverso. Non ti voglio dare contro, capiamoci. Semplicemente abbiamo due punti di vista differenti.

L'esempio degli Zu mi serviva anche per discutere di una altra cosa: l'hype. Se loro vi hanno inquadrato in un certo modo è anche perché prima dell'uscita di "My Lonely And Sad Waterloo" c'è stato un gran parlare su di voi. Poi, nell'arco di un anno, l'attenzione è calata.
Un calo di interesse? Direi che è fisiologico.

Ti ha dato fastidio?
No, ripeto, penso sia una cosa normale. Non si può stare sempre sulle bocche di tutti. Nel bene o nel male, ci siamo stati fin troppo.

Ho sempre avuto la sensazione che tutta questa attenzione ti desse abbastanza fastidio.
Mi è sempre dispiaciuto quando chi parlava dei My Awesome Mixtape non si concentrava tanto sul progetto quanto sul fatto che io avessi i capelli ricci e gli occhialoni. Per tutti ero un modaiolo mentre basta farsi un giro una sera al Magnolia di Milano per capire cosa vuol dire essere davvero modaioli. Il vero senso della musica è stato ignorato, mentre su tutto il resto sono state ricamate un sacco di cazzate.

In molte recensioni "How Could..." è stato definito il vostro disco della maturità. Cosa ne pensi?
Sicuramente è un punto di cambiamento importante, sopratutto perché è stato fatto da cinque persone e non da una sola. E poi perché è stato molto più vissuto rispetto al precedente, anche solo per il tempo che gli abbiamo dedicato. Per "My Lonely..." abbiamo impiegato quattro giorni per la registrazione, uno per il missaggio, uno per la masterizzazione. Per questo ci abbiamo messo quasi sei mesi.

Quando hai capito che i MAM erano diventati un gruppo?
Non c'è un riferimento temporale preciso. Certamente dopo aver passato tantissimo tempo con le stesse persone, dopo aver condiviso determinate situazioni insieme per molti mesi.

Quali sono state le influenze più importanti che hanno portato i MAM a scrivere un disco come "How Could..."?
Sono sicuramente importanti i vari generi musicali che ognuno di noi ascolta. Tutti abbiamo background diversi: c'è chi ha fatto studi classici e chi ha suonato in band ska. E poi dipende anche dalle diverse esperienze di vita e culturali: c'è chi arriva da un piccolo paese o chi vive in una grande città.

Chi arriva dal paese?
Mancho arriva da un paesino che si chiama Portoviro, in provincia di Rovigo. Federico abita a San Pietro in Vincoli, nella provincia di Ravenna. L'ultimo tastierista che si è aggiunto a noi arriva da un altro paesino tra Ivrea e Torino, Piverone.

E questo come influisce sul disco?
Perché, nel bene o nel male, ciò che ti circonda macroscopicamente, la città, è anche ciò che più ti affligge a livello sentimentale. E' il suburbano, è tutto ciò che ti... ha necessariamente una rilevanza su di te, a livello emotivo. Dal momento che ho scritto io i testi, tutto il disco è basato sul descrivere le emozioni che alcuni luoghi della città mi avevano trasmesso. E poi ho scoperto che alcuni di questi sentimenti erano condivisi anche dagli altri.

Capisco...
Tra l'altro c'è un concetto molto bello legato al discorso paese/città, dedicato a Bologna: da fuori è considerata una una grande città ma per me non è che un grosso paese.

Secondo me rispecchia tutta l'Italia.
Per me Milano, ad esempio, rappresenta molto bene il concetto di città. Ovviamente io sono un esterno.

Tempo fa Tommaso Labranca in un'intervista l'ha definita un "paesone". Ma a prescindere da Milano, questa cosa c'entra con la "realtà piccola" che dicevi prima?
A me non dà fastidio che l'Italia sia piccola. A me dà fastidio, fortemente aggiungerei, che sia un paese dove nessuno può vederci un futuro decente. Qui la maggior parte della gente si è affidata ad una persona che non mi rispecchia e che promuove l'ottusità a tutto tondo, quindi non può piacermi una nazione così.

Ma volendo andare più sul concreto...
Sandro, credo che in questa intervista tu voglia darmi del semplicione, o sbaglio?

Maolo, io insisto perché un po' ti conosco, e immagino che tu possa dirmi qualcosa di più profondo di un semplice "Berlusconi promuove l'ottusità". Almeno questo è il mio parere, ovvio.
Benissimo... vuoi un altro esempio? Prima abbiamo parlato di DIY. Ti ho chiarito la mia opinione riguardo all'utilizzo di quella parola, e di conseguenza non mi sento di appoggiare il video di Carlo Pastore (si riferisce ad un video che Carlo aveva fatto un anno fa per l'inaugurazione del nuovo sito di Rockit. Il video diceva: "Siamo l'esercito del do it yoursef", si creò una grossa polemica perché, secondo molti, un vj di Mtv non può parlare di DIY, NdR). Sono ugualmente convinto che quelli che vi hanno attaccato siano davvero delle persone retrograde e ottuse. E' lo stesso discorso di chi ci critica solo perché abbiamo i pezzi con la cassa dritta. Purtroppo in questo paese ci sono degli integralismi, e la fanno da padrone su tutto. Può sembrare una banalità ma è così. Pure nell'ipotetica teoria del Grande Centro c'è un fortissimo integralismo di mezzo. E questo tipo di integralismo fa sì che qualsiasi cosa, in qualsiasi ambiente, in qualsiasi ambito, rimanga circoscritta a quell'ambiente e a quell'ambito. Facendo così tutto tende a soffocare.

Sono d'accordo. Cambiamo discorso, perché avete deciso di inserire nell'album un brano ormai vecchio come "Me And The Washing Machine"?
Perché sostanzialmente è un pezzo per cui siamo conosciuti e non metterla nell'album a mio avviso sarebbe stato un autogol. In realtà il pezzo si muove su atmosfere abbastanza diverse rispetto al resto del dico.

Infatti, non riuscivo a capire che ruolo aveva all'interno dell'album.
Ovviamente quel pezzo è fuori dal concept del disco. Gli altri brani parlano tutti della città: c'è una stazione, c'è un carcere, c'è un cimitero.

Già lo si intuiva dal primo album, la vostra ostinazione a crescere e diventare sempre più professionali è lodevole. E a distanza di due anni si vedono i frutti: "How Could..." è un ottimo disco e ormai siete diventati una live band formidabile. Forse è una domanda banale: vi divertite ancora con la musica?
E' chiaro, è la base di tutto. La perseveranza e l'ostinazione sono valori aggiunti. Se andiamo a suonare la nostra musica in altri paesi è perché ci diverte farlo. Sul guadagno lo sai anche tu...

Ormai vi è chiaro il fatto che non farete mai i musicisti di mestiere?
No, assolutamente io non vivrò mai di musica.

Avete ancora dei modelli d'ispirazione?
Anche se sembra un po' una cazzata... (pausa, NdA) Ti direi le persone che si sono dedicate al nostro disco. Chi ha seguito la promozione e tutti gli altri aspetti non puramente compositivi. Sono state davvero figure ispiratrici, si sono impegnate in una cosa che ritenevano bella e che a loro avviso avrebbe potuto avere dei riscontri fattivi. E' un bellissimo esempio di perseveranza: il volersi sbattersi per raggiungere determinati obiettivi.

Ti riferisci alla 42 records?
Si, ma non solo, anche i ragazzi dell'ufficio stampa Artevox, Angelo che ha trovato le date all'estero, Locusta che cura il booking in Italia, Bruno che in studio si è dovuto sorbire le nostre rotture di cazzo per quasi sei mesi.

Ultima domanda, non so se hai letto il nostro primo speciale dedicato alle città italiane. Siamo partiti da Milano. Se tu fossi il caporedattore di Rockit e dovessi organizzare quello su Bologna, come lo faresti?
Ah beh, sicuramente farei un bellissimo report sul Pratello, che è un'istituzione tutta bolognese. E poi andrei ad intervistare dei personaggi tipici della scena.

Quali?
Molti della scena hardcore, sono ancora il motore pulsante della nostra città. Tolto i tre locali cardine tutti gli altri posti sono in mano a loro. Anche perché molti dei locali storici sono stati uccisi dalla giunta comunale, tutti gli altri sono gestiti da questa piccola "scenetta". Sarebbe doveroso intervistarli.

Commenti (1)

  • Lago Nell' Avena 24/09/2009 ore 12:57 @lagonellavena

    "Guarda, sul DIY temo che io e te la pensiamo diversamente. Tenendo presente cosa significava quella parola in Italia negli anni 90, ti posso assicurare che non siamo assolutamente DIY. Puntiamo ad un pubblico mainstream, siamo un gruppo pop, la scena DIY era prettamente hardcore. Se vogliamo traslare il senso letterale del termine, ok, ci puoi definire così, in sostanza autoproduciamo ogni nostra cosa, ma storicamente non siamo DIY"

    FINALMENTE UN PO' DI FRANCA E SINCERA CHIAREZZA SU QUESTO TERMINE. VEDIAMO SE QUESTI DI ROCKIT LA SMETTONO DI MENARSELA CON IL DO IT YOURSELF...

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