Egokid - Telefonica, 19-04-2008 Intervista

19/04/2008 di

(Gli Egokid - Foto di Matteo Colombo)

Nuovo disco per gli Egokid e nuova vita, si potrebbe dire. Un disco indie pop in italiano dal forte immaginario gay, ma con la splendida qualità di parlare di emozioni universali. Diego Palazzo ci parla di questa rinascita, rivelando anche un torbido passato di tutine alla Freddy Mercury.



Innanzitutto voglio farvi i complimenti, perché il vostro disco è davvero bello e mi è piaciuto un sacco. Ma non è un po’ troppo radical-chic? Voglio dire: per esempio, una canzone come “Arbasino”, splendida, che aveva i numeri per essere un anthem, la trovo limitata perché pochi sanno chi è Arbasino, che è gay, e pochi di questi ascoltano indie…
Non cerchiamo di essere come Veltroni e il PD: prendere il maggior consenso pubblico. Personalmente, se una canzone mi piace, le citazioni nei testi mi fan venire voglia di cercare. Dipende quindi dall’atteggiamento dell’ascoltatore. “Arbasino” mostra uno dei nostri momenti giocosi, intellettualoidi se vuoi, celebrativi di un certo mondo tondelliano: e l’indie kid gay o queer se sa chi è Tondelli sa anche chi è Arbasino. Certo, il ventenne medio che esce dalla scuola italiana oggi non sa neanche chi è Petrarca. Ma se andavamo dietro a questo tipo di pubblico allora per il ritornello prendevamo Costantino di Amici, che ci stava anche bene come rima: “Costantino-uo-ò-ò, Co-stan-ti-no-ò-ò…”
“Arbasino” è anche un pezzo a sé nel disco, che è fatto invece di storie passate sulla propria pelle. Lì invece giochiamo su delle fascinazioni letterarie. D’altro canto sennò potremmo metterci a scrivere pezzi per la Tatangelo. Ma il nostro immaginario è fatto delle cose che conosciamo. Il disco così racconta un percorso personale di due persone, io e Pierre, diverso ma alla fine coincidente: è una situazione tipo “gemelli diversi ma uguali”.

La copertina, molto bella, richiama fortemente tutto un immaginario che va da Pasolini agli Smiths.
È un dipinto di Giuseppe verga, artista gay. Siccome il secondo disco era nero cupo queer, ora volevamo una supermegaluce, qualcosa come le copertine dell’ultimo Battisti, bianche, puerili. Poi per caso a una festa a casa di Giuseppe, lui mi ha fatto sfogliare un catalogo delle sue opere e ho visto quella che poi è diventata la copertina: una cosa perfetta, questo ragazzino diafano che rimandava a Smiths, Belle and Sebastian, con quella sorta di evanescente purezza. Il problema semmai è di chi può credere di acquistare un disco folk.

Consciamente o inconsciamente la scrittura delle vostre canzoni mostra citazioni e riferimenti: nel ritornello di “Milioni”, ad esempio, io ci sento “Moon River” di Henry Mancini.
L’ho scritta pensando agli standard jazz della ballata e ai pezzoni anni 70 di Mina, supermelodici ma arrangiati dai fior di jazzisti che suonavano con lei.

Poi c’è il coretto “Batman” su “Il cattivo” che non ha bisogno di spiegazioni…
È stata una delle ultime cose fatte, e ci siamo trattenuti. Di solito io e Pierre facciamo cori tipo Queen e poi, dai, su “Il cattivo” Batman ci sta.

E poi “Fotoshock” ha una melodia della strofa che – con una nota spostata qui, una accorciata là – ricorda quella di “Look At Me” di Geri Halliwell
È un caso, non è mai stata tra i miei ascolti… Ok, lo ammetto: ho qua in stanza un altarino dedicato a lei!

Altra cosa molto bella sono questi inserti di brevi riff prog fatti con le tastiere, che si sposano benissimo al clima indie pop delle canzoni.
Il progressive ce l’abbiamo marchiato a fuoco, io e Pierre. Lui era un cultore: fino a pochi anni fa comprava ristampe di gruppi ungheresi anni 70... ho dovuto bloccarlo. Io stavo più sul classico, Genesis, King Crimson, perfino EL&P: al liceo avevo una band prog con cui facevo pezzi da 20 minuti, per cui dopo un brano era finito il concerto. E io ero vestito con delle tutine cercando di fare dei cambi di costume tra Mercury e Gabriel. Sì, c’è un passato torbido che fa parte del nostro Dna. Poi mentre registravamo il disco abbiamo comprato due tastiere nuove, tra cui un mellotron, e lì “Watcher Of The Skies” ovunque… Pensa che avevamo già registrato le tastiere da Andiloro a Gattatico e poi a Milano abbiamo rifatto tutto…

Alla fine il disco è fatto di canzoni d’amore e in quanto tali trascendono l’essere gay o no, e parlano a tutti…
Acty (di Aiuola Dischi, NdR) mi chiedeva se potevano essere appannaggio di un solo immaginario o rientrare in altri… per scrivere “La nostra via” avevo in mente una storia assolutamente gay, quella di una vecchia coppia gay che nonostante la richiesta del riconoscimento delle coppie di fatto si è logorata come tutte le coppie, ma non riesce a porre fine al rapporto per abitudine. Leggendo il testo, astraendomi, potrebbe però essere una coppia qualsiasi. Anche se il ritornello ha alla fine un contenuto molto politico e preciso.

Il disco è una svolta rispetto ai vecchi Egokid, non solo per l’uso dell’italiano.
“La nostra via” in apertura vuol segnalare anche questo: non siamo più gli Egokid Snowdonia, quelli che fanno cose strane che capiscono in tre. È una sorta di coming out, più visibile a livello testuale, ma anche di scrittura musicale, che è più rock e meno psycho. Forse un tempo ce ne fregavamo di instaurare un rapporto empatico con l’ascoltatore perché non eravamo capaci di essere comunicativi e intriganti al tempo stesso.

“Anaffettivo” esamina un problema che non è solo gay, ma di tutti, forse…
È un pezzo nato su due storie, i casini miei e di Pierre. Faccio fatica a pensare che ci si ritrovino tutti, perché l’anaffettività è il contrario dell’empatia, e la canzone voleva essere un modo di mettere a fuoco il problema senza cercare la pacca sulla spalla. Non so se l’anaffettività sia gay più che etero: parlo di quello che so. Siamo abituati ad avere tutto subito, per cui c’è una forte tensione che viene da un desiderio che diventa quasi compulsivo. Così l’amore svanisce, perché si cerca sempre qualcos’altro. Oggi c’è internet, non c’è più tempo, non c’è più spazio, fai tutto velocemente: difficile che si riesca a trovare qualcosa che vada al di là dell’emozione.

Come mai primo singolo “Anaffettivo”? Un lento di solito è il terzo singolo…
C’erano cinque pezzi su cui eravamo tutti d’accordo, ma non riuscivamo a scegliere. Alla fine Acty ha detto “Anaffettivo”. Però dobbiamo ancora fare il video e non è detto che alla fine sia quello il brano scelto… Mi piacerebbe fare un video su tre o quattro pezzi in contemporanea… E poi non è un lento, è un mid time con accordoni.

”La donna schermo” evidenzia un modo di scrivere quasi cubista, con i versi “scomposti in segmenti e curve instabili”, per citare un'altra canzone vostra, spostandosi di lato per evidenziare lati nascosti e apparentemente secondari.
È l’unico pezzo in cui racconto una storia complessa con un impianto narrativo che raccorda per congiunture callide: sono tre personaggi più me che sono il quarto. È un discorso fatto a un mio compagno di classe di prima liceo. Ero stato all’estero per una vacanza studio, dove ho capito che c’era qualcosa che non andava, e lui al mio ritorno mi faceva questo catalogo di luoghi comuni sulle svedesi, le tedesche, ecc. Ovviamente io non gli ho raccontato la vera storia che è successa, tanto più che avevo una storia di copertura e di rimozione con una ragazza che veniva da una famiglia di psicologi, che mi tormentava con le psicanalisi sulla madre assente. Alla fine ho preso le distanze anche da lei. Insomma il pezzo è la storia di una formazione sentimentale in tre momenti.

Bianconi canta ne “L’orso”
C’è perché è stato uno dei motivi per cui ci siamo svegliati e abbiamo detto “c’è qualcuno che scrive canzoni in italiano in modo intelligente, senza immagini astruse alla famolo strano” come invece facevano band che anche amiamo come Scisma e Afterhours. C’è anche un amicizia, nata ai tempi de “La moda del lento”: gli abbiamo mandato il nostro primo disco, a lui è piaciuto e ci ha risposto. Quando gli facevamo le interviste alla fine era come parlare tra amici. L’idea di farlo cantare “L’orso è l’animale che preferisco” ci faceva troppo sghignazzare, perché è la roba più camp che si possa immaginare. Gli avevamo proposto anche altri pezzi, ma poi lui si trovava bene a cantare quello. Ed è proprio un cameo, tanto che non canta neppure il ritornello e la gente non si accorge che è lui, ma pensa che sia io.

Aldo Busi ha detto che “i peggiori nemici dei gay sono i gay”.
Ha ragione, è vero. C’è una tendenza autocastratoria: è un problema accettarsi, poi peggio… punizioni autoinflitte. Adesso questa scelta non parte da schemi della gaiezza, tipo “siamo gay, siamo incazzati, bruciamo tutto”, un modo molto berlinese, arrabbiato. Ci siamo un po’ rotti del fatto di dover per forza interpretare gli umori del movimento gay. È anche una cosa più generale: alle ultime elezioni, chi sosteneva i diritti civili ha perso; io stesso non ho votato Boselli, ma la cosa che era più utile al Paese. Mi sono rotto le palle. Poi “io sono il peggior nemico di me stesso” è una cosa che viene fuori dal disco.

Ma alla fine questa “Minima storia curativa” ti ha curato?
Sono finite molte di quelle cose. Ora si apre un’altra fase, anche se non so se sarà rose e fiori. Per quanto mi riguarda ho un pessimismo di fondo, ma anche la voglia di tentare di raccontare nuove cose, tipo “cosa sarebbe il mondo se avessi l’amore”, cose che aprono grandi varchi di speranza. Bisogna vedere come.

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