Premiata Forneria Marconi (PFM) - telefonica, 20-04-2002 Intervista

08/05/2002 di Marco Novaro

Continua il jet lag della Premiata Forneria Marconi. Marchio di fabbrica del rock progressivo italiano, la PFM di Franz Di Cioccio (voce, batteria), Patrick Djivas (basso), Flavio Premoli (tastiere) e Franco Mussida (chitarre) si prepara a ripercorrere i momenti più significativi della sua storia in un nuovo tour mondiale.



La PFM ricomincia dal Giappone: impressioni prima del world tour 2002

Un viaggio attraverso i meridiani, ricalcando tappe vecchie e nuove, che partirà l’8 maggio dal Sol Levante e precisamente da Osaka e Tokio, quest’ultima città già teatro di uno storico concerto tenuto dalla band nel 1975.

Il progetto è nato in vista del trentennale del loro primo lp “Storia di un minuto”, pubblicato nel 1972 per la Numero Uno (l’etichetta creata da Battisti e Mogol), quando nella line-up del gruppo figurava anche uno strepitoso polistrumentista come Mauro Pagani (flauti e violino). E il successo è fulminante: il disco resta nelle classifiche per otto settimane guadagnandosi il primo posto. Un esito più che favorevole, preannunciato dal traino fortunatissimo del singolo “Impressioni di Settembre” che diventa subito il primo manifesto musicale del gruppo. L’album d’esordio contiene anche un altro pezzo storico dal titolo “E’ festa” (che nelle successive vesti di “Celebration” diventerà il passaporto musicale del gruppo all’estero) e permette alla PFM di rivelarsi da subito come una delle band più innovative.

Quello che accade dopo è una conferma del debutto: in cinque anni vengono pubblicati sette album tra lavori in studio (che rivelano un crescente affinamento delle arti progressive), un live negli USA e due versioni inglesi (“Photos of ghosts” e “The world became the world”) per la Manticore di EL&P. Vengono contemporaneamente realizzate quattro tournée americane, cinque europee e infine quella in Giappone del ‘75.

I passaggi cruciali nella storia della ditta Marconi saranno poi i concerti realizzati nel ’79 al seguito di Fabrizio De Andrè, e il successivo recupero della forma canzone con “Suonare suonare” che segnerà la svolta stilistica degli anni ’80. Poi dopo un silenzio durato dieci anni il ritorno sulle scene con “Ulisse” nel 1997.

Per il tour 2002 aggiungeranno Pietro Monterisi alla prima batteria (al suo debutto con PFM) e la ‘old’ entry di Lucio Fabbri al violino, già presente nell’organico del gruppo dal ’79 al ’87.

A pochi giorni dall’inizio del nuovo tour ho raggiunto Franz Di Cioccio con alcune domande per saggiare l’atmosfera alla vigilia dei concerti e per anticipare alcuni loro progetti.

Ricercare quel pubblico a distanza di tanti anni prende un po’ il sapore di una scommessa?
Sì, la cosa bella è questa, è aver scelto degli obiettivi. “Scommessa” è un termine che ci sta abbastanza, se vuoi… è una scommessa con sé stessi e che fa parte dell’essere musicista che ha voglia di non rimanere solo sulle sue posizioni.

In Giappone ci cercavano già da quattro/cinque anni, ma non c’era occasione di farlo; quest’anno invece abbiamo deciso andarci perché ci sono le condizioni per farlo. Chiaramente non puoi andarci per un giorno. Andiamo là e facciamo sette concerti e registreremo anche un disco dal vivo. E’ un modo per riprendere il fili della nostra storia e ripercorrerla. E’ come rifare un viaggio dopo tanto tempo per vedere anche i cambiamenti, gli stati d’animo, gli umori. Sarà interessante.

Questo anche perché porterete una serie di esperienze che avete fatto negli anni successivi e con una parte di repertorio che non è quella per cui vi ricordano?
Certo, ci sono alcuni dischi che non abbiamo fatto prima dal vivo e sarà bello vedere questo, vedere la faccia del pubblico, le reazioni alle cose nuove che abbiamo fatto. Quindi sarà un concerto dove non c’è solo il materiale completamente nuovo ma neanche solo il materiale di vent’anni fa. E’ un concerto piuttosto vario in cui c’è il mondo di PFM tra ieri e oggi.

In ogni caso sarà molto bello perché vuol dire che hai fatto tante cose, tanti dischi, e finché puoi suonare bene è bello. Te l’ho detto, sarà interessante vedere come reagiranno a “La rivoluzione”, per esempio (tratta da “Serendipity” del 2000, NdA). Sarà una cosa nuova, per cui mi gasa, mi entusiasma, mi eccita.

I pezzi che portate verranno tradotti in inglese?
No, assolutamente. Loro amano molto la lingua italiana, per loro ha un bel suono. Ci sono alcuni brani vecchi che possono essere cantati in inglese (alcuni testi dei primi album furono scritti o adattati da Pete Sinfield, paroliere dei King Crimson, NdA). Però ad esempio per loro “Dove… Quando…”, che è nel primo lp, è un pezzo fantastico che racchiude il mondo italiano, e anche il suono della lingua originale contribuisce a farti apprezzare il brano perché senti tutta la poesia, il suono e, se vuoi, la magia della cultura italiana espressa in musica.

E’ anche una delle motivazioni che ha fatto il successo di PFM all’estero. Noi non abbiamo mai cantato solo in inglese, perché c’erano brani che ritenevamo opportuno cantare in italiano. Il testo non era tradotto, il testo era autonomo rispetto alla canzone. Ad esempio “Dolcissima Maria” delle volte la cantavamo in italiano, delle volte la cantavamo in inglese, “Dove… Quando…” è rimasta in italiano, “Il banchetto” è rimasta in italiano; “Impressioni di Settembre” invece la cantavamo in inglese: un modo per non essere schiavi della lingua, perché comunque la musica è più forte del linguaggio, di qualsiasi traduzione o di qualsiasi interpretazione letteraria.

La nostra è una musica fatta di suggestioni, per cui la lingua ti dà quel suono e la musica lo sottolinea. Eravamo un po’ fuori dalle righe, un po’ fuori dagli schemi rispetto agli altri gruppi e questo ha fatto un po’ il successo di PFM.

Oltre all’attività dal vivo, che da sempre è la vostra costante caratteristica, avete in progetto anche un nuovo disco in studio?
Sì, quando torniamo in Italia, che sarà verso ottobre/novembre, faremo un tour teatrale per celebrare il Nostro trentennale. I progetti di quest’anno sono il cd live in Giappone e poi un dvd. L’hanno prossimo, invece, faremo il disco nuovo.

Pensate di reintrodurre anche alcuni schemi strumentali dei vostri inizi per questo prossimo lavoro?
Diciamo che vorremmo riprendere in mano quella parte più immaginifica della musica di PFM, un po’ vicina al primo periodo, quindi con una dilatazione musicale delle canzoni che non devono necessariamente essere di quattro minuti. Ci saranno anche canzoni, ma l’idea del gruppo è di tornare a fare una musica più immaginifica.

La PFM di oggi testimonia l’evoluzione di un percorso iniziato negli anni del progressive e che si è sviluppato nel tempo senza tradire la sensibilità per la forma strumentale con cui è nata. Ma ci sono anche delle nuove band italiane come Divae, Finisterre, Distillerie di Malto, Periferia del Mondo che pur rifacendosi alle strutture di quel periodo non hanno trovato ancora uno spazio o il successo su larga scala. Secondo te a cosa è dovuta questa situazione?
La diffusione radiofonica ha stabilito un modo di fruire la musica che ha uno schema preciso. E i gruppi che non rientrano in questa fascia, in questo modo di proporre la musica, hanno delle difficoltà, e sono l’85% dei gruppi. Ma non solo i gruppi, anche gli artisti. Per cui non è molto facile, insomma. Bisogna suonare, suonare, suonare, suonare finché non ti fai lo zoccolo duro. E poi il passaparola fa molto di più, e se hai fortuna e se indovini il pezzo, qualche di radio di buon cuore te lo passa.

Poi tieni presente che comunque il valore io credo sia sempre in chi suona dal vivo, perché ormai la sperimentazione è talmente sofisticata e talmente uguale in tutti che se tu non sei in grado di trovare un tuo suono, o un tuo modo di arrangiare, o un tuo modo di rendere unico o riconoscibile il tuo gruppo non riesci a ‘sfondare’ e ad andare da nessuna parte. Quindi io credo nella nuova musica. Però raccomando sempre a tutti di trovare la loro strada e che debba essere assolutamente autentica nella diversità.

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