Ultimo Attuale Corpo Sonoro - Telefonica, 23-06-2009 Intervista

29/06/2009 di

(Foto di Antonio Campanella)

Lo avevamo previsto: di loro se ne parlerà. Perché hanno fatto un disco che invece di raccontare i propri cazzi, cerca di riportare l'attenzione su quelli che dovrebbero riguardarci tutti da vicino. Il rischio è di guardare troppo al passato e prodursi in esercizi letterari che alla lunga perdono senso. La memoria, la prima guerra mondiale, Pasolini, l'intransigenza, Ferretti e i CSI: un lungo e interessante scambio di vedute con Gianmarco Mercati, voce degli Ultimo Attuale Corpo Sonoro. Con spari a zero sul "vorrei ma non posso" dell'indie nazionale - Dente e Vasco Brondi in cima alla lista - e su un riflusso che dura da troppo tempo. L'intervista di Sara Scheggia.



Domanda di rito: qualche informazione su di voi.
Gianmarco, Fabio, Marcello, Giacomo: voce, basso, chitarra, batteria. Suoniamo insieme da sempre, cioè da quando ci siamo conosciuti a 15 anni. Abbiamo maturato insieme la passione per un certo tipo di musica e, sorvolando su certe incomprensioni, ci siamo uniti ancora di più e portiamo avanti un progetto stabile. Siamo di Verona, di un quartiere dormitorio poco fuori del centro. Non riusciamo a vivere di musica, come non ci riesce la maggior parte dei musicisti indipendenti in Italia, e non facciamo i turnisti. Del resto, "fare bene le cose è l'ultima linea di resistenza", come diceva Elio Petri.

Qualche anno fa avete realizzato una compilation e da lì avete mosso i primi passi. Com'è andata?
Nel 2004 abbiamo realizzato un Ep incentrato sulle poesie di Garcia Lorca, da "Poeta en Nueva York". Abbiamo ricevuto un buon riscontro, riuscendo a vincere qualche concorso e a suonare in giro per il centro nord. Poi un'etichetta ci ha segnalati al Mei, e abbiamo ottenuto il riconoscimento di proposta più originale del 2004. Tutto abbastanza inaspettato. Poi abbiamo capito che per avere un buon rapporto con un'etichetta bisogna avere un rapporto umano intenso alla base, quello che abbiamo ora con la Manzanilla Records di Verona, di cui conosciamo intimamente i promotori.

Prima di "Memorie e Violenze di Sant'Isabella", c'è stato un altro disco.
Sì, abbiamo partecipato ad un progetto tra musica e letteratura, con un disco allegato, "L'Altrove". Abbiamo registrato appositamente un inedito scegliendo delle poesie di Pasolini, e accostando lui a Ferretti. Che poi è lo stesso tipo di progetto che sta portando avanti Ferretti stesso, affrontando le tematiche dell'Appennino di Pasolini, in musica.

Giovanni Lindo Ferretti. La sua conversione è ormai un caso. Qual è il vostro giudizio?
Trovo che quello che scrive e pensa Ferretti sia di una coerenza micidiale. Piaccia o non piaccia, è una persona con cui si può discutere, e se ne avessi l'occasione abbasserei le orecchie e non riuscirei a spiccicare due parole in fila. Le sue tesi filo-ratzingeriane sono vicine a quelle di Battiato, tanto per scomodare un altro mostro sacro. Entrambi sono contrari alle schitarrate in chiesa e favorevoli alla messa in latino. Ho visto Ferretti anche a "8 e mezzo", mi è piaciuto molto: non è il pauperismo anni 70, "molto hippy", ma un'attitudine punk, intransigente, che oggi manca a molti artisti italiani. E' una questione di coerenza di pensiero. E io non sono nemmeno battezzato, figurati.

Sono casi che spaccano fan e addetti ai lavori: c'è chi sostiene fino alla morte, chi rinnega e accusa.
Ferretti avrebbe potuto benissimo portare avanti dei progetti da centro sociale, o partecipare alle feste dell'Unità, e staccarsene è un'azione coerente, oltranzista e molto punk. Avrebbe fatto comodo a molti dei suoi, da Maroccolo a Canali, e a lui stesso. Lui però è contro e il fatto che faccia certe scelte, anche se il grande pubblico non apprezza, resta un grande merito.

"Memorie e Violenze di Sant'isabella". C'è tanta letteratura, e tre poeti. Tutti emarginati dalla società per ragioni diverse. Da dove viene l'idea?
C'è un booklet sostanzioso nel disco che spiega le tre figure: rappresentano l'esule in patria, Pasolini, l'esule all'estero, Hikmet, e l'esule da se stesso, Rimbaud. E' una specie di concept album, anche se l'espressione è obsoleta e inflazionata dall'uso che se ne faceva col progressive italiano. Però dietro c'è un percorso preciso, di disillusione: l'esule in patria che insiste, l'esule all'estero che insiste con risvolti più o meno favorevoli, l'esule da sé che invece lascia tutto e si abbandona alla disillusione completa. L'idea parte da un'urgenza. Si va poi in sala prove, si lavora insieme, si riflette. Durante la registrazione e il missaggio, che ha curato per noi un caro amico, Alessandro Longo, ti risenti, fai delle limature, cambi i testi. Un po' come succede a tutte le band, ma qui forse il risultato più impegnato.

Tempo di gestazione?
Ci abbiamo messo 4 anni, con diverse pause, dettate anche dalle esigenze di ognuno, visto che l'ambito è estremamente indipendente. Tempi lunghi: un po' come i tempi della politica che non riescono ad andare dietro a quelli della storia. Più i temi sono difficili, più i tempi si dilatano.

Il nome, Ultimo Attuale Corpo Sonoro, è una citazione?
L'avevamo trovato quando avevamo 15 anni. E' un verso di "Mexico City Blues", di Kerouac. Ci è parso uno slogan aderente a quello che stavamo facendo, e probabilmente volevamo darci un tono diverso dalla tradizionale nomenclatura dei gruppi.

Ci sono i CSI, i Massimo Volume, gli Offlaga: al di là della tradizionale struttura canzone e con temi forti e impegnati. Vi ci ritrovate? Vi hanno influenzato?
Più che Offlaga, o i Massimo Volume, che io personalmente non ho mai ascoltato, direi i Godspeed You! Black Emperor, e i CSI, senza dubbio. Fin da giovani la linea è stata quella. I CSI, per la figura di Ferretti, l'idea di collettivo: certi loro dischi sono inarrivabili, punk continentale che nemmeno l'Europa aveva mai visto prima. Il fatto di essere slegati dalla forma canzone deriva anche dalla consapevolezza di essere in maniera anomala nel mondo indipendente: spesso l'indie viene inteso come anticamera per arrivare ad un successo futuro in ambito major, e per farlo devi legarti alla forma tradizionale. Se hai fortuna e hai i promoter giusti, puoi arrivare ad un livello successivo, un successo strettamente economico piuttosto che poetico e musicale. Noi facciamo uscire quello che spinge dalle viscere, ed è molto vicino a quello che avevano proposto i CSI prima e i PGR oggi.

Non sono molto d'accordo: vero che molti vanno alla ricerca delle major, ma la maggior parte sta bene dov'è.
Secondo me non sono cosi tanti a fare come Gabrielli, che lascia gli Afterhours e si dedica a progetti personali e ai Mariposa, forse un 2%. Anche a discapito di un riscontro a larga scala, il suo esempio è fenomenale, ma sono casi sporadici. Sono molto più indipendenti alcuni gruppi metal, un po' come i calciatori che sanno che non sfonderanno mai ma giocano sempre con la stessa passione. Parlo a titolo personale: i gruppi indipendenti veri e propri sono pochi. Gli Afterhours, i Marlene, i PGR …lo sono ancora. E non sto qui a fare nomi, non perché non voglia puntare il dito, ma perché davvero molti gruppi non li considero affatto indie.

Questione di attitudine o solo di mezzi?
Direi che è l'attitudine che fa la differenza. Capossela è indipendente, nonostante riesca a riempire i teatri e abbia una vasta gamma di pubblico. E forse a lungo andare la situazione paga: questi gruppi rimangono in piedi. L'oltranzismo paga a lungo termine, ma nei gruppi giovani faccio fatica a ritrovarlo.

Apro il booklet e mi trovo in mano quasi un libretto di un'opera lirica. La prima sensazione è quella di essere l'ascoltatore che deve essere formato, ed è irritante. Poi la frustrazione aumenta: fatti di 100, 50 anni fa. Oggi, però, succedono cose gravissime e su cui è difficile leggere critiche trasversali. Possibile che non ci sia una figura attuale, da paragonare ai vari Pasolini o Calvino? Possibile che non si riesca a parlare dell'oggi?
Ci sono alcuni giornalisti, per esempio, che mi piacciono, ma non trovo una figura simile. Il punto è che le cose di decenni fa le riscontriamo anche oggi: ci sono casi ancora aperti e bisogna avere il coraggio di continuare a parlarne. Non è didascalico, ma un'urgenza personale. Avere memoria in prospettiva di una violenza odierna e quotidiana. Negli "Scritti Corsari" di Pasolini ci sono cose che oggi si manifestano all'ennesima potenza e che lui aveva previsto alla fine degli anni 60. E' la Bibbia del postmodernismo, e pochi se ne sono accorti. La P2, Calabresi, Piazza Fontana: sono questioni irrisolte, che hanno bisogno di essere sviscerate oggi per arrivare ad un giudizio condiviso e ad una condanna. Ma non ne se parla, e se lo fai ti prendono per passatista o revisionista. Non è il gusto di rompere i coglioni da tipo appassionato da centro sociale, non sono le nuove Br come le etichettano i giornali: sono che cose che ti commuovono, perché le senti anche oggi. Noi ci siamo documentati, e queste sono le nostre reazioni.

Ok. Ma il libretto è pieno di parolone e grandi ideali, che rischiano di rimanere vuoti: democrazia-anarchia-borghesia-resistenza. Poi, la Grande Guerra, gli interventisti. C'è modo e modo di comunicare il messaggio, e il vostro sembra mettere delle barriere, anche culturali. Rischia di essere la solita menata sulla memoria: forse bisogna anche far ritornare a galla quella degli ultimi anni.
Parlare del passato ha un senso secondo me, e non si tratta di una memoria polverosa e vecchia. Anche l'esempio di poeti come Ungaretti idolatrati come eroi anti violenza, ma inizialmente favorevoli all'intervento in guerra, è da intendere in chiave attuale. A mio avviso porta l'ascoltatore a toccare personaggi diversi e a fare un percorso all'indietro. Parlare di quello che accade oggi è importante, forse nella registrazione non ce ne siamo resi conto. Tu hai ragione, ma stiamo scrivendo altre canzoni che toccano temi come il 1994: vorrei intitolarne una "Tessera P2 numero 625", per dire che il presidente del consiglio ne è invischiato fino al midollo. Un'altra parlerà dell'attacco israeliano in Libano. In questo disco siamo partiti da lontano, il prossimo sarà più attuale. Sta anche nelle dinamiche di un gruppo trovare la propria strada, questo è stato il nostro percorso, partito dal poeta latino sensibile e frocio nella metropoli newyorkese.

In effetti i gruppi che denunciano l'oggi sono davvero pochi. Si preferiscono forse temi personali, più eterei, piuttosto che chiedersi dove viviamo.
Se ne conosci dimmeli che li contatto. Per esempio: ascolto la compilation del mondo indie italiano, "Il Paese è Reale", e mi cascano un po' le braccia. I Marta Sui Tubi mi sono sempre piaciuti molto, Dente… alla fine, però, parlano sempre delle stesse cose, dei cazzi loro. Lo stesso Benvegnù, che consideriamo il migliore cantautore italiano, parla dei cazzi suoi. E va benissimo, ma se questo è il mondo indie, allora non è indie per un cazzo, è un indie "vorrei ma non posso". Lo stesso Vasco Brondi… l'ho visto a teatro ed è stato molto emozionante, è una scrittura ruvida, viscerale, ma non ci trovo quell'istinto primordiale da CCCP, quella svolta oltranzista da punk continentale, non californiano. Non parlo di gruppi indie che cantano in inglese, ma di quelli che cantano in italiano e provano a portare avanti un messaggio diverso… parlano sempre delle stesse cose. Noi cerchiamo di farlo, nel booklet è spiegato questo.

Insisto. E' spiegato male, ed è pesantissimo. Alla fine uno si sente anche autorizzato a mandarvi a fanculo.
Ehm… qui sono tutti d'accordo (risate degli altri membri in sottofondo, NdA). Comunque se riesci ad arrivare alla fine capisci anche che c'è una riconciliazione con l'attivismo quotidiano. Non metto in dubbio che possa essere pesante, ma è lo stesso motivo per cui apprezzo Ferretti o gruppi che evitano compromessi e sono pesanti non piacendo al pubblico. Il principio, poi, va sicuramente limato, reso più raggiungibile. Ci stiamo lavorando.

Ma questa roba qui dal vivo come diventa?
In studio, ogni canzone aveva circa 90 tracce di registrazione. Un filone che però non chiamerei post-rock, che è un'etichetta inflazionata e che non ci appartiene, ma musica sperimentale e strumentale, con un'idea di collettivo dietro. Dal vivo, ovviamente, siamo più viscerali, stiamo già facendo le canzoni nuove, con un set molto semplice chitarra basso batteria. Quello che abbiamo da dire lo sputiamo in faccia, siamo più diretti, e forse hai ragione: abbiamo bisogno di trovare una via per arrivare direttamente alla gente, ma sul palco non ci tiriamo pippe strumentali e i nostri concerti non sono deserti. Il disco, forse, non è raggiungibile da tutti, è vero. Ma è per scostarsi da certi gruppi "impegnati", che per noi non lo sono affatto. Non facciamo "Contessa" (si riferisce ai Modena City Ramblers: una citazione fatta anche in seguito ad un interessante scambio di vedute sulla scena presunta combat folk italiana, purtroppo non c'è spazio a sufficienza per riportare l'intera discussione in questa intervista, NdA), ma Pasolini, e c'è anche chi si commuove. Forse è autoreferenzialità, ma credo sia il fare intellettualizzato con cui un ragazzo di 25 anni concepisce un'"opera d'arte".

Un'ultima domanda. C'è un disco che avete apprezzato, quest'anno?
Il bassista dice Dente (risate di tutti, NdA), e anche l'ultimo dei PGR. Io non so, non ascolto molte cose nuove, forse "Born To Run" di Springsteen, o "Le Labbra" di Benvegnù. Antony and the Johnsons, però, piace molto a tutti.

Commenti (1)

  • Oxygen 01/07/2009 ore 17:32 @oxygen

    Come si fa a non aver mai ascoltato i Massimo Volume ed essere: Ultimo attuale corpo sonoro?
    Male,male!:?

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