A Classic Education - Telefonica, 25-09-2010 Intervista

27/09/2010 di

Ci vuole poco a capirlo, basta contare quante volte compare la parola America in questa intervista. Hanno letteralmente perso la testa ed ora che si è fatta avanti la Lefse Records per pubblicare il nuovo "Hey There Stranger" sembra tutto più facile. A quando il trasloco negli States? Non rispondono, al momento si dicono occupati con i piccoli ep e le grandi Canzoni. Ester Apa ha raggiunto al telefono Luca Mazzieri.



La vostra si potrebbe definire una marcia fatta di passi lenti e costanti. Una manciata di canzoni centellinate lungo tre lavori. C'è una sorta di cerchio che si chiude con "Hey there stranger"?
Si guarda, direi che possiamo chiamarlo "il primo cerchio che si chiude per aprire un quadrato", nel senso che questo EP segna la compiutezza di una dimensione e di un suono che abbiamo trovato in questi anni. Da qui in avanti siamo pronti per partire e iniziare nuove strade, tra poco andiamo a presentare l'EP in America stiamo già lavorando sulla roba nuova.

Meno di un anno separano "Best Regards" dagli ultimi brani. Cosa è successo agli A Classic Education dodici mesi dopo?
In realtà nulla di particolare. Noi abbiamo continuato a fare il nostro percorso, che è un percorso fatto più di chiacchiere che di prove vere e proprie, nel senso che noi passiamo tantissimo tempo a parlare di come ci piacerebbe che suonassero i nostri pezzi, di dove vorremmo andare. Conta che siamo tutti dei grandissimi consumatori di musica, quindi in realtà passiamo tanto tempo a scambiarci idee. Quindi è un percorso che non ha cambiato la sostanza, solo che a forza di fare esperienze abbiamo focalizzato più chiaramente il punto esatto in cui volevamo arrivare. Per chi non ci conosce il passaggio sembra abbastanza veloce ma in realtà per noi è stato complesso e costante.

Modest Mouse, Arcade Fire, Lightspeed Champion, Hot Club De Paris, The Wave Pictures, Los Campesinos e The Wedding Present: sono solo una parte dei gruppi con cui avete diviso il palco in questi anni. Quale di queste formazioni vi ha mandato al tappeto come musicisti e ascoltatori e perché?
E' una risposta complicatissima, nel senso che mi scoccia dire Arcade Fire, per il fatto che noi siamo stati associati tantissimo a loro, e certo è bellissimo, perché sono una delle band più importanti degli ultimi 15 anni, però è un paragone che a noi ha molto pesato, anche perchè ci sentiamo, oggi, musicalmente diversi. Però loro c'hanno messo al tappeto non solo per l'aspetto musicale ma soprattutto per il discorso umano, nel senso che stando con loro nel backstage ci siamo accorti che hanno un modo forbidabile di prendere il loro mestiere: pur essendo una band molto grossa, hanno una freschezza e una spontaneità che non ti aspetti. A me poi hanno messo al tappeto i Real Estate, ragazzi a cui ci sentiamo musicalmente più vicini, e coi quali abbiamo condiviso un paio di concerti e un po' di birre in America, e che trovo musicalmente incredibili.

Vi sentite penalizzati in Italia dalle scelte di campo che state seguendo: nessun long playing da promuovere, niente etichetta italiana, niente booking.
Beh, sono delle cose che abbiamo preso in considerazione si e no, nel senso che noi stiamo in particolar modo, anche se sembra un luogo comune, cercando di lavorare il più possibile sulla musica. Ti dirò, in Italia, per quello che abbiamo fatto, attenzione ne abbiamo ricevuta abbastanza, e questo ci fa piacere. Certo non abbiamo suonato molto, vorremmo fare più live e speriamo di riuscirci nel prossimo futuro. Quindi, penso che per quello che abbiamo messo in campo, per le scelte fatte, in Italia l'attenzione c'è e noi ne siamo molto contenti. Per l'estero invece... è stato l'obiettivo che avevamo scelto dall'inizio e il fatto di dover rimanere in Italia per lavoro ci penalizza, e alla fine, in America, non riusciamo ad andare più di due volte l'anno. Ora però con l'etichetta che abbiamo alle spalle, che ha un bellissimo roster, una bella filosofia, un bel modo di fare, siamo certi che si smuoveranno situazioni interessanti anche in America.

Pubblicate oggi "Hey there stranger" con una label importante: la Lefse Records. Oltre che chiedervi come vi trovate a stare da quelle parti, la domanda è se credete che ci siano opportunità differenti e maggiori per un gruppo come il vostro in un'etichetta che non sia italiana.
Diciamo che il modo che hanno in America di vivere la musica e di affrontarla, sia come passione che come lavoro, ci ha sempre attirato. Avevamo questa sensazione che là l'attenzione per la musica fosse più consona rispetto a quella che cercavamo noi. Il fatto di trovare l'etichetta fuori dai nostri confini ci ha dato un'ulteriore conferma e la cosa che più ci piace della Lefse è che è un tipo di artigianato fatto con tanto amore. Abbiamo trovato persone semplici con tanta voglia di fare, che è poi una cosa che abbiamo anche qua, penso ad esempio alla Ghost Records o alla Unhip. Eravamo attirati però da questa dimensione che hanno i musicisti lì, in America, che rispetto all'Italia è un pò più semplice: la gente ha tanta voglia di suonare, le band sono molto disponibili a collaborare e hanno anche molte agevolazioni nei locali, quindi si fanno più concerti. E' tutto piccolo ma meno complesso. Se suoni davanti a 10 o 100 persone non importa, alla fine sei comunque considerato un musicista, e questo per chi come noi trova tanta fatica a fare le cose, cercando di conciliare lavoro e altro, è un elemento molto importante.

In poco più di un anno e mezzo siete stati a suonare non solo in prestigiose serate inglesi - Club Fandango e Rockfeedback per esempio - ma anche al Festival Indietracks nel Derbyshire, un'istituzione dell'indie-pop mondiale. Se dovessi paragonare il festival più importante italiano con questa o altre importanti kermesse a cui avete partecipato quali principali differenze individueresti?
Direi che tolti alcuni casi, come l'Handmade Festival che anche noi contribuiamo ad organizzare, all'estero c'è molta molta più tranquillità. In Italia facciamo cose grandissime, come il MI AMI, che è bellissimo, ma in USA è tutto molto più semplice. Tu arrivi, campeggi, ti rilassi ascoltando le band che suonano, che finito di suonare prendono un panino e vanno a guardare gli altri. Un clima dunque amichevole e tranquillo. In Italia ho avuto invece l'impressione di vedere, sia come spettatore che come musicista, come ci siano delle piccole sovrastrutture che rendano la cosa un tantino più macchinosa. E' che da noi a volte sembra più ufficializzato, più meccanico, mentre all'estero, anche in festival giganti come il SXSW, dove abbiamo suonato negli ultimi due anni, è tutto più facile, più leggero.

Avete fatto una scelta di mercato ben precisa che è rivolta prevalentemente fuori dai confini del Belpaese. Non pensate che stare ancora a Bologna possa essere un fattore di demarcazione netto che limiti il progetto e non gli permetta di svilupparsi in tutte le sue potenzialità?
Innanzitutto, ti dico che siamo un pò sparsi e solo 4/6 della band stanno a Bologna, e dunque le prove tutti insieme non esistono. Spesso le nostre prove generali sono i concerti veri e propri. Poi, per rispondere alla seconda parte della domanda, ti dico che quello che volevamo principalmente fare col progetto A Classic Education era scrivere belle canzoni. Per cui tutto quello che è arrivato è il frutto di un lavoro lungo e con una progettualità però a medio termine. Per ora posso dirti che abbiamo faticato tantissimo e abbiamo perso ore di sonno e ferie appresso alla musica. Per il resto vedremo, noi proviamo a fare l'impossibile, a seconda poi delle risposte che darà il mercato, anche in America, come sarà accolto, come presenteremo il disco, in base a quello prenderemo delle decisioni. Finora siamo sempre andati avanti passo dopo passo, questa è una cosa in cui crediamo veramente tanto, nel senso che abbiamo un gran voglia di metterci in gioco fino in fondo, vediamo poi quello che succederà.

L'idea di suono che avete maturato oggi vi accompagnerà nell'incisione del primo long playing?
Come ti dicevo prima, tutti noi siamo dei gran consumatori di musica nuova, tutte le piccole band sconosciute americane che escono con qualcosa di interessante noi le scoviamo, ce le passiamo e le divoriamo. Noi siamo partiti con la voglia di iniziare a scrivere canzoni, e con canzoni intendiamo qualcosa che rimanga nel tempo. Hai presente Elvis Costello? Volevamo scrivere canzoni che diventassero senza tempo, canzoni che continui apprezzare anche se ti cambia il mood, l'età, la condizione di vita. E questo era lo scopo principale, per cui le nostre canzoni sono melodie, voci e struttura. Poi le canzoni hanno un vestito, e nel vestito... essendo noi tutti musicisti, amanti del suono e del proprio strumento, le stiamo vestendo con quello che ascoltiamo. Il nostro scopo era quello di scrivere canzoni senza tempo che avessero un vestito che fosse consono ai nostri gusti.

Dove andrete a portare in giro "Hey There Stranger"? Lo ascolteremo in Italia?
Le ultime due settimane di ottobre andiamo a suonare in America, a New York, al CMJ Festival, dove proporremo alcuni showcase per la nuova etichetta, e se in queste settimane riusciamo a trovare un pò di tempo vorremmo anche iniziare a registrare qualcosa di nuovo proprio lì, in vista del primo LP. Per quanto riguarda l'Italia faremo una data la settimana prossima a Rimini, e poi dopo mentre siamo all'estero ragioneremo su come far ascoltare anche qui questo nostro EP di cui siamo davvero entusiasti, perché esprime al meglio gli A Classic Education di oggi. Quindi facciamo questa scappatina in America, ma vedremo anche di non trascurare l'Italia.

Un ringraziamento a Marcello Farno che ha sbobinato l'intervista

Commenti (1)

  • Pain 28/09/2010 ore 22:19 @pain

    Spero che l'america vi dia la possibilità di tirare fuori altra bella musica... ma non dimenticate mai l'italia!

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