Settlefish - Telefonica, 30-10-2007 Intervista

12/11/2007 di Vincenzo Gallo

(I Settlefish - Foto di Giulia Mazza)

I Settlefish hanno da poco pubblicato un nuovo album. "Oh Dear!" è un disco vero: carne, ossa, canzoni. Si sente la lunga esperienza della band, dalle prime esperienze nei centri sociali fino ad oggi. Possono contare sei tour all'estero e trecento concerti solo negli ultimi tre anni. Un gruppo con un'attitudine tutta da invidiare. L'intervista di Vincenzo Gallo.



Come è nato “Oh Dear!”? Mi sembra un lavoro molto meditato.
Emilio: Il tour precedente è stato molto lungo, abbiamo fatto più di duecento date, per cui è stato necessario fermarsi e prendersi un po’ di tempo per scrivere. Certo non è stato facile, c’erano molti dubbi, e prima che i pezzi fossero conclusi abbiamo dovuto passare attraverso molte mediazioni. Diciamo che le canzoni sono state scritte in due step. Abbiamo registrato insieme a Fabio Magistrali e ci siamo messi in contatto con John Congleton che ha mixato i pezzi. Mandavamo le canzoni via dvd, lui ci rispediva le tracce e verso le 19 di sera ci mettevamo a discutere e lavorare. E’ stato un lavoro a distanza, ma la sua mano si sente, per esempio nel suono della batteria.

Avete fatto due dischi con la Deep Elm, questo è il primo album interamente marchiato Unhip. Cosa cambia? Come dovrebbero essere i rapporti perfetti fra label e gruppo?
Jonathan: Phew ...siamo veramente felici di non uscire più per Deep Elm. Negli anni si era distanziata molto, faceva uscire dischi che non ci piacevano o comunque che sentivamo distanti anni luce da noi. E quindi ora siamo tornati a casa, Unhip per noi è Bologna, la nostra città. Tutto tra amici, tra persone che si conoscono da anni per cui c'è un rapporto di stima alla base. A volte rende le cose più difficili proprio perchè c'è una certa emotività di mezzo ma va bene... tutte le band su Unhip si conoscono bene, hanno condiviso tante cose assieme. Rapporti perfetti fra label e gruppo non esistono... poi mi sa che ora entriamo nel periodo buio... sarà sempre più dura. Mi trovo d'accordo con quell'articolo di Alan Mcgee (potete leggerlo qui, NdR) che mette in guardia i gruppi dai contrattini che stanno facendo molte etichette, dove oltre alla musica vogliono una percentuale sulle vendite del merchandise, delle date ecc ecc. Poi cosa vorranno? Per fortuna che la nostra situazione è quella di essere accasati presso una etichetta gestita da una persona con cui alla fine della serata andiamo a bere qualcosa o ci ritroviamo invitati allo stesso matrimonio.

E' una domanda vecchia, ma sembra che per l'indierock ci sia un interesse rinnovato. Se arrivasse la proposta di una major?
J: Onestamente non lo so… non credo ci sia comunque questa possibilità per via della musica che facciamo e che ci piace. Poi io sono molto innamorato del concetto di etichetta indie… mi farebbe più felice sapere che il mio nome è accostato ad una etichetta anche piccola ma storica come Trance Syndicate o Quarterstick ...potrei chiudere in pace.

Quanto è stato importante “The quiet choir” (l'ep acustico pubblicato lo scorso giugno, NdR) nel percorso che vi ha portati a “Oh Dear!”?
E: Non so, non credo sia stato fondamentale. Ci è servito a livello tecnico, magari, ma quello è un lavoro molto rilassato, più acustico, con atmosfere soffuse. Comunque i due dischi hanno qualcosa in comune, ad esempio: in "Oh Dear!" ci sono dei brevi interludi che ricordano “The quiet choir”. Capitava che qualcuno in studio avesse delle idee, e ci piaceva inserirle nell’album. Tra l’altro hanno anche la funzione di legare dei pezzi magari non troppo omogenei, o di lasciare respirare l’ascoltatore.

Qualcuno ha scritto che i Settlefish, rispetto ai gruppi indie italiani, hanno una marcia in più. Io sono d’accordo. Ve ne rendete conto? In che cosa vi sentite diversi dagli altri?
E: La nostra storia è diversa perché veniamo dai centri sociali, dalla scena punk hardcore, ed è una cosa che la stampa non ha mai approfondito. Quello è un ambiente che ti dà coraggio, ti spinge a registrare, a fare più date possibili, a spedire i demo ovunque. Penso ad un gruppo come i La Quiete, che in Italia è poco considerato, ma all’estero suona molto, ha un sacco di contatti sul profilo Myspace. Per una band che viene da un percorso come il nostro è più facile avere personalità, e credo proprio che i Settlefish abbiano un loro suono, una loro matrice.

J: Oddio... non so se ci sentiamo diversi, ora ci sono tante band che spingono all'estero come noi, che considerano l'Italia allo stesso modo del Belgio o dell'Inghilterra, un posto in più dove suonare. Questa è stata una nostra caratteristica sin dall'inizio, cercare di non focalizzarsi troppo sul suonare qua in patria. Rispetto agli altri gruppi la nostra diversità "musicale", se c'è, è proprio il fatto di essere 5 persone molto diverse, con ascolti diversi, suoniamo quello che suoniamo solo assieme… è una mediazione completa di persone che remano verso lidi diversi. Hai i suoi pro ed i suoi contro… ma mi sembra che ora come ora per noi funzioni.

Con “Oh Dear!”, ma non è del tutto corretto farlo, si potrebbe parlare di una svolta pop. E’ un passaggio meditato?
E: Abbiamo sempre cercato di costruire melodie, la forma canzone, quando non passa attraverso le cretinate, è una cosa difficile da raggiungere. Nell’ultimo album c’è stato un avvicinamento al pop, ed è una cosa voluta. Penso ai gruppi che amiamo di più: la componente pop nelle loro canzoni è fondamentale. Beatles, Smiths, Nirvana. E, in ogni caso, in chi fa musica la volontà di raggiungere un pubblico più ampio c’è sempre. Non mi aspetto di diventare ricco, ma a noi i nuovi pezzi piacciono molto, e questo è importante. Credo che anche dal vivo la risposta sarà buona. Per ora abbiamo fatto solo un concerto con la nuova scaletta, al Vox di Nonantola. Temevo una Caporetto, e invece è andata bene. Certo in Italia c’è ancora un tabù, quello del cantato in inglese. Abbiamo fatto qualche data con gli Afterhours, e il pubblico li contestava molto quando presentavano i pezzi in inglese. Addirittura hanno contestato una cover, un pezzo dei Velvet Underground. Gridavano: “In italiano”! Però credo che anche il nostro genere non sia molto famigliare, in Italia. Mi viene in mente un gruppo come il Teatro degli Orrori: ecco, forse le orecchie degli italiani a quel tipo di musica sono più abituate, noi siamo un pelo più esterofili.

Mi piacerebbe sapere qualcosa di più su "Oh Dear!", soprattutto a livello di testi. Qual è il tema dell'album? Che attenzione dai a quello che canti?
J: Non è un concept album ma c'è un filo che collega i brani… sicuramente sono affascinato da sempre (anche negli altri album nostri) dal concetto di infanzia, da quel momento naif dove tutto è più semplice, dove è più facile confrontarsi, dove tutto è più naturale e limpido ...in questo disco ho spinto maggiormente sull'argomento, rispetto a prima mi sono sforzato di dare un inizio ed una fine alle storie. Si procede meno per immagini, c'è un filo narrativo in quasi tutti i brani, spesso sono sogni sotto forma di storie. Lo stesso artwork in qualche modo ricorda le tematiche presenti nel disco. Sono molto pignolo quando si arriva ai testi, difficilmente mi convincono fino in fondo… li cambio e li ricambio fino al momento in cui vengono registrati i pezzi… e spesso anche dopo c'è qualcosa che non mi soddisfa… per ora sono contento di "Oh Dear!"...è decisamente un passo in avanti rispetto agli altri due dischi. I testi sono importantissimi, quando poi li dovrai cantare centinaia di volte in giro per locali devono avere un peso. Voglio avere la possibilità di "aggraparmici" ogni volta che suoniamo...

Ne avevate già discusso nell’intervista che uscì su Rockit, un anno fa, ma mi sembra importante tornarci su. Qual è il vostro rapporto con Bologna. Come vivete la sua situazione politica?
E: I primi due anni dell’amministrazione Cofferati sono stati terribili. Le misure sulla sicurezza, per ristabilire una legalità di facciata, hanno reso la città sempre più provinciale, chiusa in sé stessa. Noi amiamo Bologna, anche se non siamo degli ultras, come avete scritto nella recensione. L’ultimo pezzo di “The Plural of the choir” era dedicato a Bologna, a quanto è bello camminarci di notte. Bologna è una città notturna. Non rimpiango Guazzaloca, che dei problemi di Bologna se ne è fregato, ma Cofferati gli ha affrontati in modo superficiale. I Settlefish sono un gruppo anche politico, anche se non siamo mai andati sul palco con le bandiere rosse o le foto di Che Guevara. Ma abbiamo delle posizioni chiare, quando hanno cercato di sgomberare l’Atlantide, che è un centro sociale importante, una grande risorsa per i gruppi, ci siamo mobilitati, abbiamo fatto girare una petizione.

Raccontatemi qualcosa dei vostri progetti paralleli.
E: Io ho suonato per un po’ la chitarra con i My Awesome Mixtape, il gruppo di mio fratello. Adesso la formazione è cambiata, ed è giusto che corrano con le loro gambe. Ora sto preparando un reading insieme ad un poeta bolognese, Nader. Jonathan, Federico e Paolo, invece, sono in tour in questi giorni con A Classic Education, il loro progetto. Hanno fatto qualche data insieme ai Fanfarlo, un gruppo inglese per cui si è speso anche David Bowie. Credo che i progetti paralleli facciano bene ai gruppi. Lì puoi sfogare le tue passioni, le idee che non trovano spazio. Perché un gruppo è anche un compromesso, un bel compromesso.

Che cosa vi aspettate da questo album? Come credete venga accolto?
J: Non so, è un disco di cui sono molto orgoglioso, più di altri. Lo sono soprattutto per il percorso e la difficile lavorazione che ha avuto. Il titolo del disco spiega molto cose... finire questo disco è stato un continuo di "oh cazzo..e ora che facciamo?". Per mesi abbiam sbattuto la testa, messo in discussione brani, tagliato parti, accantonato canzoni, preso pause... ma poi alla fine in studio tra di noi è stato tutto facilissimo e naturale, zero tensione. L'album è una solida fotografia di quello che siamo ora. Spero venga accolto bene ma soprattutto capito... Paolo mi faceva notare come ancora una volta molte recensioni si concludono con "e ora sono finalmente pronti per l'estero"...ecco di questo siamo un po' stufi. Abbiamo fatto più di 200 date all'estero tra una cosa e l'altra. E poi sfatiamo alcuni miti, le tante band che sono state all'estero lo sanno, fuori tutti si fanno meno problemi, si attacca e si suona. Forse si è in realtà pronti prima per andare a suonare all'estero... per poi tornare in Italia dove tutti sono attenti alle minime cose.

Baruffe on line. Su internet si straparla, ci si scanna, tutto dietro la tastiera di un computer. Voi siete un gruppo "vero", da palco. Come vivete la situazione musica-indie-online?
J: Ognuno di noi fa il suo piccolo giro tra forum, blog e webzine… diventa tutto materiale importantissimo quando ci troviamo in sala prove e partono le gag. Personalmente non riuscirei mai a scrivere un blog, rispondere ai forum in veste ufficiale per il gruppo ecc ecc. Credo tolga molto del fascino legato alla musica di una band. Però ci sono amici che riescono a farlo e anche bene e li stimo… semplicemente non fa per me. Altri nei Settlefish magari non sono nemmeno d'accordo con me... la situazione musica-indie-online la vedo in costante crescita. Non vedo particolari effetti negativi. Ben vengano nuove band spinte da blog che nel giro di due mesi fanno già tanta gente ai concerti. Cosa c'è di male? Se se lo meritano con il tempo rimarranno.

Cinque gruppi italiani che vi piacciono particolarmente.
J: Ecco... tanto non ci troverai mai d'accordo tra di noi. Io penso soprattutto ai tanti amici che stanno facendo della musica eccezzionale… Altro, My Awesome Mixtape, Banjo or Freakout, Wolther Goes Stranger e Father Murphy, Stefano Pilia. I pezzi di Banjo or Freakout sono qualcosa di sconvolgente, veramente super! Nel nostro furgone non mancano mai Cut, Disco Drive, Baustelle (ok quando arriva Bruno li leva hehe), Amari

Commenti (19)

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  • Nicola Bonardi 12/11/2007 ore 18:00 @nicko

    perchè? non mi sembra particolarmente presuntuosa come intervista, anzi.
    boh! :|

  • Faustiko Murizzi 13/11/2007 ore 11:10 @faustiko

    eh sì.. non si può parlare che di sola fortuna per i settlefish!!!
    pensa che li aveva contattati la Caselli ma loro hanno detto di no...

  • enver 15/11/2007 ore 14:44 @enver

    Jonathan vi trasmette. Ah, dimenticavo l'ENORME potenza di fuoco di Radio Città del Capo nell'indiesuccesso dei Settlefish (...)

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