A Toys Orchestra - telefonica, Padova-Agropoli, 19-03-2007 Intervista

02/04/2007 di

(A Toys Orchestra - Foto da internet)

Morricone, l’America, il cinema, il mondo in bianco e nero e i comunicati stampa, le citazioni dei Beatles e non solo, Santa Barbara e l’intreccio tra paura e religione, la politica e la morte, la scena campana e l’aggressione Bugo. Enzo Moretto degli A Toys Orchestra parla a briglia sciolta dei suoi sogni in technicolor. Accomodatevi.



“Technicolor Dreams”: un album cinematografico, fin dal titolo. Ma non solo.
Già quando scrivo le canzoni mi baso su delle immagini, su un senso immaginifico. Ma poi il titolo nasce da una storia particolare. Suonava bene per la canzone già prima di scriverne il testo. Poi parlando con del titolo con Dustin (O’Halloran dei Devics, produttore artistico dell’album, NdI.) in treno tra Faenza e Bologna, i due luoghi in cui è stato registrato il disco, lui mi fa con voce timida e quasi spaventata: “Io c’avrei un’idea: chiamiamolo ‘Technicolor Dream’”. E io: “Siccome sono tante canzoni, meglio ‘Technicolor Dreams’”. Proposta accolta con entusiasmo. Quando lo raccontai a Paolo Urtovox e ai ragazzi l’idea piacque molto. È un lavoro tra il sogno e qualcosa di cinematografico. Il Technicolor poi è la tecnica che permette di passare dal bianco e nero al colore, quindi…

Il brano conclusivo, poi, “Panic Attack #3”, è una forte citazione…
Autocitazione, vorrai dire, visto che in “Cuckoo Boohoo” ci sono “Panic Attack #1” e “#2”.

No, dico proprio citazione: ci sento fortissimo Morricone. Ho passato un pomeriggio su iTunes a cercare di individuare il brano ma non ci sono riuscito…
Forse ci sta una forte ispirazione da Morricone, ma credo di non essermi rifatto a una melodia precisa, magari al mood compositivo di Morricone sì, soprattutto perché quel pezzo con poche parole è forse il più cinematografico di tutti. L’abbiamo tirato fuori in sala prove e ora che mi ci fai pensare abbiamo tirato fuori anche il nome di Morricone per la sua struttura: prima il piano, poi la voce, poi l’armonium. Insomma la tecnica di entrare a ogni battuta con un nuovo strumento fino a un crescendo esplosivo. Sono le caratteristiche più forti di Morricone.

Complimenti perché io ero convinto addirittura di averlo visto, il film che conteneva quella colonna sonora… E, a proposito, “Cornice Dance”, “Amnesy International” e “Technicolor dream” finiscono nella colonna sonora di “The Beautiful Ordinary” di Jess Manafort, nelle sale in Usa a primavera. Come ci siete arrivati?
C’è lo zampino di Dustin… Anche se è una cosa nata quasi per caso. Come saprai lui lavora a colonne sonore grosse come quella di “Maria Antonietta” di Sofia Coppola. Mentre registrava il nostro disco stava facendo quella di “The Beautiful Ordinary”. Raccontava alla regista quello che stava facendo in Italia e lei ha voluto ascoltare il nostro disco e se n’è innamorata: “Li voglio nel film”. È andata così: una cosa buona per noi.

Il disco uscirà anche in Usa, quindi?
Esce sulla piattaforma digitale di iTunes in tutto il mondo e anche su altre di cui ora francamente no mi ricordo il nome. Paolo Urtovox sta lavorando molto per l’estero, non c’è nulla di ufficializzato, ma chissà, magari si esce in Usa e in Europa.

Già che ci siamo, ti dico che “Ease off the bit!” e “Powder On The Words” hanno il perfetto spleen adolescenziale di “The O.C.”…
Faresti felice mia sorella… (ride, NdI) Direi che ci può stare per “Ease off the bit!”: quando è stata scritta è nata per chitarra acustica e voce. Abbiamo ragionato parecchio se enfatizzare questo aspetto catchy, ma io a casa ne avevo preparata anche un’altra versione al computer, stravolta. L’arrangiamento di quella canzone è come prendere una persona con un vestito normale, poi vestirla da drag queen, poi da punk e infine da cowboy. Per “Powder On The Words” direi che il piglio da “O.C.” c’è soprattutto per la forza della melodia, molto chiara, cristallina. L’abbiamo scritta e arrangiata con un piglio più classico, volevamo calarci nel feeling anni '70, fare una canzone come si scriveva allora. Volevamo il pop per eccellenza.

Come siete arrivati a Dustin?
Ho scritto le canzoni dopo il tour di “Cuckoo Boohoo”. Ne avrò scritte una trentina, di cui al piano il 98%. Pensavo a qualcuno che avesse la sensibilità giusta per interpretare il feeling pianistico. Dustin era il primo nome. Per quello che ha fatto coi Devics e nei suoi dischi solisti. Ho espresso questa volontà agli altri del gruppo ed sono stati straentusiasti perché siamo tutti fan dei Devics. Paolo Urtovox l’ha trovata un’ottima idea. Gli ho detto: “Siccome Dustin bazzica in Italia, metticimi in contatto”. Venti minuti dopo Paolo mi telefona: c’aveva già parlato e voleva darmi il suo numero. Lui ci conosceva già e i nostri dischi gli piacevano. Era incuriosito dalla prospettiva di lavorare con noi. Abbiamo registrato dei provini: si è entusiasmato, tanto che non ha solo prodotto il disco, ma ha suonacchiato in qualche canzone. Ha fatto un lavoro meraviglioso: non è uscita una via di mezzo tra i Devics e gli A Toys Orchestra, ma ha estrapolato la nostra personalità. Era la sua prima produzione al di fuori degli album dei Devics e si è comportato da grande professionista. Ha estratto il meglio di noi. Se una cosa era già usata, o seguiva un formula moderna, non andava bene. Ci diceva: “Proviamo altro”. E abbiamo provato le canzoni in molte vesti differenti. Ha fatto davvero un ottimo lavoro.

”Technicolor dreams” è un disco fitto di citazioni musicali, strumentali e testuali.
Moltissime ne abbiamo usate. Soprattutto nei testi ci sono tante citazioni che si riallacciano alla musica. In “Amnesy International” parlo del prete che canta “London Calling” perché l’attacco della chitarra aveva un piglio alla Clash. In “Technicolor Dream” cito i Beatles, Paul, John e George. In studio in quel periodo si discuteva del fatto che Harrison ha scritto delle canzoni enormi ed è tenuto sempre in ombra. Era il momento Beatles della nostra vita per cui ci siamo divertiti a riempire il disco di citazioni.

Infatti in “Technicolor Dream” subito dopo che avete parlato dei Beatles c’è un crescendo che cita quello di “A Day in A Life”, per dirne una… Ma poi nei testi ci sono anche altre citazioni, meno evidenti, come quando in “Ease Off The Bit!” dici che vuoi vivere un “Perfect day”, che non può non ricordare Lou Reed…
Sì, alcune sono più nascoste come questa di Lou Reed... Mi divertiva buttare fuori queste citazioni per prendersi meno sul serio… Fai un disco e poi ti tirano fuori 350 nomi: allora li tiro fuori io. Io e Paolo dicevamo che, certo, nessuno di noi nega l’influenza dei Blonde Redhead in “Cuckoo Boohoo”, perché non siamo originali, ci sta. Ma ci stavano anche Sparklehorse, dEUS, Pavement, e pochi ne hanno parlato. Lì l’errore stava nella cartella stampa: ci sono state persone che l’hanno copiata pari pari. Per questo disco volevamo inventarci un nome da metterci dentro… “il famoso chansonniers francese”. Per “Cuckoo Boohoo” quando Paolo citò Kurt Weill tutti lo scrissero. E nessuno di noi aveva mai sentito Kurt Weill in vita sua. Poi Paolo ce lo ha fatto sentire e devo dire che ci sta.

Tornando al titolo del disco, se i sogni sono in technicolor, la realtà è in bianco e nero…
L’hai detto. Non c’è altro da aggiungere.

Eh no, adesso ce lo devi spiegare.
Noi non siamo un gruppo triste, ma credo che stiamo tutti vivendo un periodo triste. Pensa alla politica, alle guerre, alle perversioni umane che si vedono ogni giorno: segnano la perdita di qualcosa di romantico e bello. Ci siamo sentiti liberi di cercare di mettere a colori il mondo. E anche se i testi sono più in nero che in bianco, volevamo buttarci il peso delle parole, mentre la forma doveva essere più colorata.

Pur non essendo assolutamente un concept, l’album pare disegnare un percorso. Raccontacelo.
Non l’abbiamo disegnato, anche se il criterio della scaletta ha tenuto conto pure dei testi. La scaletta di un disco è una cosa per cui devi lasciare da parte l’aspetto passionale per vedere come suona il cd. Eravamo d’accordo che il primo pezzo dovesse essere un’apertura forte – e infatti la prima parola del disco è “Invisible” -, ma il criterio, come ti dicevo, non è stato solo testuale, ma anche musicale, perché il disco suonasse bene, non si appesantisse, non fosse troppo eterogeneo, né troppo omogeneo. Ma se mi dici di che percorso parli, magari ti rispondo meglio.

Mah, io c’ho visto un percorso a domino: “Invisible” parla di un amore finito e del contrasto tra apparenza e realtà; “Cornice Dance” mostra un personaggio in bilico; “Mrs Macabrette” e “Letter To Myself” parlano di morte; “Ease Off The Bit!” e “Powder On The Words” sono le canzoni politiche; “Amnesy International” riprende il tema del significato delle parole che affiorava nei precedenti brani e della critica alla religione; “Santa Barbara” parla di una possibile rinascita; “Bug Embrice” e “Danish Cookie Blue Box” mostrano la rinascita dell’amore; “Technicolor Dream” invita a dimenticarsi del passato e a scoprire nuove vie; “B4 I Walk Away” è un invito a vivere ora… Ma magari è un trip mio.
No, invece c’hai preso. Hai colto che l’album parla soprattutto di comunicazione, che può essere vista soto diversi aspetti, compreso quello dell’amore. Volevo che questo fosse il filo conduttore del disco: la comunicazione, la difficoltà di realizzarla, tra un amore che si distrugge e il tentativo di farlo rinascere come contatto tra le persone.

C’è un forte senso di morte, però, specie in alcuni punti…
Più che prettamente di morte, parliamo della sua paura e della voglia di esorcizzarla. “Mrs Macabrette” sembra vivere del culto della morte però nel ritornello si capisce che il suo unico desiderio è ricevere amore. Volevamo esorcizzare la paura, descriverla. “Letter To Myself” è invece la canzone più triste del disco perché alcuni versi non hanno nessuno spiraglio di luce. Ma in ogni canzone cerco di esorcizzare e buttare lì il peso delle cose brutte. Sono paure di tutti noi.

Poi c’è la politica.
In “Ease Off The Bit!” sembra che la canzone impazzisca. Parte dal folk, da una radice popolare e intima, poi sembra quasi che io sia proiettato in mezzo a una strada, tra cartelloni pubblicitari e tv. Forse si vede anche il nostro orientamento politico quando dico “qualcuno dice che è tutta colpa del 1968(sorride, NdI.). Cerco di essere ironico. Quando dico che “somebody else counts his fingers after a handshake” (“qualcun altro si conta le dita dopo una stretta di mano”) voglio dire che anche la stretta di mano che dovrebbe essere un gesto di affetto, oggi è finta perché ognuno è diffidente. Fuori il mondo è veramente in bianco e nero. Per cui c’è questa voglia di rilassarsi e di lasciare andare tutto e tutti, da cui il titolo, “Ease Off The Bit!”, cioè “Allenta il morso”.

Tu dici del '68, a cui i conservatori addebitano tutte le colpe, ma potrei anche ribaltartela e dirti che quelli che hanno fatti il '68 oggi sono quelli che comandano e hanno reso il mondo così com’è…
C’hai preso benissimo. Quando abbiamo scritto la canzone c’era ancora tutto il marasma politico delle elezioni, e si vedevano in tv queste facce di destra che accusavano i comunisti di bollire i bambini e queste facce di sinistra che non erano tanto diverse da quelle. Per cui è un verso a doppio senso.

Alla fine del pezzo te la prendi col bigottismo…
Ci sorprendiamo che c’è qualcuno che deve vivere di questo bigottismo, che vuole mettersi qualche santo in paradiso. C’è una paura di fondo che spinge a essere bigotti o aggressivi.

Con la religione te prendi in diversi punti del disco, comunque… In “Amnesy international” parli della Bibbia e c’è la visione di questo grottesco prete in mutande rosse e dread che canta “London Calling”; in “Santa Barbara” dici che “prayers are becoming courses”, “le preghiere stanno diventando bestemmie”…
Sono critico verso la religione ma nello stesso tempo non voglio di eleggermi a nuovo Nick Cave… Ho una fede dentro diversa da quella della Chiesa. Comunque “Santa Barbara” non è la località degli Stati Uniti come molti mi dicono di aver capito, ma proprio la Santa, che qui al Sud è la protettrice dalle tempeste, perché tutta la canzone è su una superstizione religiosa che c’è . È una storia d’amore tra una donna a terra in casa e il suo uomo che è in mare mentre sta arrivando la tempesta. Quando dico “Let the wax dry on the pulps”, “lascia asciugare la cera sui polpastrelli”, parlo proprio della superstizione per cui quando sta arrivando la tempesta i marinai accendono una candela e la lasciano cadere in mare, così come si abbassano i pantaloni e mostrano il culo al mare. Mi sono basato molto sulle credenze popolari per questa canzone, anche se a modo mio perché trovo l’amore un tema difficile da trattare. Musicalmente la canzone ha un andamento in tre quarti che è come fosse il mal di mare, e dentro c’abbiamo messo dei riferimenti musicali nascosti: sotto alla musica si sentono dei bip bip fatti con il codice morse dei walkie talkie; sul finale ci sono dei cori maschili che sono proprio quelli dei marinai…

Altro discorso che torna spesso è la difficoltà che le parole abbiano un senso…
Si riallaccia al discorso che ti facevo prima di interpretare in tanti modi la comunicazione. Non sono un gran chiacchierone. Tendenzialmente ho avuto molti problemi di comunicazione soprattutto in passato. Se in “Powder On The Words” la polvere ricopre il finale delle parole e quindi queste sono insensate, in “Technicolor Dream” è il contrario: sembra che ogni cosa debba avere un suo valore, un’importanza fortissima, e invece andrebbe presa con più semplicità. Per questo nella canzone le parole cambiano di significato. Comunque è difficile parlare dei testi.

Uscite dallo stereotipo del gruppo campano, o neomelodico o da centro sociale, e insieme a voi ci sono altri gruppi come ad esempio The Gentlemen's Agreement… Siete delle eccezioni o c’è una scena?
Scena è una parola un po’ grossa. Scena locale sì, però. Ogni giorno scopro qualche gruppo che ha veramente grosse potenzialità. Solo che poi scompaiono. Qui giù è più difficile che al Nord, dove già non è facile. Ci sono meno possibilità e meno opportunità per certe cose, e meno informazioni, meno locali, e talvolta sono difficili da raggiungere. Noi dobbiamo partire e andare a Salerno e talvolta a Napoli per vedere un concerto. Spesso non c’è nemmeno l’educazione tra le persone. E di fronte alle opportunità che mancano tutti perdono il coraggio di andare avanti. Noi siamo irrazionali. Nel posto in cui viviamo facciamo sacrifici enormi per andare avanti, ci stiamo dedicando tantissimo a questa cosa, per un riflesso incondizionato come il battito del cuore. Comunque qui ci sono un sacco di gruppi che hanno intrapreso una buona strada musicale, molto capaci e belli.

Non posso concludere senza chiederti un commento al fatto di Bugo, visto che sei della provincia di Salerno…
Non posso che esprimergli la mia assoluta solidarietà. È una cosa assurda che una va per suonare e subisca quasi un linciaggio. È una cosa vergognosa. Non accuso nessuno. Mi limito a dire le cose come stanno.

Quello di Bugo è stato l’episodio più grave, ma io mi ricordo dieci anni fa a Jesolo gli stessi punk che l’anno prima supportavano i Prozac+ contestarli duramente perché col secondo disco – uguale al primo – erano primi in classifica. E un anno fa a Bassano la contestazione agli Afterhours perché non facevano i pezzi grungettoni di “Hai paura del buio?”. Ma perché il pubblico indie e alternativo si fa così male?
Perché fa del classismo. Chi si racchiude in una categoria finisce per perdere quella libertà che cerca e si ghettizza in una regola precisa finendo per vedere negli altri qualcosa per cui condannarli e volerli assoggettare. Sentirsi parte di una casta scatena una violenza prima psicologica, interiore, ma poi anche fisica nelle relazioni interpersonali.

Commenti (5)

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  • Nicola Bonardi 02/04/2007 ore 22:17 @nicko

    Intervista con la "I" maiuscola! bravo renzo, bravo enzo!!!
    :)

  • DeliriumDoll 03/04/2007 ore 10:40 @deliriumdoll

    klaps, sei incorreggibile.... :]
    Ciao! ;)




    E quest'altra, è geniale! :?
    Nick Cave's fan club forever!!!!! .... my sweet Loverman.....

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