La musica elettronica è una grandissima truffa: Sir Bob Cornelius Rifo racconta "The Great Electronic Swindle" Intervista

Tutte le foto sono di Enrico Caputo CaroselloTutte le foto sono di Enrico Caputo Carosello
06/10/2017

Dopo aver presentato “My Name Is Thunder” (insieme ai Jet) e “Saint Bass City Rockers”, a vacanze ormai alle spalle, il 15 settembre scorso è uscito il nuovo attesissimo singolo “Pirates, Punks & Politics” (con la collaborazione di Tommy Lee dei Motley Crue e Perry Farrell dei Jane’s Addiction) dei The Bloody Beetroots, che anticipa l’album "The Great Electronic Swindle", atteso per il 20 ottobre. Come da titolo il disco rievoca il documentario sui Sex Pistols “La grande truffa del rock'n'roll” e a 10 anni esatti dal disco d’esordio, Sir Bob Cornelius Rifo, alfiere italiano nell’elettronica internazionale, ci racconta a tu per tu la genesi di questo album per la label Last Gang Records.

Bentornato Rifo, partiamo subito dalla genesi dell'album: cosa racconta e come convivono ad oggi Simone Congo e Sir Bob Cornelius Rifo?
Io mi esprimo con questa maschera così come con il progetto The Bloody Beetroots, e i due volti coincidono nel fatto che in questo album sono raccontati quattro anni di vita, sia nei testi che nelle canzoni. L'album è denso, sono 17 canzoni, e secondo me servivano tutte per potermi esprimere. Le due personalità devono essere funzionali e congeniali, devono sussistere entrambe per poter reggere un lavoro del genere e questo modo di fare musica. Senza una di esse non potrebbe vivere l’altra.

Partendo dal titolo che richiama il documentario sui Sex Pistols “La grande truffa del rock'n'roll”, vedi delle analogie con il mondo dell’elettronica e quel momento in cui Malcom McClaren decise di creare a tavolino una band?
Sì, quel documentario racconta proprio la truffa che era stata messa in atto per far credere che fosse un qualcosa di reale. Questo per ricordare alle persone che in questo preciso periodo storico stiamo un po’ sperimentando e vivendo la stessa cosa nella musica elettronica. La musica elettronica è partita dall'underground 10 anni fa e si è sviluppata in modo molto veloce, diventando adesso la regina delle pop charts. Uno svilimento che ha originato un piattume qualitativo paradossale, dove non si riesce ad avere una priorità d’ascolto e dove non c’è del contenuto interessante, specchio e conseguenza della società odierna volta al consumo in tempi sempre più frenetici. Presupposti che non permettono un’opportuna ricerca della qualità che possa portare della sostanza e che possa essere ascoltata con più verità.



Quindi il tuo è un atto di protesta?
La mia è una specie d’accusa per dire che la musica elettronica è in totale decadimento: siete stati truffati, spesso quello che vedete è un falso, l’artista è l’ultima ruota del carro che non conosce nemmeno la natura stessa del suo progetto, è incapace di relazionarsi musicalmente perché fuori dalle dinamiche musicali. Di frequente capita che mi trovi a parlare con queste persone e chiedendo loro come abbiano scritto testi e musica, spesso gli stessi interessati al progetto non ne conoscono la natura. Di solito c’è un figurante del progetto che chiama un team di persone e produce tutto a tavolino.
Io trovo che la musica sia molto più di questo, penso sia un mezzo per le persone che vogliono esprimersi con la musica. Non sono contro il business musicale, ma si è andati ben oltre il cattivo gusto perché non c’è più integrità artistica. C’è il dj di turno molto carino, che ha le skills per stare su di un palco. Se diventa famoso è perché l’hanno deciso a priori, ma di artistico non ha un cazzo. La musica per me non è mai stata un gioco, non vuole essere un’opera di teatro, se non quella che metto in scena durante il live, però quello è il mio teatro e mi appartiene. Questo penso che sia la musica nel 2017. Vorrei che si ritornasse a dar valore al tempo, perché con il tempo avremmo più qualità per ascoltare, per produrre e per raccontare storie. Con l’album sto dicendo “state attenti ragazzi, questa è la truffa che sta andando in scena”.

Sono passati 40 anni dal ’77, che è anche il tuo anno di nascita. Cosa ti porti dietro da quell’annata a livello musicale?
Dico sempre che nasco alla fine del punk. Mi porto dietro un’iconografia molto forte, uno stile di vita che è quello di andare contro, rompere le regole. Purtroppo la parola punk è diventata inutile anche nell’elettronica perché bistrattata e abusata. Spero che qualcuno provi veramente a cambiare le cose come io stesso sto cercando di fare.

A 10 anni dagli esordi il sound dei The Bloody Beetroots è tutt’ora riconoscibilissimo, un tratto distintivo sin dai tempi di "Warp". Sentendo brani come il singolo “Saint Bass City Rockers” o la sofisticata “Hollywood Surf Club” si percepisce però una mutazione, cos’è cambiato da allora?
Io sono cresciuto: la mia coscienza, il modo in cui parlo, le persone che ho incontrato. Sono cambiato, ma le mie influenze sono sempre quelle, è comunque un album fatto di cemento, ti arriva in faccia, magari in modo diverso da "Warp". Penso a canzoni come “Nothing but Love” o “The Great Run”. Hanno lo stesso intento, perché sono dense così come le storie che vengono raccontate, anche l’attenzione per gli accordi è densa. Sempre la stessa teoria, ma con più struttura. Grazie al mio vissuto si è allargato e si è ramificato il mio spettro espressivo, nonostante ci sia sempre nell’album la medesima forza originaria di The Bloody Beetroots.

Infatti è un disco molto trasversale rispetto alle tracce di cui abbiamo appena parlato, dove invece troviamo componenti legate all’hardcore, nu metal e rap. 
È vero, ci sono crossover che prendono spunto anche dalla storia del rock, ma la stessa traccia “Saint Bass City Rockers” è una traccia talmente seria e scura che può andare nei club ma anche no. Nella delusione del testo di “Hollywood Surf Club” c’è quanto Hollywood abbia inciso nella mia vita, di come non mi riconoscessi più e non trovassi più persone con le quali confrontarmi a livello artistico. È un testo molto triste messo su una canzone molto felice. Quindi si cerca di far arrivare a un momento di catalisi attraverso basi molto allegre e solari, che però hanno un testo più triste e intenso.

Insomma hai usato una specie di esca, trascinando l'ascoltatore con pezzi accessibili ma che svelando la loro profondità a una seconda lettura. 
Esattamente, la medesima teoria utilizzata per la maschera, uno strumento che richiami l’attenzione per far conoscere tutto il resto. E già il fatto che ti stia chiedendo perché porto una maschera, mi fa pensare che forse sei interessato e hai fatto uno sforzo ulteriore con un ascolto più attento. Questi momenti di catalisi sono la mia matematica, ovvero creare dei catalizzatori, distogliere apparentemente l’attenzione, per poter portare l’ascoltatore da un’altra parte facendolo scavare per vedere cosa c’è sotto.

Com’è stato lavorare con Tommy Lee e Perry Farrell?
È stato pazzesco perché sono due king della musica rock, hanno scritto la storia del genere a loro modo e lavorarci insieme è incredibile per quello che si portano appresso e per tutto il potenziale che hanno ancora da esprimere. Ricontestualizzarli in qualcosa che non gli appartiene è una figata pazzesca. Con Perry Farrell abbiamo passato delle notti al telefono a discutere delle prossime rivoluzioni e cambiamenti di vita e musicali. Ci siamo rincorsi e alla fine poi abbiamo registrato, mettendo l'empatia personale prima di tutto. È importante questa spontaneità, io amo anche registrare dove capita con un microfono. “Crash” con Jason Butler l’abbiamo registrata a casa della segretaria del mio manager senza insonorizzazione, perché così doveva essere, e la traccia spacca tutto.


E invece com'è andata per il brano “My Name Is Thunder” , sull'asse Italia-Australia?
La prima volta che ho conosciuto Nic Cester, che è di origine veneta, ho capito subito che avrei voluto fare un pezzo con lui. Ho chiamato il mio manager di Los Angeles per capire dove si trovasse, dato che lui è australiano. Credevo che se mi avesse detto di sì sarei dovuto andare in Australia. Invece era a Como. Ho preso la macchina e mi sono ritrovato a mangiare la pizza con lui e tutti i suoi amici. Abbiamo trascorso una serata fotonica, a suon di vino e pizza, ci siamo abbracciati e siamo andati a registrare “My Name is Thunder” a Bassano del Grappa, così ne abbiamo approfittato per andare a trovare i suoi parenti che fanno il rosè.
Avere Nic (che è d’origine veneta) che canta come gli AC/DC e cercare di renderlo contemporaneo in una traccia elettronica è stato incredibile. Anche trovargli lo spazio sonoro per farlo suonare tanto forte, quando lo spazio non c’era perché pieno di noise, è stato stimolante. Sono esperimenti fighissimi, oltre all’umanità che ti portano dentro allo studio, perché quando mettono la voce sul microfono dici “cazzo questo è un artista, cazzo questo canta e spacca tutto”. Non ho dovuto usare metodi per tagliare, comprimere o editare, è bastata un take ed eravamo già a posto, pronti per andare a mangiarci una pizza. Per me, questa è la formula giusta: spendere tempo nell’empatia personale, per creare un rapporto tra due persone che poi scriveranno un pezzo insieme. 

Tutto il contrario della truffa di cui parlavamo prima: tu sei per un rapporto diretto, senza intermediari, guardandosi in faccia e non scambiandosi le idee via email.
Esatto, io odio questa cosa. Io devo empatizzare con l’artista. Una cosa che dico sempre al mio manager anche coi nomi più grossi è che io devo essere dentro una cazzo di stanza e parlare con questa persona, perché altrimenti non riesco a fargli capire la mia direzione e quanto sia importante per me farlo insieme. Se poi non t'importa me lo dici, però io almeno so di averci provato a parlarti davanti. Se va bene succede come con Jay Buchanan: prima del disco io non lo conoscevo affatto, ma ho passato 3 giorni assieme a lui a Silverlake, per diventare prima amici e poi fare una canzone. Siamo finiti fra le birre di un pub tedesco di Los Angeles a fare grandissimi discorsi per capire che tipo di persone fossimo. Se non fossimo diventati prima amici, probabilmente la canzone non l’avremmo fatta, però secondo me è così che si fa musica, è così che si ricrea integrità artistica e si riporta l’umanità nella canzone, non c’è altro modo.

Le voci che hai scelto per l'album sono tutte veramente clamorose.
Sì, pazzesco, e tutti hanno dato il 200% perché tutti hanno capito quello che volevo dire e di che cosa stessi parlando. Hanno capito i miei dolori, cosa avevo vissuto in quegli anni, e come volevo tradurlo in musica. E le performance sono state incredibili.

Anche se è passato del tempo e tu hai lavorato con i migliori al mondo (da Steve Aoki a Timbaland fino a Tiga), ci racconti un episodio legato a quando hai lavorato con Paul McCartney?
Paul McCartney è proprio un matto, ha tutte le qualità possibili. Mi ricordo che quando sono andato nel suo studio ero in cucina che stavo aspettando per prendere il caffè, arriva lui ed esordisce con “ma sei tu quello che grida” e poi mi chiede volessi assaggiare una cosa che a lui piaceva un sacco. Mi prepara il panino con il vegemite, una schifezza che fanno gli australiani che è tipo un dado spalmabile, una merda pazzesca. Magari a qualcuno piace, però a me fa veramente schifo. Mi spalma questa roba sul panino e mi porge la fetta. Era la prima volta che avevo a che fare con Paul e cazzo in quel momento ho dovuto dire che mi piaceva, ho mentito a me stesso, ma glielo diciamo oggi: Paul quella roba faceva cagare.

Ad ottobre sarai impegnato in un tour negli Stati Uniti. Qual è il programma?
Partiremo da San Diego, faremo un po’ di promo a Los Angeles, poi un po’ di West Coast fino all’East Coast, dove chiuderemo a New York il 10 agosto e sarà parecchio intenso dato che porteremo lo stesso spettacolo di quest’estate ma in formato più contenuto, perché andremo a suonare nei club. Sarà potentissimo e non vedo l’ora di far vedere questa nuova pelle al pubblico americano. Io mi diverto tantissimo nei live e la performance a livello fisico richiede molta preparazione atletica, è una componente che anche gli altri ragazzi apprezzano molto. Sarà un’evoluzione a livello di qualità del suono affinché diventi uno show sempre più centrato rispetto alla produzione espressa nel disco.

Tag: nuovo album intervista punk elettronica

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