Ci sono amicizie che nascono intorno alla musica e altre che, con il tempo, finiscono per diventare musica. Quella che lega i membri dei The End of Something appartiene a entrambi. Prima ancora di essere un gruppo, sono "quattro ragazzi appassionati di musica. Concerti, dischi, condivisione di ascolti e passione per le band che amiamo da sempre scandiscono il tempo della nostra vita e delle nostre amicizie".
È un legame che affonda le radici nei primi anni Duemila, prendendo forma attorno a Filippo Bergonzi (basso), Luca Ori (chitarra e synth), Nicola Rossi (chitarra) e Riccardo Spaggiari (batteria). Vivono tutti tra Parma e Reggio Emilia e, come spesso accade a chi considera questa passione una parte importante della propria vita senza necessariamente farne un mestiere, visto che tutti si occupano anche di altro. La musica, però, continua a essere uno dei fili in grado di tenere insieme il gruppo e, soprattutto, un linguaggio comune costruito nel corso di decenni.
Quello tra Ori, Rossi e Bergonzi è un sodalizio che arriva da un lungo percorso nella scena indipendente emiliana: i tre sono infatti amici di lunga data e hanno condiviso band e progetti fin dai primi anni Duemila, attraversando una galassia di nomi che racconta bene la stratificazione della loro storia musicale: dai Vancouver, formazione post-rock poi evolutasi con l'ingresso di Alain Marenghi alla voce e diventata Winter Dies in June insieme a Filippo, passando per Pecksniff, Isabel at Sunset, Karin e Jacobs. In poche parole, un percorso lungo e tutt’altro che lineare. Con i The End of Something si è aggiunto Spaggiari, già batterista di Ataraxia e Amp Rive e musicista dietro Cosmos in Collision, progetto che si muove tra post-rock, ambient ed elettronica. Più che un nuovo inizio, insomma, un altro capitolo di una storia che ha già accumulato parecchie pagine.
E forse è proprio per questo che la loro musica parte da un gesto apparentemente semplice: tornare indietro. L’idea alla base dei The End of Something è infatti quella di un "back to basics", un ritorno alle radici post-rock da cui ogni membro della band è in qualche modo partito. Una dichiarazione d'intenti a cui il gruppo non sembra voler affiancare necessariamente un incapsulamento pedissequo di ciò che fa. "Da sempre, anche come ascoltatori - ci spiegano - siamo riluttanti a trovare una spiegazione alla musica, preferendo immaginarla come una tela bianca che si colora gradualmente nell’ascolto, ma conservando elementi di ambiguità". È un approccio che dice molto del loro modo di intendere il post-rock: non tanto un genere da catalogare, quanto uno spazio da attraversare lasciando che siano suoni, atmosfere e suggestioni a prendere progressivamente forma.
In questo senso, anche il titolo di Still life with a curtain, uno dei brani di The End of Something, il loro eponimo disco d'esordio, diventa quasi una piccola dichiarazione poetica, in cui "il sipario nasconde lo sfondo, chiudendo lo sguardo". Dentro, al di là di ciò che resta visibile, c’è tutto quello che la musica può suggerire senza necessariamente mostrare. Riverberi, silenzi, intrecci, echi e distorsioni si sovrappongono e si stratificano "senza costrizioni di tempo", lasciando che la composizione proceda per accumulo, sottrazione e tensione. Un modo di fare musica che guarda naturalmente a gruppi come Explosions in the Sky, Mono, Godspeed You! Black Emperor e Mogwai, ma che non si esaurisce certo nei nomi che più facilmente vengono associati al post-rock.
Perché nel sound proposto dai dei The End of Something c’è anche una passione per le atmosfere morriconiane e per le colonne sonore del cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta, oltre a tutta quella galassia di ascolti che tra gli anni Novanta e Duemila veniva riassunta, con un’etichetta ormai inevitabilmente sfuggente, nella definizione di "musica indie". "Siamo da sempre ascoltatori onnivori", ammettono, e forse è proprio questa voracità ad aver permesso loro di costruire una musica che parte da coordinate riconoscibili senza lasciarsi ingabbiare troppo facilmente.

A questa volontà di lasciare aperture di significato corrisponde anche una scelta piuttosto radicale: il loro primo lavoro non ha, per così dire, un titolo "ufficiale". Non è una dimenticanza né un vezzo grafico, ma la naturale conseguenza di un’idea precisa, quella di non voler imporre una chiave di lettura a una musica che, nelle intenzioni della band, dovrebbe poter essere attraversata liberamente da chi ascolta. Un’unica eccezione è stata fatta per la traccia d’apertura, Galibier 98, che prende il nome da una leggendaria impresa sportiva di Marco Pantani al Tour de France e diventa, nella memoria dei quattro, un racconto in cui "tensione, caduta e riscatto" si danno il cambio come capitano e gregario lungo una salita. Anche qui, però, più che una spiegazione arriva un’immagine: una piccola storia lasciata sul tavolo, abbastanza concreta da accendere l’immaginazione e abbastanza aperta da non esaurirsi in un significato univoco.
E se questo disco sembra nascere dalla volontà di tornare alle origini, il presente dei The End of Something passa anche dal ritorno su un palco. Dopo la conclusione del percorso con i Winter Dies in June, la band ha infatti attraversato qualche anno di pausa prima di tornare recentemente a suonare dal vivo. Una parentesi che, più che interrompere il filo, sembra averlo reso ancora più evidente: "È una sorta di ritorno a casa - ci raccontano - un insieme di emozioni in cui ti ritrovi subito".
Forse, in fondo, è proprio questa la definizione più precisa possibile per i The End of Something: un comeback costruito su amicizie che resistono al tempo, ascolti condivisi e musica che non ha troppa voglia di spiegarsi. Perché prima ancora della band, dei dischi e dei concerti, c’erano quattro persone unite dalla necessità di ascoltare, suonare e, soprattutto, condividere la propria passione.
---
L'articolo The End of Something: tra amicizie concrete e musica sfuggente di Luca Barenghi è apparso su Rockit.it il 2026-08-06 11:14:00

COMMENTI