The Hacienda - In Inghilterra per spaccare tutto? Una cosa alla volta Intervista

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08/10/2015 di

Gli Hacienda non sono un nome nuovo per il pubblico italiano: formatisi più di dieci anni fa, vincitori del Rock Contest, ospiti dei principali festival (tra cui il MI AMI), sono senz'altro uno dei gruppi più noti ai nostri appassionati di sonorità brit. Sono invece un nome nuovo - o quasi - per l'Inghilterra, dove la band si è trasferita armi e bagagli da un anno e mezzo, tutti i componenti eccetto uno: il gruppo prosegue così la sua attività, ma presentandosi a un nuovo pubblico, che col sound che portano in giro ha parecchia familiarità. Per presentarsi al pubblico inglese hanno così pubblicato un ep di cinque pezzi, omonimo, che testimonia il loro ottimo momento di forma e le grandi ambizioni. Che il cantante e chitarrista Alessandro Gianferrara prende però con le pinze, com'è giusto che sia.

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Siete nati nel 2004, avete un bel po' di esperienza alle spalle, vari dischi, le, aperture, un numero considerevole di concerti e anche diverse soddisfazioni in Italia. Eppure, avete deciso di piantare tutto e trasferirvi in Inghilterra in blocco, eccezion fatta per il batterista. Com'è maturata questa decisione?
Dunque, da quando ci siamo formati nel 2004 abbiamo fatto tutti gli step della band "novizia", dal concorso al tentare la partecipazione al festival, a mandare quei quarantacinquemila demo a tutte le etichette possibili, e si è iniziato a muovere qualcosa quando abbiamo iniziato ad addentrarci da soli nella scena, cercando di suonare più possibile, facendo scambio date, fino all'uscita del primo ep in cui avevamo un bagaglio di contatti già importante che poi ci ha permesso di fare quell'ottantina di date del 2009, e da lì ai festival grossi e così via. Poi abbiamo sempre avuto in testa il concetto di band europea e l'idea dell'Inghilterra ci aveva sempre affascinato.

Ma quali sono state le logiche interne alla band? Visto che vi siete trasferiti tutti insieme, il che non è certo una cosa tipica...
È vero, questo sì. In realtà per com'è andata è stata un po' una botta di culo: era l'inizio del 2013 che noi iniziavamo già a mormorare di trasferirci in Inghilterra, verso la fine dell'anno, e in quel momento stavamo registrando tutti i demo nuovi di un album che avremmo dovuto far uscire per il periodo in cui ci saremmo trasferiti. Quindi abbiamo passato tanto tempo insieme rispetto al solito, pur suonando poco dal vivo eravamo tanto in studio e in più nessuno di noi aveva qualcosa di particolare da mollare a Firenze, solo lavoretti e cose simili, per cui eravamo abbastanza decisi (oltre al fatto che singolarmente c'era chi si era già iscritto all'università lì, chi aveva già contatti di lavoro...). Un'altra botta di culo è stata che, quando il vecchio batterista Leonardo ci ha comunicato che non sarebbe venuto con noi avendo fatto altre scelte, ci siamo trovati praticamente “in casa” il nuovo batterista, che era un ragazzo (Gimmy El Helou) che era venuto in tour con noi come roadie e factotum tempo prima e ci aveva detto di essere batterista. Non l'avevamo mai sentito suonare, ma quando abbiamo fatto la prima prova, anche con Leonardo, sembrava quasi di avere lo stesso batterista, anche se lui ha un background più rock e ci ha messo in condizione di suonare alcuni pezzi più pestati. Una volta trovato il batterista, abbiamo pianificato il trasferimento e deciso tutto parecchio in anticipo. E abbiamo pensato che dopo dieci anni che la band era in piedi potesse essere un ulteriore passo in avanti.

Una bella sfida, per un gruppo che ha sempre guardato all'Inghilterra, ma in un certo senso è anche un ricominciare da capo...
Assolutamente sì.



E questa cosa non vi spaventava?
Ma in realtà no, sai, perché noi non ci siamo mai vissuti l'ambiente, la musica in generale, come una competizione. Non siamo partiti dall'Italia con l'idea “andiamo in Inghilterra perché se andiamo là spacchiamo, diventiamo grossissimi, famosi e tutto”, non è così che la viviamo. Anzi era molto stimolante capire, vedere come funzionava tutto, da com'era organizzata la data piccola a quanto ti pagavano, a com'erano i locali, a se i gruppi ti trattavano dall'alto in basso perché sei italiano... Vedi, ad esempio ci siamo resi conto che, fondamentalmente, l'inglese medio che ti viene a sentire al pub è un po' zotico, è molto alla buona. Non ti dico pubblico da cover band, ma quasi. Prendi per esempio il primissimo concerto che abbiamo fatto da trasferiti, in un postaccio nel sud di Londra: c'eravamo noi e quattro altre band da mettere i brividi, tipo muratori quarantenni che facevano le cover dei Faces, eppure c'era un delirio di gente, tipo 200-250 persone, con ingresso a 8 pound. Non aveva senso, era assurdo, eppure è stata una bomba: dopo il concerto la gente ci ha assediato al merchandising, quando gli abbiamo detto che eravamo italiani non ci credeva, insomma c'è stato un feeling parecchio positivo. Perché il punto è che se tu guardi i palchi fighi e dei festival grossi, l'Inghilterra in questo momento è quanto di più lontano ci sia dallo stile della guitar band, nel quale volenti o nolenti noi rientriamo. Ma c'è uno zoccolo duro di questi cafoni quarantenni che amano ancora tantissimo quel tipo di musica, e nel sound che abbiamo noi ci si identificano parecchio. Quindi mediamente l'approccio della gente, sia quando gli fai sentire i pezzi sia quando ti vedono in concerto, è sempre stato positivo, direi.

E siete ancora all'inizio lì, il che è ottimo.
Già, il fatto è però che ci sono quelle quarantamila venues solo a Londra, le mille etichette... cioè, tu in quanto band sei praticamente nessuno. Senza contare che Londra è anche una città che dimentica facilmente, quindi se riesci a trovare un po' di copertura con un ep o un pezzo, fino ai famosi passaggi radio, dev'essere tutto molto vicino, tipo battere il ferro finché caldo. Prendi noi, ad esempio: suoniamo insieme da dieci anni e all'atto pratico abbiamo fatto un album e basta. Secondo me in Inghilterra una cosa del genere non te la puoi permettere, perché succede tutto molto velocemente: ci sono band che ti trovi sull'NME magari per sei mesi, fanno bordate di festival e poi basta, fine, sparite.

Le famose meteore inglesi.
Sì, qui ti confronti anche con tanti musicisti che hanno avuto esperienze anche traumatiche, come questi ragazzi scozzesi che abbiamo conosciuto che avevano firmato con una major nel 2007, hanno fatto tour sold out in tutta Inghilterra, Glastonbury e tutto, 30.000 copie del disco vendute, eppure mollati drammaticamente dall'etichetta perché non era quello che si aspettava per l'investimento che aveva fatto. Strappato il contratto, fine della band. Ma nonostante questi, che sono i lati negativi, io che ormai sono qui da due anni trovo tutto ancora molto stimolante, in particolare il fatto che le piccole realtà, le piccole scene, le “nicchie”, certe piccole etichette, stanno acquisendo molta più importanza. E c'è da dire che qui, quando fai delle date “a rimessa”, in cui magari non ti pagano ma lo fai per la promozione della band, per esempio facendo di spalla a un gruppo più grosso, la cosa ti porta realmente dei vantaggi, cosa che in Italia non succede.

Hai parlato un po' di differenze in bene, dal punto di vista live e non solo: quali sono invece gli aspetti negativi che avete riscontrato?
Allora, tieni conto che io ho sempre avuto una concezione molto alta dell'Inghilterra, da quando ho visto gli Oasis a otto anni in poi è sempre stata il mio mito. Ecco, quando ti trasferisci, non è che cambi completamente idea, ma quella cosa lì inizia a prendere una dimensione più reale: cosa che noti, ad esempio, nelle distanze di sicurezza che ogni inglese mette con l'interlocutore in una normale conversazione. Dunque, uno dei problemi principali è quello che ti dicevo prima, ci sono centocinquanta miliardi di band, quindi non riscuoti ai concerti: ti pagano poco e male. La maggior parte dei promoter ti impone il door deal, con il cachet in base agli ingressi. Se la band ha una fan base decorosa, qualcosa riscuoti, se no no. Inoltre è tutto gestito dai promoter, la venue in sé è solo spazio che ospita ma non rischia niente di suo. Per noi, abituati a prendere certi cachet in Italia, quello è stato il primo shock: inizi subito a fare i conti con i costi della sala prove, della strumentazione e via così. Senza contare che il furgone a nove posti con cui siamo sempre andati in giro e che avevamo portato in Inghilterra abbiamo scoperto che, non avendo uno storico assicurativo sul territorio, per assicurarlo avremmo dovuto spendere 10.000 sterline l'anno. Ovviamente l'abbiamo venduto, e utilizziamo noleggi vari, su quello ci sono cose un pochino più funzionali rispetto all'Italia.



(La copertina del nuovo ep)

Andiamo a parlare di questo nuovo disco, per me uno dei vostri migliori. Anzitutto, come mai un ep?
Dunque, come ti dicevo prima, prima di partire stavamo registrando questi provini per l'album, la cui registrazione poi è saltata per vari motivi. Abbiamo così deciso di fare di necessità virtù, nel senso che per dichiarare all'Inghilterra l'esistenza della band era molto più semplice avere un prodotto facile da acquisire come un ep o un singolo: l'album richiede molto più lavoro e se tu lo fai uscire quando la band è appena arrivata là, senza un vero contatto promozionale, rischi fondamentalmente di bruciarlo e non concludere nulla. Quindi abbiamo deciso di dichiarare la nostra esistenza a Londra con questo ep, rimandando la registrazione dell'album a tra un annetto, cercando anche di capire come può essere la situazione discografica per gli Hacienda in città.

Parliamo delle canzoni, cominciando dalla mia preferita, che è "She's mine at the sun", mi piace tantissimo il contrasto tra la parte strumentale così nervosa e pestata e il cantato rilassato, quasi languido. E una bella coda di psichedelia che sembra in questo disco un elemento più presente rispetto ai precedenti, correggimi se sbaglio.
Sì, senz'altro. Quello è un pezzo che abbiamo scritto nel 2012, la prima versione era più cruda, con l'acustica, stile “Highway 61”, poi in sala prove il pezzo ha cominciato ad allargarsi e dilatarsi anche nella psichedelia, e ci stava con il mood dell'ep anche se esce due anni e mezzo dopo. Noi ci siamo un pochino allargati, a livello di ascolti, uscendo dai canoni standard del pezzo pop chitarristico; per quanto mi riguarda da quando ho cominciato ad ascoltare Scott Walker. Poi in generale abbiamo cercato di non snaturare il sound della band perché stravolgerlo completamente ci sembrava un rischio troppo grande, avremmo rischiato di non riuscire a renderlo adeguatamente live, ma ci sono senz'altro più aperture alla psichedelia, come nel disco precedente erano state per il soul.

Poi c'è il singolo, "North pole", che comincia quasi blues e poi si svela uno splendido pop psichedelico, con l'arrangiamento retrò ma non troppo, diciamo che si ferma un attimo prima di diventare moderno. Per moderno intendo Tame Impala e Temples: sono band che vi piacciono o preferite restare sui classici del genere?
Guarda, per me “North pole” è più un pezzo stile Liverpool, ci sento dentro dai La's ad alcune cose dei Coral. Ad ogni modo, delle band che hai nominato, i Tame Impala avevano fatto un primo album incredibile, poi li ho un pochino persi. I Temples li abbiamo visti al Garage qualche mese fa, sono una grandissima live band ma non so, non riesco a sentirmeli tanto addosso.

Parlando sempre di psichedelia, pensate anche voi che l'unica deriva possibile sia nell'elettronica, come Kevin Parker? Potreste concepire in futuro un'operazione come l'ultimo disco dei Tame Impala, che ha fatto discutere parecchio (in bene e in male)?
Guarda, onestamente gli ho dato un ascolto una volta e basta, è parecchio diverso in effetti. Come ho detto a un mio collega inglese: è il più grande mmmmm della storia. Non è brutto, ma non mi ha fatto saltare dalla sedia. È un po' anche il discorso degli Arctic Monkeys, che comunque sia nei vari album hanno avuto schiere diverse di fan essendo tutti piuttosto eterogenei però secondo me è giusto che una band abbia un minimo di percorso nel tempo. Certo, non è che io suono in una band che si è rivoluzionata, da un disco a un altro, però se c'è una cosa che riesco ad apprezzare molto è chi riesce a cambiare tanto. Il fatto che a me magari quel disco non piaccia, mi faccia schifo probabilmente se lo risento per bene, è una cosa molto positiva perché significa che loro sono riusciti a rinnovarsi e cambiare un minimo. Cioé, alla fine, se tu pensi alla tua band preferita, pensi che sia meglio che ogni album suoni come la canzone loro che preferisci o che ci siano diversi fasi?

Mah, nel mio caso sicuramente le fasi, sarà perché la mia band preferita non ha fatto un disco uguale all'altro. Ma forse non per tutti è così. Ad ogni modo, volevo chiudere chiedendoti un po' come promuoverete questo disco, in Italia avete come sempre Black Candy che vi supporta, in Inghilterra invece come mi muoverete?
Con questo ep, essendo distribuito in Inghilterra da Plastic Head, credo faremo una campagna almeno trimestrale per finire su vari blog e web-magazine in vista delle prossime date che faremo da ottobre a marzo-aprile. Ma la cosa fondamentale per avere un po' di promozione su questo disco sarà la pr inglese che stiamo ancora scegliendo. Abbiamo qualche nome in ballo, poi lei ci seguirà anche per le date, per ora ne abbiamo fissate sei, la prima è il giorno di uscita del disco, il 10 ottobre, al Garage a Londra: facciamo l'apertura agli Hurricane #1, che erano la band di Andy Bell prima degli Oasis. Tra l'altro dovrebbe essere già sold-out, quindi un'ottima data a livello di visibilità.

Passerete anche per l'Italia?
Sì, certo. Va ancora organizzata per bene ma credo torneremo verso febbraio, pensavamo di concentrare quattro-cinque date. Appena possibile le annunceremo.

Tag: data tour nuovo album

Commenti (2)

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  • Bad Love Experience 09/10/2015 ore 15:59 @badlove

    Supporto totale e un grande abbraccio per voi cari!

  • Patrick Gianferrara 12/10/2015 ore 07:57 @patrick.gianferrara.5

    Commento vuoto, consideralo un mi piace!

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