Sul pianeta selvaggio di Tommaso di Giulio Intervista

foto di Tamara Casulafoto di Tamara Casula
16/05/2018 di

Qualche tempo fa vi abbiamo fatto ascoltare in anteprima "Lingue", il nuovo album di Tommaso Di Giulio (poi disco del giorno su Rockit). Un disco che scava dentro il suo autore e si concede alla psichedelia nel tessuto musicale: ne abbiamo parlato con lui.

“Lingue” arriva dopo 3 anni dal tuo penultimo disco “L’ora solare”. In questo periodo di silenzio hai lavorato ai brani dell’album o hai atteso che arrivasse l’ispirazione e hai scritto tutto insieme?
Al contrario. Avevo pronto un disco completamente diverso e poi, quando all’improvviso è successa una cosa piuttosto grossa nella mia vita, ho buttato il disco precedente, che non mi apparteneva più e non lo sentivo più coerente con chi ero diventato, ed ho scritto in pochi mesi "Lingue".

L’uscita del disco è stata accompagnata dalla pubblicazione del videoclip di “A chi la sa più lunga”. Vedendolo mi è venuto in mente subito Yattaman, il cartone animato che, tu che sei romano lo saprai bene, andava in onda su “Super 3” nella metà degli anni ’90. C’ho visto bene?
Adoro Yattaman ma è l’ultimo dei riferimenti che ci avrei visto! È un video molto dilatato nel montaggio e nel mood, al contrario del ritmo sincopato di un episodio di Yattaman. Poi “A chi la sa più lunga” è un viaggio psichedelico nello spazio alla ricerca dell’amore, in Yattaman si saccagnavano di botte con i robot. Però apprezzo lo stesso il parallelismo. Guardati, se non lo conosci, “Il pianeta selvaggio”, quello si che è stato d’ispirazione.

Sei un appassionato di illustrazione e ogni tuo disco è curato anche dal punto di vista delle grafiche che lo accompagnano. Come ti nasce questa passione? Disegni anche tu o sei solo un estimatore?
Da piccolo volevo fare il pittore, da adolescente il fumettista. Poi però mi sono messo a studiare musica e quindi non so disegnare un granché bene; tuttavia la passione è rimasta e quindi ogni volta cerco di lavorare con artisti che apprezzo e costruire un immaginario visivo il più possibile coerente con il contenuto musicale del disco.

“Lingue” è un disco con inflessioni più lineari de “L’ora solare” dove l’imprinting del post-punk anni ’80 arrivava prepotente e repentino in alcuni brani. Qui ci si muove tra sonorità a tratti psichedeliche a tratti più vicine a cantautori come Ivan Graziani o Alberto Fortis. Penso all’arrangiamento de “Le notti difficili”. Cosa hai ascoltato nel periodo in cui lavoravi all’album?
Graziani è sicuramente molto presente. Lo amo da sempre e l’ho sempre ascoltato, probabilmente anche durante la lavorazione del disco. Poi c’è da dire che questo è il primo album in cui ho deciso di non spaziare troppo con le sonorità e concentrarmi su di un sound che potesse essere il più possibile “mio”, forse anche per quello risulta più omogeneo nel sound. Per quanto riguarda la psichedelia si, sicuramente ce n’è tanta, sono un nerd appassionato di anni anni ’60 e da circa sei anni sto scavando nelle discografie di mezzo mondo alla ricerca di gemme lisergiche di ogni tipo. Qualcosa deve essere entrato nei solchi di "Lingue".

La nostalgia sembra il tema portante dei cantautori italiani attuali. Penso a “La Verità” di Brunori, “Amanda Lear” dei Baustelle ma anche “Polaroid” di Carl Brave X Franco 126 o “Quando ho incontrato te” di Cosmo. Anche serie televisive e film stanno ritirando fuori il vintage degli anni ‘90. In questo album anche tu non ti sei esentato dal voltare lo sguardo indietro. Siamo davvero una generazione così perduta da non riuscire ad andare avanti senza cercare costantemente i riferimenti del passato?
Al contrario. Qui di nostalgico non c’è proprio nulla. Si parla di passato solo quando tiro in ballo il rapporto tra me e mio padre prima della sua malattia ma il resto del disco è tutto un invito a guardare oltre, a cercare energie nuove, a perseguire - per dirla con Sinigallia - una rigenerazione. Però per rispondere alla tua domanda: credo che si stia vivendo in un grande momento di paura, in cui ci si tende ad accontentare pur di non correre rischi. E per la prima volta nella storia questo crogiolarsi nell’assenza di rischi sta premiando molte persone.
Però, permettimi, rispetto alle altre cose che hai citato “La verità” di Brunori è tutt’altro che un brano nostalgico, anzi è un bel secchio d’acqua in faccia a chi si guarda troppo le scarpe e rimane immobile. Resta, in ultima analisi, che con la “nostalgia” il Brasile ci abbia regalato della musica meravigliosa… Magari prendessimo esempio.

Tornando all’album uno dei brani che più sa di viaggio e quindi di scoperta di nuove “lingue” è “Da Lontano”. Com’è nato questo brano e come è arrivata la collaborazione con Yuman?
È un brano antropologico, nasce da un elenco di osservazioni che ho appuntato durante una serie di viaggi. Le strofe sono molto specifiche e si propongono di raccontare realtà e stati d’animo molto tipici dell’Italia contemporanea, mentre il ritornello, affidato a Yuman (che ha una voce pazzesca e presto ne sentirete parlare) è metafora di un archetipo: “la canzone sul viaggio”, un po’ all’americana, dove parole semplici e classiche servono ad esprimere concetti universali, come il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo, anche quando non si hanno radici forti da piantare.

Tra l’altro questo è l’unica collaborazione del disco. Ne “L’ora solare” ti eri avvalso di molti più incontri con artisti come Roberto Angelini o Alessandro Chimienti.
Si tratta di un disco più introspettivo e personale rispetto agli altri?
Esattamente. È un disco molto intimo che nasce dal bisogno di dare forma ad uno sfogo, quindi sentivo di doverlo lavorare con meno persone possibile. Ciò non toglie che mi piace sempre molto collaborare con le persone che stimo e spero di poterlo fare sempre di più in futuro.

“Canzone per S” è il brano che apre il disco ed è dedicata a tuo padre, tutto il disco in realtà, come hai scritto tu, è nato sotto il suo segno. Com’è stato il vostro rapporto?
Quante righe ho a disposizione?
È qualcosa di molto complesso e profondo, doloroso ma anche pieno di gioia. Il disco credo che parli abbastanza esplicitamente, forse pure troppo.

Ho letto una tua dichiarazione un cui dicevi: «Questo album si chiama Lingue anche perché parla di viaggi in altre terre e di chi invece arriva da lontano». Io invece ascoltandolo ho immaginato un viaggio all’interno di Tommaso, una completa immersione nel tuo inconscio e nei tuoi mondi. L’ho percepito come un album molto introspettivo e più le sonorità si facevano allegre più i testi diventavano ermetici come ne “L’acqua su Marte”.
I viaggi di "Lingue" quindi quali sono?
Ogni viaggio che si sceglie di intraprendere sortisce un effetto anche sulla nostra interiorità, quindi è inevitabile che quando si mette in musica qualcosa il proprio inconscio esca fuori più o meno prepotentemente. È un album più introspettivo del solito ma che, paradossalmente, si apre molto di più all’ “altro” rispetto al passato. Credo che le canzoni di “Lingue” siano molto più dirette, di pancia, rispetto al passato.

Tag: nuovo album intervista

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