Tommaso Di Giulio - L'osservatore partecipante: sconfiggere il tempo con canzoni di tre minuti Intervista

16/02/2015 di

"L'ora Solare" è il nuovo disco di Tommaso Di Giulio, un pop fluido che affronta temi mai banali. Qui ci racconta come sconfiggere il tempo, visualizzato sotto forma di golem, come raggiungere l'America, del suo rapporto con Roma e dell'esotismo della lingua italiana.  

Il titolo del tuo nuovo disco, “L’ora Solare” deriva dal fatto che sia stato partorito di giorno, a differenza del precedente “Per fortuna dormo poco”, scritto durante le tue svariate notti insonni?
C’è un gioco di mezzo che collega giorno e notte, da un lato "L'ora solare" è la risposta a “Per fortuna dormo poco”. Il disco in sé è giocato sui concetti di bivio, di doppio, due punti di vista, due metà, due cose che fanno parte dello stesso concetto ma cambiano totalmente a seconda di dove le guardi. "L’ora solare" vuol dire due cose opposte. Se tu non ne conosci il significato, immagini un’ora spensierata, luminosa, ma di fatto vuol dire il contrario esatto: dormi un’ora in più ma fa buio prima, anche se semanticamente vorrebbe dire il contrario, quindi rimanda ad una situazione di buio. Essendo tutto il disco giocato sui contrasti e sulle contraddizioni, canzoni musicalmente allegrissime che magari parlano di cose pesantissime, o viceversa, mi piaceva trovare un titolo che racchiudesse in un solo concetto questa ambivalenza. Questo è un disco che è stato scritto in viaggio, gran parte durante il tour del disco precedente ed è quindi più diurno.

Nella prima traccia “Dov’è l’America?” parli di penisola ipotetica e ti domandi dove sia l’America. Sembra che ognuno di noi, chi più chi meno, si chieda dove sia questo luogo mistico, conferendogli la propria accezione, il proprio significato. Ecco, cos’è per te l’America di cui parli?
Hai colto il senso perché in realtà è un luogo che uno immagina, visualizzato “a pezzi” con cose che arrivano da lontano, non necessariamente dagli Stati Uniti veri e proprio. È come se fossero degli input da una meta che uno sogna, da un luogo al quale uno desidera arrivare a tutti i costi e poi magari, man mano che ti avvicini, noti che questo non assomiglia per niente a ciò che ti eri prefigurato, e quindi lo sposti ancora più lontano, andando oltre e, via via che continui a inseguirlo, questo si sposta o lo sposti tu perché non lo trovi mai. È quindi un luogo mitologico e ideale che purtroppo o per fortuna non esiste e, se da un lato provoca profonda insoddisfazione, dall’altro invita a non fermarsi, a continuare a battere nuove strade. È un polo magnetico che, a seconda di come ti muovi o si muove, ti attira o ti respinge. È un luogo della mente interiore, che ti invita più al movimento in sé che all’effettivo raggiungimento di quella meta.

In “La Fine del Dopo” canti “cercavo un’arma per battere il tempo e quella sei tu”. La parola "tempo" è ricorrente in molti dei tuoi brani, come ad esempio in “Spesso e volentieri” dove dici “se diamo tempo al tempo, il tempo si impigrisce, ma se lo rincorriamo sparisce”. Che rapporto hai con il tempo e con il suo passare?
È il tema ricorrente del disco. Ho un rapporto pessimo col tempo, e la mia intenzione era cercare di raccontare come ognuno di noi percepisca diversamente il tempo. Io, per esempio, mi sento spesso non sincronizzato con l’epoca, il famoso non trovarsi nel luogo giusto al momento giusto. O, al contrario, c’è chi si sente troppo in anticipo, sfasato col presente, chi vorrebbe vivere ancorato nel passato, chi vorrebbe inventarsi un po’ di tempo ma non può, perché la vita ti porta a correre, quindi in quelle due canzoni in particolare l’ho visualizzato come una specie di mostro, di golem da combattere, da stordire e addormentare, per concedersi un tempo personale, interiore. Ho un rapporto conflittualissimo col tempo! Anche l’uso della canzone, quando riesci, ti permette di sintetizzare in tre minuti qualche cosa, quindi ti permette di ingannare il tempo.

Credo tu faccia parte di quella fetta di artisti che raccontano le loro esperienze personali, più o meno romanzate, piuttosto che descrivere il mondo che li circonda come osservatori.
Di base penso che per raccontare il fuori bisogna partire dal proprio sguardo, però in questo disco, più che nel precedente dove tutte le canzoni erano un “io io io”, anche molto legate ad aneddoti di vita vissuta, il viaggio è stato utile, c’è un po’ più di… com’è che la chiamano? Osservazione partecipante! In alcune canzoni, come “Tango per un povero diavolo”, ma anche la stessa “Spesso e volentieri”, a volte c’è un rispecchiamento in qualcun altro… in altre, non dico quali,  adotto la prima persona perché è più forte comunicare così, ma non si parla direttamente di me. Il giochino starà nell’indovinare quali fra le quattordici canzoni parlano di me e in quali, invece, sono solo un portavoce (ride, ndr).

Alcuni dei brani potrebbero essere parte della soundtrack di un qualche film e in questo ritrovo la definizione di “pop cinematografico” che qualche critico ha dato alla tua musica, una definizione un po’ estrosa direi. Un pezzo come “Musica da Camera” sembra davvero una colonna sonora di una pellicola. Che rapporto hai tu con il cinema? Influisce in qualche modo sulla tua musica?
Una delle poche definizioni felici che hanno dato! (ride, ndr). Una cosa che mi da fastidio in molti film e in molte canzoni è quando si cerca di dare molte risposte a chi ascolta. Invece mi piace l'idea di offrire canzoni con più punti di vista, cosa che in Italia, soprattutto in musica, siamo riusciti a fare. Puoi ascoltare di nuovo il disco quando è finito, perché ogni volta cogli un aspetto diverso. Faccio l’esempio di “Egomostro” di Colapesce, che a me è piaciuto moltissimo. Lavorare con un insieme di immagini anche se sono evocate dalle parole, più che con una microtrama, dà più possibilità di spaziare a chi ascolta. Mi è capitato nel disco precedente, ci sono frasi connesse più a livello emotivo, sensoriale che logico tra loro – non è che faccio i testi supercazzola eh! – e questo ha fatto sì che un sacco di persone dessero interpretazioni diverse e molto belle, magari nessuna connessa davvero con quello che volevo dire io, ma meglio così! Ho fatto anche colonne sonore, e in qualche modo lo studiare come si fanno, ascoltare un sacco di compositori, tecnicamente mi ha molto influenzato e certi tipi di soluzioni, di arrangiamento sono finiti nelle canzoni.

I dischi difficili hanno bisogno di ascoltatori agguerriti per non soccombere alle sabbie mobili delle canzoni a senso unico”. Cosa intendi con canzoni a senso unico? È forse un po’ quello che mi stavi dicendo.
Un po’ quello di cui parlavamo adesso, sì. Alcune canzoni raccolgono molti consensi perché sono talmente tanto già connesse con il lato superficiale (inteso come superficie proprio, non come accezione negativa) che è molto facile coglierne il senso e farlo nostro. Come la pubblicità del “ti piace vincere facile”! Una volta ho avuto la possibilità di fare una lunga chiaccherata con Cristina Donà, alla quale era piaciuto molto il mio primo disco, e mi ha detto “mi fa piacere che anche un giovane faccia roba del genere senza fare musica ermetica o difficile da ascoltare, perché oggi molti hanno perso il gusto di frugare nel senso nascosto delle cose”. Questa frase mi è rimasta molto impressa. Nel nostro paese c’è tantissima musica italiana di grande interesse (e non succedeva da molto tempo…) però divisa un po’ a metà nell’underground e nel mediumground, gente che non fa canzoni a senso unico e gente che lo fa in maniera estrema. Preferisco far sì che qualcuno mi domandi o che si domandi, meglio ancora… Offro più possibilità di spunti, altrimenti si diventa noiosi, come le canzoni che si lamentano di cose su cui siamo tutti già d’accordo. È una partita vinta in partenza, non creano problemi, non scomodano grandi filosofi, ma si dice sempre che un oggetto artistico dovrebbe smuovere qualche cosa, no? Se già cammini sulla strada spianata, è anche noioso, fai i locali sold out magari sì, ma alla lunga stufi.

C’è qualcosa che cambieresti nel panorama musicale italiano? E qualcosa che apprezzi particolarmente?
Ci sono diverse cose che apprezzo, tante realtà più o meno giovani amate da una nicchia ristretta e che meriterebbero più respiro, ma ormai ho capito che le traiettorie del gusto delle persone sono più legate al mistero che a chissà quali complotti, cricche, élite o giochi. Molto spesso capita che un percorso come quello di Colapesce, estremamente garbato, non particolarmente accomodante nei confronti dell’ascoltatore, faccia successo fin da subito e altri, come quello di Alessandro Fiori, che ha mille dischi coi Mariposa alle spalle, capolavori uno dopo l’altro, faccia ancora fatica. Anche riguardo all’estero, leggo da quando ho quattordici anni tre mensili di musica al mese, da costa a costa, tento di tenermi il più aggiornato possibile eppure trovo più interessanti cose che arrivano dalla nostra piccola provincietta rispetto a cose iper blasonate. Il suono del nuovo Colapesce ha poco da invidiare ad altri internazionali, mentre il primo era più classico. Mi viene in mente anche il secondo disco dei Criminal Jockers, o il duo formato da Ilaria Graziano e Francesco Forni, che fanno una cosa classicissima ma allo stesso tempo estremamente attuale, che sintetizza bene un sacco di cose belle che ci sono in giro, hanno respiri e traiettorie diverse. Magari ti esplode in mano un progetto nato in cameretta, come per I Cani (tra l’altro io apprezzo molto il loro secondo disco), e poi ci sono realtà forse meno connesse ad un mondo specifico che non esplodono, anche se lo meriterebbero. Ma in linea di massima, da ascoltatore, è uno dei migliori periodi, per quanto riguarda la musica italiana, che ci sia mai stato.

Nella “scena musicale romana”, invece, quali band o artisti stimi e apprezzi maggiormente?
Non c’è una vera e propria scena romana, cosa che io accuso molto, perché cerco sempre di aggregare o fare gruppo, e adesso sto lavorando ad un progetto ad esempio, ma non posso parlarne… Comunque, come dicevo, non c’è proprio una scena, rispetto magari a Torino invece dove ce n’è una super coesa fra etichetti diverse. Qui forse non c’è perché ci sono sempre meno posti dove suonare, una concorrenza spietata… cito di nuovo la coppia Graziano – Forni, con la quale ho lavorato al disco, mi piace molto Giovanni Truppi, trovo che il suo secondo disco non abbia niente da invidiare a King Krule! Mi piace questo disco dei Thegiornalisti, con cui ho condiviso il palco durante il tour di “Vol. 1”, un po’ di anni fa. Tommaso ha una scrittura che ha fatto un salto enorme. Tutti i pezzi di "Fuoricampo" sono singoloni. Anche Niccolò Contessa scrive benissimo. Sia lui che Tommaso hanno questo modo di scrivere catchy di qualità, non è quella paraculaggine a cui puntano altri, sono brani estremamente scorrevoli e vicine ad un easy listening che ti spinge ad ascoltare di nuovo, e questo va al di là delle melodie, pure essendo azzeccatissime. Mancano un po’ di rapporti fra le etichette, secondo me, forse perché spesso in questo mondo di underground c’è molta “lotta tra poveri”, però c’è tanta gente brava, come quelli che ruotano intorno all’Angelo Mai. Chiaramente non ho menzionato i più classici, come ad esempio il trio Fabi, Silvestri, Gazzè, che io adoro, o l’ultimo disco di Sinigallia, che è una cosa favolosa. È pieno di gente brava a Roma, anche se mi piacciono di più quelli che si trovano a fare musica a Roma ma che con la romanità non hanno molto a che fare, me compreso. Cito Roma in due canzoni sì e no, oramai non è più una questione di appartenenza.

Hai aperto live di vari artisti, fra i quali Dente, Marlene Kuntz, Max Gazzè, Battiato, ma anche Irene Grandi. Com’è andata? Che risposte hai avuto dal pubblico?
Sono sempre state esperienze diverse, belle, a seconda dell’artista. Battiato è stato il migliore in assoluto, essendo il mio musicista e compositore preferito. Ero al quattordicesimo concerto suo che andavo a vedere e ogni volta gli davo il mio cd con la letterina “Guarda, se vuoi, io aprirei volentieri un tuo live…”. Mi ha visto sottopalco per l’ennesima volta, ha fatto una faccia che poteva voler dire “Ti denuncio! Chi diavolo sei e cosa vuoi da me!”, mi ha fatto cenno di aspettare dopo il concerto, gli ho dato il disco, ci siamo sentiti, gli è piaciuto e nonostante stesse producendo Giovanni Caccamo e quindi avesse programmato di far aprire a lui tutte le sue date, mi disse che se ce ne fosse stata una senza Giovanni, l’avrebbe fatta aprire a me. Siamo andati a cena insieme, parlavamo di barzellette, reincarnazione, Hegel… è stata un’esperienza psichedelica, non ti aspetteresti mai di ridere tanto; poi si è fermato, con mia somma ansia, dietro le quinte, visibilissimo, mentre facevo l’apertura e c’erano 4000 persone, ma il suo pubblico, come quello di Gazzè, è abituato ad aprire le orecchie, perciò è andata molto bene. Anche le due che ho fatto ai Marta Sui Tubi sono andate molto bene e devo dire di aver avuto fortuna. Dente invece mi ha richiamato per la seconda volta ad aprire un suo live, e quando sono gli artisti stessi a chiamarti, quando passano dalla tua città, è piacevole. Ho poi sempre avuto la gradevole sorpresa di non scoprire doppie personalità dietro al musicista, Irene Grandi compresa che è simpaticissima, tutte le persone con cui ho avuto a che fare dal super big al medio erano molto educati e piacevoli.

Hai suonato sia a Parigi che a Bruxelles. Quali differenze hai riscontrato fra il pubblico italiano e quello estero?Delle varie date che ho fatto, alcune erano piene di italiani, che vivono all’estero da molti anni magari e hanno assimilato un certo tipo di propensione al rituale, un gusto per l’ascolto e la dimensione dello spettacolo e quindi c’era il famigerato calore italiano, accompagnato dall’attenzione e la partecipazione. A Londra o a Marsiglia, dove di italiani non ce n’erano, è stato bellissimo perché mi è capitato di vendere parecchi cd e chiedevo “ma come mai avete comprato il cd?” e loro rispondevano “ma scusa, tu non ascolti musica di cui non capisci le parole?”. E infatti l’italiano è una lingua non meno esotica di altre e se c’è qualcuno che è disposto ad accogliere quell’atmosfera, è giusto. Poi ho vissuto il lusso di essere stato accolto benissimo in questi posti.

Ultima domanda, visto che stiamo parlando di lingua italiana. Cantare in italiano penalizza o premia i musicisti?
Premia! Io ho fatto un disco in inglese sotto un altro pseudonimo qualche anno fa. Ecco, credevo nella metà di quello che cantavo! Secondo me deve essere solo una scelta di suono, ci sono un sacco di gruppi italiani bravi che cantano in inglese, mi vengono in mente ad esempio i Sadside Project, ma è più un discorso di suono. Sai che se vuoi dire quella cosa in quel modo devi usare l’inglese, in alternativa. Adesso la butto proprio sul politico eh - È un discorso di colonizzazione dell’utilizzo del cervello, siamo molto abituati sin da piccoli ad ascoltare musica che viene dall’America e dall’Inghilterra, musica straordinaria, io sono cresciuto sentendo il rock'n'roll degli anni ’50, i Beatles eccetera… però questo ha fatto sì che psico-acusticamente ci si sia disabituati a percepire come musicale qualsiasi altra lingua, cosa che non è. Se pensi alle opere del Cinquecento... L’italiano, se lo si sa utilizzare, oltre alla ricchezza del vocabolario, ha una possibilità fonetica enorme, l’inglese è più adatto perché ha parole brevi ma tronche, mentre le vocali dell’italiano, a meno che tu non sia Biagio Antonacci e le strascichi per otto ore (ride, ndr), sono un vettore importante della cantabilità. È un discorso di pigrizia cerebrale. Ma poi vuoi mettere che bello capire te stesso mentre canti le canzoni? Ultimamente sto facendo un corso un po’ strano, mezzo fricchettone, sull’uso della voce che si chiama “Metodo Linklater”, dove la prima cosa che ti spiegano è che tu perderai la voce o avrai problemi a cantare se perdi il contatto emotivo con quello che stai dicendo. Poi c’è tutto un percorso che mischia cose orientali, ma non ti sto ad annoiare… Comunque, da quando canto in italiano, esprimo le cose in maniera diversa, a differenza dell’inglese che, mano a mano che memorizzi le frasi, ne dimentichi il senso. Se non cedi troppo alle rime facili, se ti impegni un po’ di più, con l’italiano si possono fare cose pazzesche ed è un territorio di sperimentazione molto vasto e oggi giorno è il metro di differenziazione con il resto del mondo. Voglio dire, se un artista suona bene come gli Arctic Monkeys e canta in inglese, sarà bravo quanto ti pare ma ci sono già loro che lo fanno, non potrai mai farlo bene quanto loro e poi non avrebbe senso. Se invece ti inventi una roba che prende da dove ti pare ma la riporti a te con la lingua, che è la cosa più intima e privata che esiste, hai una credibilità diversa con te stesso. Quindi sì, direi che premia assolutamente!

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