Thegiornalisti - Gli ultimi veri romantici Intervista

Foto di Riccardo Ambrosio - Tommaso ParadisoFoto di Riccardo Ambrosio - Tommaso Paradiso
21/10/2016 di

"Completamente Sold Out" è il nuovo disco dei Thegiornalisti che esce oggi per Carosello Records. Dentro c'è il riassunto di vent'anni di musica leggera italiana, un riassunto talmente sfacciato che potrebbe quasi fare incazzare e invece fa solo venire una gran voglia di cantare. È un disco molto sincero, che parla di sentimenti in via d'estinzione: il "fascino stupendo" dello stare a pezzi per amore, la voglia di lasciarsi andare al massimo senza mai pensare alle conseguenze, la voglia di essere felici. Ne abbiamo parlato con Tommaso Paradiso una sera a Milano, tra una ciotola di pistacchi e due bicchieri di rosso.

 

Cominciamo con un dato di fatto: il titolo del disco è un po’ pretenzioso
C’erano varie opzioni per il titolo di questo disco, io lo volevo chiamare “Cristiano Ronaldo” perché per me lui è veramente un eroe (ride). Ma non mi hanno fatto fare di testa mia. Però “Completamente Sold Out” mi piace, è paradossale, è comico. Sembra cafone, pieno di spocchia, invece parla di un funerale.

Però un funerale sold out è un pensiero egomaniacale, dai
Me l’ha detto un sacco di gente, invece per me è la cosa più bella del mondo: il pensiero che nella mia vita abbia fatto talmente tanto del bene alle persone che mi circondano che spero che la chiesa, quando morirò, sia piena. Meglio un funerale sold out che un concerto sold out.

Segui dei precetti cristiani, quindi?
Più che altro sono dei precetti umani. Per comportarsi bene umanamente, per agire bene eticamente, non hai bisogno della religione. Il dolore nel 99% della popolazione mondiale è lo stesso. Ci sono delle leggi umane non scritte che si basano molto sull’empatia. Per questo, spero che quando morirò la gente mi ricordi come un pagliaccione, un patatone a cui hanno voluto bene. Con una mia foto in cui sorrido, mangio e bevo. Questo è il mio sogno.

Tra l’altro, per me “Sold Out” è stupenda, la migliore del disco.
È la più bella canzone che abbia mai scritto. È come se con le canzoni precedenti avessi giocato, come se fossi rimasto nei confini di una commedia malinconica, per dirla con un lessico cinematografico. Con “Sold Out” invece è come se avessi scritto il primo film di Sorrentino (ride), o il mio primo film candidato agli Oscar, a Cannes.

Sei sempre esagerato, hai sempre questo atteggiamento molto godereccio, comico e sprezzante, non hai paura di dare sui nervi a qualcuno?
Il mio messaggio è il dare l’idea di un cretino (ride). No, sul serio. Voglio portare leggerezza, proprio perché siamo circondati dalla pesantezza. Con un selfie posso regalare un sorriso (continua a ridere). L’Instagram poetico non mi fa volare, così diventa il National Geographic. Il vero Instagram è Emilia Clarke che si fa il selfie con le amiche la sera. Però, a parte gli scherzi, mi porto dietro anche tante cose negative. Ansia soprattutto.

Te la stai vivendo male, questa carriera?
L’ansia viene e va, a volte è una condizione esistenziale e a volte invece no. Non decido io, purtroppo. Però non c’entra niente con la carriera, ce l’ho sempre avuta. Anzi più le cose vanno bene e meno ansia mi viene, ovviamente.

C’è una cosa del disco che mi è piaciuta tantissimo: canti di sensazioni sfrenate, canti di quando non te ne frega niente, di quando lasci andare tutto, di quando stai vivendo dei momenti bellissimi e te ne accorgi, e appunto per questo già ti mancano.
È una cosa molto acuta questa che hai detto. Sono momenti che già ti mancano mentre li stai vivendo. Quello è il limite della felicità, quando si inizia ad incastrare con la malinconia. Ti faccio una metafora alcolica: è esattamente come il momento prima di prendersi una sbronza.

Infatti apri "Sold Out" cantando “Vorrei morire brillo”...
Esatto, è tutto nella giusta misura. È quella sensazione di felicità che puoi provare anche con tua mamma a cena, con una sana bevuta, senza andare oltre. Ma funziona solo con le persone che ti fanno sentire bene; se fai serata con gente che non ti piace finisci per compensare bevendo troppo. Vorrei morire brillo con la lacrimuccia, come quando stai in macchina, guidi e sei felice.

Ti è capitato spesso nell’ultimo anno di sentirti così?
Quasi tutti i giorni, principalmente la sera. È la sensazione di quando ti siedi a tavola per cena, trovi la riflessione, la pace, la meditazione. Cominci a pensare alle persone che fanno parte della tua vita, il corpo si riappacifica, si allinea con l’universo. Quello è il momento più bello della giornata.

In molte canzoni però si parla di momenti più forti di questi
Sì, perché questo è un disco di desiderio. Di pre-resurrezione. Questo è un disco che esprime il desiderio di avere una famiglia, la tranquillità, la pace, dal punto di vista di chi ancora non ce l’ha. Mi piace molto la vita che faccio, ma allo stesso tempo ne sogno un’altra diversa dalla mia.

Il primo dei desideri che hai citato è quello della famiglia. Ti ci vedi padre?
Da morire, io non vedo l’ora. Tutti i miei amici stanno avendo dei figli, stanno creando delle famiglie, ed è la cosa più bella del mondo. È come se stessi passando una fase in cui il mio corpo mi avverte che è ora di cambiare. Nel disco infatti c’è ancora quel godimento ruvido, c’è l’ebbrezza, ma con un fortissimo desiderio di redenzione.

Molte canzoni sono ambientate di notte. A te cosa piace fare, di notte?
Il momento della cena per me è il più bello in assoluto, senza quello non varrebbe proprio la pena vivere. Infatti tendo a mangiare poco a pranzo così poi mi posso godere la cena, anche se si dice che si dovrebbe fare il contrario. Poi la cosa che più mi fa impazzire è tornare a casa la notte con il taxi. Sei lì seduto, guardi i lampioni, le luci. È una sensazione di pace estrema. Ma la cosa ancora più bella poi, quando sei arrivato, è accendere la tv e mettersi a letto a fumare una sigaretta. Lo so che fa schifo ma a me piace, dopo un po’ si spegne tutto. La tv, la sigaretta, il cervello.

Un altro sentimento che si percepisce dai testi è la tua attrazione per il pericolo e per la morte
Questa cosa se la sentisse uno psicologo mi rinchiuderebbe in manicomio, ma la morte io la vedo come uno stato di pace. Chiudere gli occhi, andare a dormire la sera tardi, quando cala la tensione, quando scivoli nell’inconscio. È questo che, forse non volendo, nel disco chiamo “morte”.

In una canzone hai inserito una vera nota vocale di Whatsapp. Ti sei pentito?
No, mai. Delle cose fatte col cuore non mi pento, anche perché in questo caso ho anche chiesto il permesso alla persona destinataria del messaggio. E ha detto che ci vola. Ma a parte questo penso che la nota vocale sia una delle cose più semplici e intelligenti inventate negli ultimi anni.

Quando hai parlato ai fan questa scelta hai scritto: “Sto proprio a pezzi. Ergo volo”
(ride) Il messaggio centrale di “Completamente Sold Out” è esattamente questo: c’è anche un fascino stupendo nello stare a pezzi per amore, goditelo. Bisogna godere del groviglio di sentimenti in cui siamo legati e sentirsi vivi anche se si sta male.

Galleggi, sfrutti la corrente, fai surf.
Bravissima, surfi su questa grandissima malinconia che ti uccide. Poi magari prendi la penna e scrivi un pezzo, oppure fai una passeggiata. E questo può accadere sempre, in qualunque luogo. In quel grandissimo capolavoro universale e totale che è “Love Actually”, per me la pietra miliare del cinema romantico insieme a “Notting Hill”, c’è una delle protagoniste che lavora in un ufficio ed è innamorata persa di un figaccione che lavora con lei. Se c’è qualcosa che ci ha insegnato il cinema è che tantissimi amori folli possono nascere proprio nei posti meno romantici, tipo un ufficio.

(Foto di Claudia Zalla)

Quale storia racconti in “Sbagliare a vivere”?
“Sbagliare a vivere” e “Non odiarmi” vanno considerate insieme, una è il pre e l’altra è il post. La prima parla di quando sai che stai sbagliando, però te ne fotti e continui. “Non odiarmi” invece parla dell’inutile pentimento del giorno dopo. Di quando sono narcolettico di fronte uno schermo a guardare Jessica Fletcher e non riesco nemmeno ad alzare un braccio.

Parlando invece di suoni, la cosa che salta all’orecchio è che le canzoni sono quasi tutte ballate.
Sì, diciamo mid-tempo. I pezzi veloci non mi vengono più. Anche perché penso ai live: se devo ballare e correre non ce la faccio (ride). Però c’è “Fatto di te” che è un po’ più movimentata.

Devo dirti la verità, a me non fa proprio impazzire.
Considera che stamattina in un’altra intervista ho detto che è il pezzo che mi piace di più, è unica. È la mia pop song preferita e perfetta.

Mi ricorda le canzoni di Non è la rai.
Esatto! È “Please don’t go”, è quello che volevo fare. Quei primi ‘90 a metà tra “Benvenuti in paradiso” di Venditti, Ambra e “La notte vola” di Lorella Cuccarini. Che poi è quello che hanno fatto i Coldplay in “Every Teardrop is a Waterfall”, che somiglia tantissimo a “Ritmo de la noche”. È quella mega-malinconic-dance anni ‘90 che ho sempre avuto dentro. E con Matteo Cantaluppi avevamo proprio intenzione di fare quella roba là.

Premetto che secondo me non c’è niente di male, ma: ci sarà un momento in cui smetterete di sedervi sulla nostalgia?
Se i nostri pezzi passano su RTL secondo me vuol dire che in qualche modo sono contemporanei. Poi è chiaro che amando i sintetizzatori, che sono lo strumento simbolo degli anni ‘80, è difficile scrollarsi di dosso quelle atmosfere. Dovrei trovare una strada nuova ma non vorrei poi mi portasse a fare i Negramaro… insomma, preferisco ispirarmi e rendere attuale la musica anni ‘80 e ‘90 che andare a lavorare con un produttore super moderno che uniformi il nostro suono a quello che va per la maggiore.

Ma Matteo Cantaluppi, il produttore del vostro disco, ha una mano molto riconoscibile: se ascolti “Marassi” degli Ex-Otago, che tra l’altro esce oggi come il vostro disco, capisci benissimo che dietro c’è la stessa persona. Da un certo punto di vista è quasi invasivo.

Lo dice anche mia mamma (ride). Però quando ho incontrato Matteo per iniziare a registrare eravamo super d’accordo nel fare questa cosa qua. Rispetto al disco precedente è tutto completamente diverso, ha un suono più largo, più ampio.

Mesi fa, quando stavi scrivendo le canzoni, parlavi più volte dell’ispirazione che è per te Vasco Rossi
Mi fa piacere che tu abbia preso questo argomento. È la cosa che segretamente c’è di più nelle canzoni: i temi, lo spoken word, alcuni passaggi armonici. Ma sono contento perché, a differenza dell’influenza palese di Lucio Dalla che veniva su in “Fuoricampo”, in questo disco Vasco appare più sfumato, nonostante sia lui che Venditti ne siano alla base.

Oltre che di tutti i temi di cui abbiamo parlato, mi sembra che il disco sia scritto intorno ad una persona in particolare
No, non è vero! In tutto nel disco siamo quattro, con me cinque. Quattro donne, più me. Non necessariamente amanti, sono persone che mi hanno ispirato ognuna a suo modo. Una è un errore, una delle pochissime volte in cui mi sono pentito di essermi dichiarato, di aver osato tanto. A un’altra persona è dedicata la canzone “Gli alberi”, perché facevamo insieme un gioco: tra di noi era una cosa un po’ clandestina, ci commentavamo le foto online attraverso le emoticon delle piante, e il testo parla proprio di questo, una cosa molto romantica. La terza invece è una persona che mi fa stare bene, che mi ha sempre dato una mano, e alla quale canto “vieni e cambiami la vita”. L’ultima donna invece è la potenza cosmica universale, motore immobile di ogni astro nascente (ride).

Quando hai lanciato il video di “Completamente” hai scritto una sorta di lettera ai fan nella quale li inviti a dichiararsi senza inibizioni alla persona che amano. La musica italiana è romantica per antonomasia, eppure mi sembra che quella dei Thegiornalisti lo sia molto di più, e in una maniera più sincera, lontana dai cliché. A volte hai uno struggimento addosso che nemmeno il Giovane Werther…
Più che Werter, Venditti: “amici mai, per chi si ama come noi”, o “certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano”. E tu stai a scomodà Goethe (ride). A parte gli scherzi, oggi cantavo a stecca Zarrillo, “cinque giorni che ti ho perso, quante lacrime cadute”. Bellissima. Ma ovviamente nelle atmosfere new-pop si fa più fatica a scrivere cose così spudoratamente romantiche.

Da qualche parte hai scritto “l’amore nel 21esimo secolo è un messaggio senza risposta”
Quel giorno avevo visto un film francese che si chiama “L’amore dura tre giorni”, una commedia rosa leggera, deliziosa e carinissima (il genere di film che dovremmo fare noi, e invece fanno sempre i francesi, porca puttana!) e in una scena c’era questo ragazzo che aspettava inutilmente una risposta davanti Whatsapp, e poi si rivolgeva alla camera e diceva quella frase. È bella perché è vera, siamo tutti appesi a queste spunte blu. Ma non è un discorso deprimente sulla tecnologia, è solo la faccia attuale del romanticismo.

Il tuo romanticismo di che cosa è fatto?
Di ruota libera, di non-calcolo, di dare tutto finché te la senti, senza risparmiarti. Esattamente quello che non si dovrebbe fare per conquistare una persona. Spesso per fare colpo su qualcuno ti consigliano di sparire, di non chiamare, di non farla sentire importante. Io invece faccio il contrario, e lo faccio apposta. È una cosa che mi viene naturale fare. Secondo me ti devi bloccare solo se fai male a qualcuno, o quando dall’altra parte ti dicono “non mi rompere i coglioni, mi fai schifo”. E poi a quel punto muori dentro, che devi fare?

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